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Florinda, giovane ricercatrice, deve approfondire le sue indagini sulle vicende drammatiche avvenute nell’ex-Jugoslavia e chiede aiuto a Giovanni, giornalista che gestisce un sito internet per conto dii un’associazione di migranti dall’estero, ma si scontra con il dolore profondo, mai superato, dell’uomo che in quegli eventi terribili ha perso la moglie.  Nasce tra i due un rapporto di forte condivisione fatto di scambi d’idee, ricordi, piccole riti come una cioccolata al bar, una passeggiata nel quartiere, una gita al mare, fino a un’intimità fisica, passionale nella sua spontaneità. “Cioccolata calda per due” di Nunzia Gionfriddo, edito da Phoenix Publishing, pare raccontare situazioni ordinarie: un amore maturo vissuto tra le strade di Roma, la sua periferia, il Castello di Santa Severa, cui si aggiungono i viaggi di lavoro di Florinda nell’Europa dell’est, il ricovero di Giovanni in Svizzera per gravi motivi di salute. Una narrazione quasi diaristica in cui l’escamotage epistolare rimanda a una tradizione antica, dalle Eroidi di Ovidio a I dolori del giovane Werther di Goethe, rivisitata in forma tecnologica, mail al posto di lettere. Eppure, si comprende subito che non c’è solo l’incontro di due solitudini, bensì l’affiancarsi di due visioni del mondo che s’incrociano, si sovrappongono, si completano, quella storica di Florinda e quella di Giovanni, testimone della memoria. I fatti tragici del secondo dopoguerra che hanno interessato l’Istria, la Dalmazia, Fiume, Trieste, il tentativo d’invasione bosniaca, la Jugoslavia di Tito, le atroci sofferenze e le decimazioni subite dalle popolazioni nell’indifferenza delle grandi nazioni europee, irrompono nella quotidianità dei protagonisti e nelle pagine del racconto con tutta la drammaticità di un conflitto assurdo, consumato a due passi da noi. E’ difficile non essere sopraffatti da un’ondata di rabbia quando si ripensa a questa violenza, oppressi da quell’orribile sensazione di consapevolezza “ che la guerra non risolve niente e che – come affermava Agatha Christie – vincere una guerra sia disastroso quanto perderla”. Nunzia Gionfriddo non si volta dall’altra parte e, a distanza di quasi trent’anni da quei fatti sanguinosi, nelle Note e nella Postfazione cerca di fare chiarezza sui ciò che è accaduto tra il 1945 e il 1993 in quei territori, e la pagina letteraria assume un valore storico e sociale. Ancora una volta è quasi impossibile distinguere tra “buoni e cattivi”, ancor più affrontare il vuoto che riempie lo sguardo e l’animo di chi è stato spettatore e vittima.  Il romanzo prova a offrire un’occasione di confronto tra punti di vista, tra Storia e memoria. Da un lato il rigore della studiosa alla ricerca di fonti, d’altra il ricordo individuale, quella storia minima che soltanto da poco è entrata a far parte della ricostruzione scientifica. Una vicenda che regala al lettore sentimenti, stati d’animo in cui la narrazione diventa strumento per interrogare la realtà, suscitare domande e far emergere la complessità che sta dietro ogni vicenda. I due protagonisti, Giovanni e Florinda, vivono un amore fatto di affetto, comprensione, momenti d’intimità e proprio le emozioni diventano un “varco irrinunciabile per poter costruire conoscenza e coscienza”, poiché offrono le testimonianze dirette di chi è stato presente e, integrando le necessarie competenze disciplinari e d’interpretazione, portano alla cultura storica. La storiografia tradizionale ha spesso mostrato una certa diffidenza verso le esperienze memorialistiche e autobiografiche, eppure oggi, che di memoria si parla assai più che di storia, il recupero e l’analisi della prima appare come un passaggio obbligato verso la conoscenza della seconda, ormai assimilata a un qualsiasi “documento”, e quindi legittimata a essere usata e consumata. Nel percorso narrativo di Nunzia Gionfriddo storia e memoria si sovrappongono, tra ricordo individuale e collettivo, riflessione intima e analisi moderna, e la dimensione affettiva integra il recupero del passato con molteplici vissuti cui la scrittura sa dare voce. C’è un sottile filo rosso che unisce poesia, narrativa e ricordo ed è la consapevolezza che bisogna andare oltre le mistificazioni e anche oltre l’inconscio desiderio di oblio dei sopravvissuti e delle collettività perché non prevalga l’indifferenza, perché le società comprendano non solo i valori positivi, ma anche le premesse immorali e anticulturali di tanti eventi drammatici.