In ricordo di Sergio Ramelli, di Paolo Vieta
Ad oltre cinquant’anni di distanza la triste vicenda di Sergio Ramelli non è ancora stata metabolizzata dalla società italiana. È un pezzo della storia di questo paese che è bene ricordare, consegnandolo al passato e senza strumentalizzazioni, nell’ottica di costruire una memoria storica, per voltare pagina ed andare avanti, con la speranza che simili eventi e, soprattutto, un simile clima di odio politico non si ripresentino mai più. La documentazione più completa, cui farò riferimento è: Sergio Ramelli. Una storia che fa ancora paura. di Guido Giraudo, Andrea Arbizzoni, Giovanni Buttini, Francesco Gallo, Paolo Severgnini, 1997 Effelle Edizioni Milano; X edizione, 2024 Idrovolante edizioni, Roma.
Il 13 marzo 1975, sotto la propria abitazione, curvo a legare il motorino, Sergio Ramelli è aggredito da un commando paramilitare (servizio d’ordine) di Avanguardia Operaia composto da studenti di medicina che gli sfondano il cranio con chiavi inglesi, lasciandolo esanime. Dopo quarantasette giorni di agonia, la sua morte è salutata come una liberazione con un fragoroso, terribile applauso scatenato dal settore del pubblico, quando venne data in Consiglio Comunale la notizia (pag. 170) a Milano.
L’azione non è stata casuale, né una reazione ad attacchi da parte di Sergio o di altri esponenti del MSI. Avviene bensì in clima di odio e di intolleranza, scatenata ed accresciuta dal Movimento Studentesco, in ottemperanza al mantra dell’antifascismo militante, ossia all’intimidazione, alla vessazione, fino all’eliminazione fisica di chiunque non chini la testa al pensiero unico di questi pessimi maestri. La vicenda inizia, ed è significativa del clima, con un gruppo di Avanguardia Operaia che, all’interno dell’Istituto Molinari che Ramelli frequenta, sottrae un tema che ha scritto, sulle Brigate Rosse, lo affigge pubblicamente e, su quella base, lo costringe a subire un “processo politico” in assemblea che lo condanna a lasciare la scuola. Nella totale assenza di preside e docenti, in una scuola pubblica italiana: è evidente che, come conseguenza del ’68, siamo totalmente al di fuori delle garanzie costituzionali. D’altro canto, si sa: le leggi si applicano ai nemici e si interpretano agli amici, Costituzione inclusa. Questi sono gli anni che Mario Capanna ha definito formidabili: sicuramente per la sua carriera politica e per il suo tornaconto personale. Per gli altri restano anni cupi di paura e di prevaricazione da parte di un congruo numero di esaltati ideologici. Per farsi un’idea del clima di fanatismo, in cui chiunque può essere bersaglio, si può leggere Lo scherzo di Milan Kundera (1967).
Sergio diventa quindi noto per essere un fascista, in un ambiente, esaltato continuamente dalla stampa, in cui uccidere un fascista non è un reato. Con il pretesto che siano stati loro (i ragazzi del Msi?) a creare la strategia della tensione, mettendo le bombe da Piazza Fontana in poi.
Contestualmente, organizzazioni come Avanguardia Operaria o Lotta Continua, si danno una struttura operativa paramilitare, con tanto di manuali di istruzione Note per la formazione di unità operative plotoni (pag. 48) finalizzata a picchiare poliziotti ed a stendere fascisti. Una copia è sequestrata nel febbraio 1974, ma giudici pavidi o compiacenti scagionarono addirittura in fase istruttoria, i responsabili di Avanguardia Operaia che erano stati trovati con questo materiale (pag. 50). A Città studi, non distante dall’abitazione di Ramelli, si costituiscono vari gruppi di servizio d’ordine, in altrettante facoltà, tra cui medicina. Per dimostrare a sé stessi di essere dei veri ometti e non solo degli strilloni d’assemblea, necessitano di una vera azione, di una sorta di battesimo del fuoco, di viatico verso l’età adulta. Il nome di Sergio Ramelli, con foto identificativa, viene offerto, a questo scopo, da un suo compagno di classe, Roberto Grassi, poi suicidatosi nel 1981. Vicenda, quella della segnalazione, che ricorda l’allieva (poi deputata all’Assemblea Costituente) che indicò Giovanni Gentile ai Gap assassini perché potessero identificarlo prima di ucciderlo a sangue freddo.
Il clima di intimidazione e violenza, creato da questi autoproclamatisi eroi, è continuo e non risparmia nessuno, professori inclusi. È studiato a tavolino come un crescendo di false accuse, diffamazioni, intimidazioni, schedatura degli avversari politici, veri o presunti, pressioni psicologiche, con la vile complicità di una folla ululante, continue aggressioni, per sfociare in una cieca, furiosa violenza.
Quelli che aggrediscono Ramelli e lo lasciano in fin di vita sull’asfalto sono studenti di medicina che dovrebbero essere ben consapevoli dei danni mortali che le loro armi, chiavi inglesi, provocano.
A questa ira funesta degli anni ’70, fa seguito addirittura l’occupazione di strutture ospedaliere come il Policlinico di Milano (pag. 72) con il presidio delle cucine ed i picchetti che impediscono ai visitatori di portare conforto alle vittime della violenza rossa, con la complicità di non pochi infermieri, secondo l’autoassoluzione che per fare la rivoluzione il popolo doveva soffrire.
In quel contesto, la morte di Sergio avviene per polmonite bilaterale dopo 47 giorni di agonia il 29 aprile 1975. Da sottolineare l’appoggio indiscusso di parte della stampa, a giustificare la violenza (che sarebbe per definizione anticostituzionale), Sappiamo bene che la battaglia antifascista può anche essere – e di fatto in Italia lo è stata – una battaglia violenta […] violenza che voleva riscattare l’uomo, violenza che lotta per la libertà (l’Unità, 30 aprile 1975). Dopo neanche quattro anni il padre morirà di crepacuore.
Per dieci anni la giustizia non è in grado, o non si sforza molto, di trovare i colpevoli, lasciandosi “depistare” da un’azione studiata a tavolino dai vertici stessi di Avanguardia Operaia (Giraudo, op. cit. pag. 105-106) che hanno messo in giro voci su responsabilità altrui, poi rivelatisi estranei. Nel 1985 è cambiato il clima politico, Milano è diventata da bere, l’Urss vacilla in Afghanistan ed è prossima alla sua dissoluzione, anticipata dalla perestrojka di Gorbaciov. Alcuni pentiti bergamaschi fanno il nome di Colombelli Brunella, quale ex militante di Avanguardia Operaia e persona informata sui fatti. Interrogata, rivela i nomi consentendo l’arresto ed il processo ai componenti del gruppo.
Processo difficile, perché la propaganda rossa, ben lungi da qualsiasi pentimento, continua a difendere e giustificare la violenza della propria partigianeria politica, con la solita tiritera dell’antifascismo che dovrebbe scagionare i fascisti rossi. Gad Lerner (ex di Lotta Continua): «Si è trattato di una prolungata fase di violazione generalizzata della legalità, praticata alla luce del sole parte di svariate migliaia di giovani e tollerata dalle istituzioni». Per questo, per la «dimensione sociale» del fenomeno e per l’«eccezionalità» di quella situazione, a Lerner pare politicamente «giusto rivendicare la non punibilità per le violenza giovanili di allora» (Giraudo, op. cit. pag. 130). Capanna: «La mobilitazione antifascista di quegli anni è troppo importante per poter essere lasciata stravolgere da un’inchiesta giudiziaria» (Giraudo, op. cit. pag. 131). La violenza al di sopra della legge, dunque, e della Costituzione. Il processo invece si tiene e le testimonianze che emergono lasciano di stucco: chi dopo un decennio si dichiara pentito, aveva in seguito partecipato ad altri assalti tra cui quello al bar Porto di Classe. Il Pubblico Ministero descrive gli imputati come persone «la cui testa non ragionava più perché un giorno decisero di conferirla all’organizzazione che pensava e decideva per loro» (Giraudo, op. cit. pag. 143). Un particolare colpisce ancora oggi: il Presidente della Corte fa portare in aula un esemplare di chiave inglese Hazet 36, di fronte al quale l’imputato Costa si difende così «Non è la mia… la mia era una Beta 35, più corta di tre centimetri e più leggera». In aula c’è stato un lungo attimo di silenzio. Il presidente ha scosso il capo ed ha riposto l’arnese sul tavolo (Giraudo, op. cit. pag. 162). Gli imputati sono condannati, con pene ridotte in appello, anche per le richieste dell’avvocato di parte civile Ignazio La Russa (oggi Presidente del Senato) di considerare il reato di omicidio volontario “con dolo eventuale”, con il desiderio di volere «giustizia, non vendetta» (Giraudo, op. cit. pag. 191).
Allargando il campo all’intero periodo di questa seconda guerra civile italiana, dal 1969 al 1984 i variegati gruppi comunisti hanno massacrato nientemeno che 149 persone. I morti causati dall’estremismo di destra sono stati 26. Ci sono anche 50 italiani rimasti vittime del terrorismo internazionale (soprattutto palestinese) (Giraudo, op. cit. pag. 201). Molti dei militanti di sinistra che hanno perso la vita sono stati colpiti nel corso di scontri di piazza o mentre stavano perpetrando aggressioni. 21 sono i militanti Msi, perlopiù giovanissimi, assassinati in questa guerra. In soli due casi quelli relativi agli omicidi di Carlo Falvella e di Sergio Ramelli, gli assassini hanno scontato la pena inflitta con sentenza definitiva (Giraudo, op. cit. pag. 204). Spezzando così il clima di impunità e connivenza creatosi tra l’estremismo rosso, i loro referenti politici, i loro sostenitori sui giornali.
Per questo la storia di Sergio Ramelli fa ancora paura.



