553 utenti hanno letto questo articolo

Sulle orme di Ezra Pound e del poemetto Hugh Selwyn Mauberley (Ovid Press 1920), Paolo Pera prende a sua volta oggi le distanze – condannandolo – dal mondo fittizio in cui si è trovato a vivere, e lo fa in Pietà per l’esistente (Ensemble 2021). Le sue Satire e poesie censurabili, così recita il sottotitolo del libro, sono frutto di una radicale insofferenza: verso l’ipocrisia, verso le illusioni e soprattutto verso la morte, colpevole quest’ultima, fin da quando abbiamo l’uso della ragione, di rodere come un tarlo il concetto stesso di identità personale e la volubile, impalpabile consistenza del sapere. Nella nota introduttiva, l’autore immagina di essere stato rinchiuso negli inferi, dove un esercito di “viventi” inferociti ingaggia uno scontro epico e grottesco con i dannati, impalandoli infine alle porte di Dite… Ecco, da questa fantasticheria prende le mosse la requisitoria di Pera nei confronti dell’esistente, e la sua paradossale pietà, colma di una commiserazione, così si esprime l’autore, al tempo stesso «doverosa, dolorosa, acida e sprezzante». Compongono il volume sette brevi sezioni, in cui risultano spesso reperibili uno o più filamenti tematici che anticipano o prolungano l’eco di una sezione precedente o successiva. Una porosità che comunque non nuoce al quadro d’insieme e contribuisce se mai a rinsaldarlo. Prima di commentare l’oggetto di queste satire vorrei però tentare una risposta – o meglio, formulare un’ipotesi – su quale sia il primum movens dell’officina satirica di Pera. Detto in altri termini: perché il suo tenace accanimento contro l’ipocrisia, le illusioni e la morte? Dura e semplice è la risposta: per lui, Dio e la vita immortale sono solo una favola e dunque, in ultima analisi, nulla trascende l’orizzonte del mondo, covo quest’ultimo di squallidi individui e gruppi intenti a dilaniarsi ad ogni costo. Come osserva Andrea Laiolo nella Postfazione, quella di Pera è una «poesia dell’immanente», ma veicolata da un «nichilismo sincero e sofferto». Che abisso la separa dal manierismo nichilistico di tanti scrittori contemporanei, dall’asettico perbenismo dei forgiatori di parole vuote, inerti e sepolte prima ancora di venir stampate! Pera si avvale di uno stile piano e conversevole che si rivela assai funzionale ai suoi intenti espressivi: mordere compatendo, ridere ma con il cuore che sanguina. In Pietà per l’esistente, un ragguardevole spazio viene dedicato alla diatriba religiosa. Gli strali satirici del poeta à la Voltaire fanno dapprima mostra di sé nelle strofe delle Pasquinate, violente, feroci, impietose, tra le quali spicca Sentirsi cristiani («Salvare le anime nere / Che affogano lì nel deserto, / Sulle parole di papa Francesco: / “Aprite il vostro portone / Ad ogni migrante che bussa, / È Cristo che manda / Messaggi d’amore / Insieme a un po’ di ressa”»). Gli “oltraggi” al Cattolicesimo proseguono nelle sezioni Vangelo secondo l’asino e Ampio senso religioso. Ho utilizzato le virgolette poiché non sussiste a mio avviso, nonostante le apparenze, una reale intenzione di vilipendere, ma piuttosto un disperato bisogno di deridere-compatire la propria incredulità e la pochezza della cultura antireligiosa attuale. Come un volgare sberleffo che improvvisassimo allo specchio, sghignazzando davanti a noi stessi. Inoltre – lo chiariscono i versi de Il vero volto di Cristo –, l’insegnamento e perfino la prassi liturgica cattolica si sono ormai ridotti a sterili echi dell’antica fede. A tal punto, dice il poeta rivolgendosi a Cristo, che «Anche a te le parole sanno mancare». Due ulteriori sezioni mantengono l’obiettivo fisso sulle pecche del nostro presente: la quinta, in particolare, si concentra sui vaniloqui intorno alla recente epidemia da Coronavirus (Cara nostra Peste) e alle stolte vessazioni che ne sono conseguite, per cui la vena satirica si tinge di tragedia: «La ragione era andata a male: / Il torto era la verità ufficiale»; mentre nella settima sezione (La bruttezza desiderata) campeggiano alcune invettive magistrali contro la mania dei tatuaggi e del piercing. Si considerino, in tal senso, gli ottonari de L’idiozia che vi muove: «Siete come l’uva spina, / Con la barba e le puntine / Che vi sbucano dai pori. / […] Io v’incolpo d’idiozia / E mi date del fascista, / Perché è reazionario / Mantener la pelle in vista». Notevole altresì un componimento come Femen, che ritrae una sacrilega sceneggiata, realmente avvenuta, e un altro sulla ricerca ossessiva della magrezza (L’estetica del manichino). Lettera a un immigrazionista, quasi a chiusura della sezione e del libro, riprende la querelle circa l’atteggiamento irenico e in fin dei conti autocastratorio che si annida nella dottrina sociale di papa Francesco e dei suoi seguaci, fautori dell’immigrazione ad oltranza, dottrina connessa a mio avviso a un’altra, molto in voga, che invita a flagellarsi per le colpe, vere o presunte, commesse dai nostri avi. «Io sono inquieto, e tu / Mi pari leggero e deliziato; / Eppure guardi un panorama desolato!»: una sorta di parafrasi in versi di Roger Scruton (si veda ad esempio il libro-intervista Il suicidio dell’Occidente, Le Lettere 2010). Rispetto alle altre, la prima e la sesta sezione appaiono ibride per la varietà dei temi. Scanzonate e ricomposte, la prima, si apre con la potente allegoria de La morte sul triciclo. Scrive Laiolo nella citata Postfazione: «la morte ci viene presentata sì nel suo connotante nero ma sul triciclo, […] avvicinandola per parlarle, il poeta comprende “la sofferenza che cela” Qui scatta l’ironia verso sé stesso: come un grintoso bambino messo sulle difensive, la morte estrae il repellente per cacciare l’aggressore speculativo, il quale vorrebbe indagarne il mistero ultimo, ma resta accecato e si domanda se la morte non sia in realtà questa cecità, cioè il non sapere». Segue quindi un componimento in cui è satireggiata l’idolatria per gli animali, vano surrogato dell’amore di Dio (Fortunato, il tedesco). È poi la volta di una raffigurazione efficacissima della stolida crudeltà di certe «pulzelle», certe «bianche pavonesse» che costringono «[…] l’inetto / A strapparsi il cuore dal petto, / Per darlo in dote» (Il seme comincia a puzzare). Un implacabile persecutore – forse il rovello stesso del pensiero? – riduce l’io come Il cane alla catena, lo prende a calci; e lui, la vittima, reagisce così: «[…] nella mia diplomazia, / Non ho sentito mai / Il dovere di pervertirmi / In una ribellione». Ma cos’è in fondo un uomo, il suo corpo, se non «merda rivestita di pelle», come leggiamo altrove? In Ablazioni teoretiche, la sesta sezione, ritorna la sacrosanta polemica sull’illusione imperante che mira ad appiattire l’arte (ogni arte) sul selciato scabro della «libera espressione». La creatività, ammesso che se ne sia provvisti, necessita invece dei severi «maestri di cesoie» e di ricerca, studio assiduo e fatica. Pera è consapevole di gridare nel deserto, e ciò lo rende ancor più reattivo. Ma occupiamoci di un testo fondamentale sia per comprendere i presupposti della presente raccolta, sia in generale tutto il lavoro del poeta canalese: Riappropriarsi del nulla. Intenso autoritratto filosofico e psicologico, questa poesia, che potremmo ribattezzare Il pendolo di Pera, evoca la perpetua e frustrante altalena tra la prospettiva materialistica (il «divenire») e quella in senso lato spiritualistica («L’Essere quale stabilità»). La prima prospettiva lo riempie di tormento, lo «dilania e decompone», mentre la seconda lo inchioda ugualmente all’angoscia, poiché egli, non disponendo di prove che ne dimostrino la verità, si sente in dovere di negarla. «Oscillo, come un ciondolo perenne, / Tra ciò che ignoro e quanto temo». È la stessa aporia che si annida nell’etica. Da un punto di vista materialistico, il bene appare sconfitto in partenza: a causa però di un Dio assente o per il fatto che, avendolo negato, non resta da scegliere che il materialismo? Seguono due ulteriori poesie filosofiche, altrettanto degne d’attenzione. In Berkeley visita l’anziano Malebranche, il nostro autore immagina un arguto dialogo fra il pensatore irlandese e il teorico dell’occasionalismo, morto nell’ottobre del 1715 poco dopo il loro incontro a Parigi, di cui alcuni storici peraltro dubitano. Pera si diverte da par suo a mettere in scena la ritrosia di Malebranche – accentuata dall’età – e la smania, da parte di Berkeley, di esporre il suo sistema filosofico al grande e venerato maestro. Giriamo la pagina ed ecco un componimento che in soli quattro versi sintetizza la dottrina solipsistica (e paradossale) dell’esse est percipi: «Ognuno prende esistenza / Solamente in mia presenza, / Altrimenti stan nel buio / Aspettando la chiamata» (Parola del vescovo Berkeley). E se qui proprio Dio parlasse e noi iniziassimo ad esistere, nel senso pieno del termine, unicamente grazie a lui, alla sua ineffabile presenza? Non aggiungo altro, per non irritare i due illustri filosofi, né Paolo Pera. Sempre nella quinta sezione, una nota di pungente ironia filosofica induce il poeta a trarre una conclusione molto simile a quella di Ludovico Ariosto nella III Satira, v. 65, dove dichiarava di preferire di gran lunga i viaggi «in su le carte»: «Mobilitar le proprie membra, / […] Per veder cose tanto incerte?» (Il mondo non esiste). Prima che termini la nostra esplorazione, o meglio questo andirivieni fra le pagine di Pietà per l’esistente, un cenno alla poesia con cui si conclude il libro, intitolata Il compassionevole, dove Pera salda il discorso satirico circa il mondo a quello rivolto a se stesso, accomunati dalla commiserazione del poeta, tanto per ciò che lo attornia quanto dell’io che lo abita, «Paziente e pure dottore, / Ma solo in filosofia».