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È di questi giorni la notizia che Enrico Letta vuole rinnovare i vertici del PD in nome del cosiddetto “equilibrio di genere”: così, ha chiesto a Graziano Delrio e Andrea Marcucci, capigruppo del Partito alla Camera e al Senato, di “fare un passo indietro” per lasciare spazio a due donne, la cui elezione egli (bontà sua!) demanda ai gruppi parlamentari. Della “svolta” impressa al suo partito, Letta discute ampiamente su RepTv, l’emittente televisiva del quotidiano La Repubblica, in una conversazione – intervista con Concita De Gregorio che prendeva spunto dal libro Che fine hanno fatto i bambini di Annalisa Cuzzocrea. Nel corso di questa intervista, visibile sul canale YouTube de La Repubblica (https://youtu.be/8h9TknwMAeA), Letta sostiene di aver voluto “alzare un velo su un problema. Quando ho posto la questione della presenza femminile nel PD, son partite tutta una serie di critiche sul fatto che lo faccio per interessi miei, lo faccio per chissà quali giochi o altro” – e la Cuzzocrea, di rincalzo, “per costringere i maschi, quei maschi (il corsivo è mio, a sottolineare l’intenzione posta sulla parola) a passare la palla” -. “Dopodiché” – prosegue il neosegretario del PD – “avendo vissuto fuori, e avendo visto come funziona fuori, in Europa è una precondizione il fatto che ci sia un equilibrio di genere.” Invece, “la squadra del PD”, in cui “le posizioni di vertice sono una decina”, “è fatta tutta di maschi”, perché, quando si tratta di “incarichi monocratici”, a detta del neosegretario del PD entrano in gioco “meccanismi di forza che fanno sì che si finisca sempre su un maschio.” Quindi, per sottolineare un ritardo tutto italiano rispetto alla situazione internazionale, Letta ricorda che ”la Presidente della Commissione europea è una donna: la Presidente della Banca Centrale Europea è una donna; (…) la Direttrice del Fondo Monetario Internazionale è una donna”: se poi si guarda alla Sinistra Europea, Letta cita come “personalità interessanti“ la Sindaca di Parigi Anne Hidalgo e le Ministre spagnole Arancha Gonzalez “Ministra degli Esteri bravissima” e Teresa Ribera, “Ministra della Transizione Ecologica che secondo me è il personaggio, a livello europeo, di riferimento per questi temi. Noi dobbiamo stare dentro questa partita avendo uomini e donne.” Tornando poi sulla questione delle donne capigruppo alla Camera e al Senato, Letta sottolinea che “non si tratta di due donne purchessia. Io sono sicuro che i gruppi sceglieranno sulla base di una selezione e sceglieranno votando e scegliendo (sic!) delle donne che saranno sicuramente di qualità, come lo sono le donne che sono nei gruppi parlamentari del PD.” Letta conclude il suo intervento dicendo di aver voluto anche “dare un forte messaggio in quest’anno di pandemia”, che “ha aumentato le diseguaglianze: le donne sono la parte che si è indebolita in questa pandemia.” Va da sé – e lo dico per sgombrare fin da subito il campo da polemiche sterili e pretestuose – che tutte le disparità di genere vanno abolite, in tutti i settori della vita pubblica e lavorativa. Che, ad esempio, in molte realtà aziendali e imprenditoriali italiane ci siano donne meritevoli che, a parità di incarichi e responsabilità, sono retribuite meno dei loro colleghi uomini, è una stortura che grida vendetta al cospetto di Dio. È una disparità che sicuramente si riverbera anche sullo scenario politico: in Italia, soltanto una donna si trova alla guida di un partito, Giorgia Meloni, vergognosamente bollata come “pesciaiola” da una congrega di pseudointellettuali della Sinistra, a riprova di quanto “femminista” sia quello schieramento (e di che valore abbiano certi stereotipi). Al di là di tutto, però, dopo aver sentito le parole di Enrico Letta, rimane un dubbio, o, per meglio dire, un interrogativo: se egli è davvero convinto di ciò che ha detto, perché, quando la Segreteria Nazionale del PD gli ha chiesto di subentrare a Zingaretti nel ruolo di Segretario del partito, egli non ha risposto invitando a scegliere per quell’incarico una donna, segnando così una discontinuità e una netta svolta rispetto alla tradizione per cui, da Togliatti in poi, alla guida di quello che si dichiara il maggior partito della Sinistra italiana, si sono susseguiti sempre e solo uomini? Il “passo indietro” in favore delle donne lo si pretende sempre e solo dagli altri? Alla luce di questi interrogativi, e del comportamento stesso di Enrico Letta, non si vede per quale motivo Delrio e Marcucci avrebbero il dovere di dare quell’esempio che egli per primo si è rifiutato di dare. In secondo luogo, sembra una banalità ricordarlo, ma in un partito che si definisce “democratico”, dovrebbe essere il merito, non il genere, e nemmeno i proclami dei Segretari, a far emergere le personalità di spicco, uomini o donne che siano. A questa obiezione, però, Enrico Letta sembra rispondere in anticipo quando parla di non meglio precisati “meccanismi di forza” che finiscono sempre per privilegiare gli uomini – anzi i “maschi”, come ama ripetere nel corso dell’intervista – rispetto alle donne: nella politica italiana, egli sembra dire, questi meccanismi inficerebbero la valorizzazione del merito, penalizzando sistematicamente le donne. Tralasciamo pure il fatto che Letta non spieghi quali siano questi “meccanismi di forza” e ammettiamo per un momento che egli abbia ragione: non si può comunque non notare che, calando dall’alto del suo ruolo di Segretario del PD il diktat di avere due donne come capigruppo parlamentari del partito e “invitando” Delrio e Marcucci a “fare un passo indietro” – ovviamente aspettandosi di vedere esaudita la sua “richiesta” – Letta ha fatto ricorso a quegli stessi “meccanismi di forza” che dice di voler combattere. Di più, è il maschio Enrico Letta a decidere che il ruolo di capigruppo parlamentari del suo partito debba essere rivestito da due donne: non riesco a immaginare maschilismo più sfacciato di questo. Quanto poi all’affermazione che la pandemia “ha aumentato le diseguaglianze”, penalizzando ulteriormente le donne, piacerebbe vederla suffragata da qualche prova, da qualche dato: invece, nulla. Insomma, al di là delle nobili enunciazioni di principio, condite dalle immancabili “lucide analisi” che sembrano far parte di una certa tradizione della Sinistra italiana, tra parole e comportamenti sembrano emergere discrepanze che, a voler essere indulgenti, fanno pensare a una battaglia giusta combattuta con le armi sbagliate.  Senza contare che le contestazioni più dure a Letta sono partite proprio dall’interno del PD: “Enrico Letta come altri. Non c’è ragionamento. Da donna, sono offesa dall’utilizzo strumentale del tema parità. Avrei preferito che dicesse che non si fida dei due capigruppo, che non sono i capigruppo che vuole, qualsiasi cosa. Ma NON (sic) che utilizzasse il tema parità a vanvera”. A scrivere queste parole in un tweet è l’emiliana Katia Tarasconi, alla sua seconda legislatura da Consigliere regionale del PD. Se a parlare di “uso strumentale del tema parità” è una donna del PD, che per giunta riveste un incarico istituzionale, risulta davvero difficile non pensare che la richiesta inoltrata a Delrio e Marcucci non sia stata in realtà dettata da altri motivi, quelli indicati per l’appunto dalla signora Tarasconi.