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Ricorrono in questi giorni i duecento anni dai moti piemontesi del 1821, uno degli episodi che diedero praticamente origine al Risorgimento. Prima e dopo si ebbero episodi simili nel Regno delle Due Sicilie, nel Regno Lombardo Veneto e in altri stati italiani, segno che era ormai arrivato il tempo di cambiare il sistema imposto dal Congresso di Vienna con la Restaurazione, un sistema che pretendeva di ignorare tutto ciò che era successo tra il 1789 ed il 1815 e, soprattutto, voleva ignorare i riflessi che aveva lasciato nella mentalità della gente. Le prime turbolenze si ebbero nel gennaio del 1821, all’Università di Torino, dove una manifestazione sostanzialmente goliardica degenerò provocando l’intervento della forza pubblica. Le autorità si accorsero che gli studenti, e anche alcuni docenti, si potevano oramai tenere a freno solo a stento, era chiaro a tutti, solo qualche stolto si mise ad inveire contro i libri e la cultura, che il malessere delle classi colte era come una febbre sintomo di grave malattia. Ma il malessere aveva preso anche la classe militare, diversi esponenti della nobiltà (all’epoca quasi tutti gli ufficiali erano nobili), e della borghesia: bisognava svecchiare lo Stato con la concessione di una Costituzione e la rifondazione dei valori che da secoli legavano Casa Savoia e le popolazioni ad essa soggette (su questi valori ha pubblicato nel 1896 un aureo libretto Luigi Gramegna, dal titolo “Sabaudia docet. Caratteri della monarchia e del popolo piemontese”, saggio meritevole di rilettura). Sì, perché la maggioranza dei protagonisti dei moti del 1821 era formata da monarchici e da moderati, pochi erano i radicali, quasi nessuno era repubblicano. In Piemonte la tradizione repubblicana mancava, era presente in Liguria, che repubblica era stata e non per niente Giuseppe Mazzini, apostolo dell’Unità Nazionale e teorico del repubblicanesimo più serio, nacque a Genova. Vista la persecuzione poliziesca, molti degli innovatori erano iscritti a società segrete (allora esporre in pubblico idee patriottiche o anche moderatamente liberali causava grosse noie giudiziarie), quali la Carboneria (sorta in Italia meridionale ai tempi di Murat e cosa assai diversa dalla Massoneria proprio per impianto ideologico; essa fu, anzi, ferocemente antimassonica, ritornerò sull’argomento con un articolo ad hoc) ma, soprattutto, la Società dei Federati Italiani, il cui giuramento suonava: “Giuro avanti a Dio e sull’onor mio di proteggere con tutti i mezzi  la Federazione Italiana, il cui scopo è l’indipendenza di tutta Italia e di considerare come miei fratelli tutti indistintamente gli abitanti d’Italia e di prestar loro ogni soccorso sia per liberarli dal giogo degli stranieri come dal dispotismo interno…”. Contro l’assolutismo iniziarono ad esprimersi anche esponenti dell’alta nobiltà che per questo, ai primi di marzo del 1821, vennero arrestati, tra essi il conte Ettore Perrone di San Martino e il principe Carlo Emanuele dal Pozzo della Cisterna. Se l’insofferenza per l’assolutismo aveva raggiunto anche quegli ambienti, ciò significava che era davvero ora di cambiare e che non si poteva far conto, come era sembrato in un primo momento, sullo stesso sovrano Vittorio Emanuele I. Fu per questo che i patrioti si rivolsero al giovane Carlo Alberto, principe di Carignano, che in passato aveva manifestato idee liberali e che, si mormorava tra coloro  che erano “dentro a le secrete cose”, sembrava far parte della Società dei Federati. Sicuramente facevano parte dei Federati coloro che lo avvicinarono il 6 marzo 1821 per convincerlo a mettersi alla testa del movimento riformatore. Essi erano il conte Santorre di Santarosa (il quale finirà per morire in combattimento per l’indipendenza della Grecia sull’isola di Sfacteria), alto funzionario del Ministero della Guerra e della Marina, il marchese Carlo Emanuele di San Marzano, ufficiale dei Dragoni, il conte Giacinto Provana di Collegno, anch’egli ufficiale ed il conte Guglielmo Moffa di Lisio, ufficiale di Cavalleria. Presentare gente con questi titoli e queste funzioni come un’accolita di pericolosi sovversivi, come ha fatto la storiografia reazionaria è, prima di tutto, ridicolo. Ma è anche ridicolo dipingerli come un’accolita di snob che giocava a far la rivoluzione perché esaltata dalla lettura di Vittorio Alfieri, come ha fatto Guido Quazza (l’influsso alfieriano è stato sottolineato anche da Giovanni Gentile che, però, a differenza del Quazza, lo interpretava positivamente). E’ addirittura scolastico il parallelo tra la Prussia, che unificò la Germania, e il Piemonte, che unificò l’Italia. Ebbene, parallelo per parallelo, i protagonisti del 1821 potrebbero essere definiti come gli Junker piemontesi… La rivoluzione piemontese scoppiò prima del previsto, non a Torino, ma ad Alessandria, dove la giunta provvisoria era retta dal colonnello Guglielmo Ansaldi. Si parlava esplicitamente di indipendenza italiana e di guerra all’Austria. Vittorio Emanuele I abdicò nella notte tra il 12 e il 13 marzo. Il reggente Carlo Alberto si dimostrò molto indeciso ponendosi infine agli ordini di Carlo Felice, legittimo sovrano secondo la linea di successione. Carlo Felice raccolse le forze militari a lui fedeli che, aggregate agli austriaci, sconfissero le forze costituzionali a Novara l’8 aprile. Il giorno dopo cadeva Alessandria ed il giorno 10 l’ordine regnava anche a Torino. Un migliaio di seguaci della Costituzione lasciarono subito il Regno per l’esilio, mentre Carlo Felice non perse tempo nell’organizzare una tremenda repressione: la Regia Delegazione appositamente emise, dal 7 maggio al primo ottobre, 71 condanne a morte, 5 condanne alla galera perpetua, 20 condanne a pene tra i 5 e i 20 anni. Dopo il suo scioglimento, i Senati pronunciarono altre 24 condanne a morte, altre 5 all’ergastolo e 12 a detenzioni da 15 a 20 anni. La Commissione militare alla fine di ottobre aveva destituito 627 ufficiali. La Commissione di scrutinio, articolata in una commissione superiore e in sette giunte divisionali di scrutinio, operò numerose destituzioni e sospensioni di impiegati civili e di professori di ogni ordine di scuola, che furono particolarmente colpiti. I sacrifici dei prodi patrioti non furono però vani e, proprio grazie ai loro sforzi, iniziò il moto che porterà, qualche decennio più tardi, all’unità d’Italia. Voglio qui ricordare alcuni nizzardi coinvolti nella rivoluzione del 1821. Lo faccio perché nessuno, ormai, pensa più ai sacrifici compiuti dai nostri fratelli nizzardi per la Patria italiana. Non sono tutti, ma almeno i personaggi principali: il capitano della Brigata Aosta Clemente Marvaldi (1786 – 1822) di Saorgio, condannato a morte in contumacia, costretto ad emigrare in Spagna ove morirà in combattimento; il sergente Giuseppe Faraudi, anche lui condannato a morte in contumacia; il tenente Ilarione Cagnoli (1797 – 1879), di San Martino di Lantosca, condannato a dieci anni di lavori forzati. Vennero destituiti perché considerati a vario titolo coinvolti o compromessi gli ufficiali Ospizio Barelli, Lorenzo Bonfils, il maggiore Marinetto De Gubernatis di Gorbio (gli venne però permesso di tenere le decorazioni precedentemente acquisite, si trattava di un soldato davvero valoroso), G. B. Raynaud, G. B. Sauvaigo, i sottufficiali e graduati Alessio Caisson, Luigi De Sauteiron, Benedetto Orengo, Felice Ugonis e i funzionari di polizia Lodovico Coppon, Ottavio Gallea e Luigi Sassernò.

Le vicende ispirarono la bellissima ode di Alessandro Manzoni, “Marzo 1821”, che qui propongo letta da Valter Zanardi:

mentre un cantante moderno ha realizzato un gustoso pastiche contaminando l’ode manzoniana con alcuni versi di un’altra felice composizione coeva del Berchet:

ACHILLE RAGAZZONI