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La mitologia ci accompagna, sin dai banchi di scuola, per il corso della nostra vita, la ritroviamo infatti non solo nelle opere d’arte e nei teatri, ma nella quotidianità più spicciola, dai nomi dei pianeti a quelli dei giorni della settimana. La profondità psicologica, la difficoltà delle situazioni, con l’aggiunta dell’elemento fantastico ne fanno un fatto universale che trascende la società che l’ha prodotta per entrare nell’immaginario collettivo e tramandarsi per generazioni. Assistendo ad una Medea al Teatro Carcano, alcuni anni fa, colsi il disappunto di alcune ragazze sedute dietro di me, a fronte di una ambientazione non realistica. Affermare «Questi non sono antichi greci.» è sicuramente veritiero ed è proprio questo il punto: a chi interessano gli affanni quotidiani di un qualche pescatore cui è affondata la barca duemilacinquecento anni fa? O le tribolazioni di qualche vasaio che ha inavvertitamente frantumato il suo lavoro? Chi non ha abbastanza problemi propri, da dover andare a teatro a caricarsi di quelli altrui? Se lo facciamo è perché il dramma non è di qualche antico greco, ma è universale; l’impulso di uccidere i figli per vendicare il tradimento del compagno (Medea), quello di uccidere il padre e giacere con la madre (Edipo), o di vendicare il padre uccidendo madre amante (Oreste), sono senza tempo e senza luogo e fanno parte del nostro io più profondo. Solo una visione superficiale si ferma a giudicare il realismo dell’allestimento. Ricordo una Lady Macbeth cubista al Carignano, l’Hamlet ottocentesco di Kenneth Branagh, il Romeo + Giulietta di Baz Luhrmann, la Traviata minimalista con Anna Netrebko ad Innsbruck, la Boheme al Teatro Regio di Torino nel 1996, in occasione del centenario, che poteva sembrare ambientata realisticamente nel 1830, ma non lo era affatto, si riferiva invece al 1896, l’anno della prima assoluta, di cui celebrava la ricorrenza. Sono molte infatti le epoche che ci hanno lasciato una mitologia, al di là di quella classica greco-romana. Permeano l’immaginario collettivo personaggi danteschi, eroi cavallereschi o romantici, re shakespeariani, tenori innamorati in drammi lirici, protagoniste di romanzi di fine ottocento. In tutti i casi, una caratteristica essenziale è stata la popolarità. In questi tempi bui, siamo portati a pensare che la cultura sia appannaggio dei pochi che se la possono permettere o che abbiano un qualche perverso desiderio di struggersi, invece di indulgere in un facile edonismo. La tragedia greca era, invece, popolare, tutta la polis partecipava al dramma; così come popolare era l’opera, tutte le classi sociali andavano a teatro, pur con le debite differenze di ceto e di censo: chi non poteva permettersi di meglio assisteva dal loggione, ma era ben presente. Lo stesso Manzoni, grande poeta, sceglie per I promessi sposi la popolare forma del romanzo, nata come feuilleton; è come se oggi un regista affermato mettesse la propria autorialità in una soap opera per trarne il proprio capolavoro. A questo punto sorge spontanea una domanda: la nostra epoca sta producendo una propria mitologia? Qualcosa che permei l’immaginario collettivo, si carichi di significato universale, trascenda il successo temporaneo, estendendosi oltre la generazione che l’ha prodotta? Viviamo in un’epoca vorticosa, di successi effimeri, in cui si sta realizzando la previsione di Andy Warhol sul quarto d’ora di celebrità; cionondimeno prendo in considerazione due saghe che a decenni dalla loro pubblicazione continuano ad affascinare milioni di spettatori e lettori in tutto il mondo: Il Signore degli Anelli e Guerre Stellari. Per confronto, ne affianco un‘altra più recente che non ha ancora oltrepassato la sua generazione, ma che presenta alcuni spunti interessanti: Harry Potter. Di queste consideriamo il prodotto cinematografico, di gran lunga il genere narrativo più popolare della nostra epoca. Più interessante chiedersi quale sia il denominatore comune della nostra epoca: per spiegarlo prendiamo in prestito un concetto di Storia delle Relazioni Internazionali. Chi ha studiato l’epoca moderna, si è reso conto che, ogni cento anni circa, una guerra di vasta portata coinvolge le potenze dominanti, rompendo gli equilibri in essere e creandone di nuovi, a vantaggio di alcuni ed a danno di altri. Ne ha così astratto un paradigma: sono le Guerre Costituenti a segnare l’inizio di un periodo relativamente tranquillo di stabilità ed equilibrio, durante il quale alcune potenze declinano, a fronte di altre emergenti che si imporranno dopo una nuova Guerra Costituente. Ai suoi albori, il XX aveva le premesse per diventare il grande secolo tedesco, ma alla conclusione della II Guerra Mondiale, guerra costituente, emersero le due superpotenze Usa ed Urss. Quindi, la nostra è l’Epoca Antinazista, così come la Restaurazione fu un’epoca antinapoleonica. Non stupisce affatto che tutte le saghe mitologiche che stiamo producendo abbiano come protagonisti eroi che si battono contro epigoni di Hitler. Tutti gli antagonisti, Sauron, l’Imperatore, Voldemort e non solo, richiamano in modo esplicito l’idea di un potere assoluto, malvagio, accentrato nelle mani di uno solo che si circonda di servi che tratta con disprezzo, che non si fa scrupoli a trucidare chiunque gli si opponga, allo scopo di persegue un’ideale di ordine e di purezza. Le schiere dei nemici da sconfiggere non sono di soldati umani, avversari da combattere, ma con rispetto cavalleresco, nella consapevolezza di una futura convivenza pacifica; sono orde di numeri spersonalizzati da annientare fino all’ultimo: non ci può essere convivenza con gli orchi. La massima espressione di questo concetto è l’esercito dei cloni dell’Impero Galattico: non è nemmeno necessario inculcare loro l’omologazione e la fedeltà all’ideale organicistico, attraverso un rigido addestramento, sono già così nel momento in cui vengono clonati dall’originale. I richiami sono evidenti anche dal punto di vista iconografico, chi ha girato le grandi scene di massa aveva ben chiare quelle del Trionfo della volontà di Leni Riefenstahl 1935. Così come chi ha costruito le scenografie della Capitol City di Hunger Games 2012 si è dichiaratamente ispirato all’architettura nazista.

Descrizione: Triumph of the Will | Facing History and Ourselves

Hitler parla al raduno del partito a Norimberga, 1934.        Il Signore degli Anelli Saruman parla all’esercito di Uruk-hai.

La realtà supera, di gran lunga, la fantasia; Hitler aveva a disposizione ben più SA di quante comparse il budget potesse consentire a Peter Jackson.

Tolkien, professore di letteratura ad Oxford, scrisse la trilogia del Signore degli Anelli nel 1955 il cui tema principale è la difesa del libero mondo degli uomini, dalle bramosie di conquista del Signore degli orchi che raduna gli eserciti ad est ed è pronto a scagliarli su Gondor, per poi invadere la Terra di Mezzo. Nel momento in cui gli elfi stanno lasciando il continente, per evitare un’era di orchi, gli uomini devono trovare la forza di mettere da parte le rivalità ed allearsi tra loro e con le altre creature in pericolo. Ma i solchi da colmare sono profondi; Theoden Re di Rohan, svegliatosi dal torpore di un incantesimo, rendendosi conto che il regno è in pericolo, già vittima di scorribande nemiche, decide di ritirare le sue forze nell’inespugnabile fortezza del Fosso di Helm, rifiutando uno scontro in campo aperto. Gandalf ed Aragorn lo spronano invece all’azione, la risposta è «Non voglio rischiare una guerra aperta.», «La guerra incombe, che tu la rischi o no!». Siamo alla conferenza di Monaco del 1938. Churchill avrebbe tranquillamente potuto dire le stesse parole a Chamberlain. Poco dopo, alla minaccia di un esercito di diecimila uomini; Aragorn lo sprona a chiedere aiuto al Regno di Gondor, ma la risposta è sconsolata: «Le antiche alleanze sono morte. Dov’era Gondor quando cadeva l’Ovestfalda? Dov’era Gondor quando i nostri nemici ci hanno circondato? Noi siamo soli!». È l’ultima ora. Il 23 agosto 1939 è siglato il Patto Ribbentrop-Molotov, la Triplice Intesa che, a fatica, aveva vinto la Prima Guerra Mondiale è morta. Il 1° settembre inizia la guerra, la sorte della Polonia è segnata, i francesi si trincerano dietro la Linea Maginot: non basterà a salvarli. In Star Wars i riferimenti al nazismo sono ancora più espliciti. L’episodio due La guerra dei cloni richiama fedelmente i passaggi della salita al potere di Mussolini e di Hitler. Per questo è considerato noiosetto dai fan delle spade laser: troppa politica e pochi combattimenti. Il senatore Palpatine rappresenta il pianeta Naboo, minacciato dall’attacco di un esercito di droni, condotto dalla rivale Federazione dei Mercanti. È però lo stesso Palpatine, nella veste segreta di Signore dei Sith, a costringere i Mercanti a quella guerra. Il conflitto è portato al cospetto del Senato della Repubblica, un’assemblea disfunzionale e burocratica in cui il Cancelliere Valorum non riesce ad imporsi ed a difendere il pianeta aggredito. Non sarà difficile per Palpatine convincere il Senato a sfiduciare Valorum, prenderne il posto, farsi attribuire pieni poteri, per risolvere la situazione, e vincere la guerra che ha creato. Alla Regina di Naboo, Amidala, non resta che commentare amaramente: «Così muore la democrazia, tra scrosci di applausi!». Mussolini ottiene il governo all’indomani della Marcia su Roma ed i pieni poteri, per porre fine a quei disordini che lo squadrismo ha contribuito a creare. Hitler fa incendiare il Reichstag il 27 febbraio 1933, una settimana prima delle elezioni, incolpando un militante comunista, quindi ne mette al bando il partito, vince le elezioni, scatena una repressione e si fa dare i pieni poteri per riportare l’ordine. Successivamente accentra le altre cariche e trasforma la Repubblica di Weimar in uno stato totalitario centrato su di sé. In entrambi i casi la guerra è esplicita, gli eserciti si muovono in campo aperto, il nemico è inconfondibile, non v’è alcun dubbio su chi siano gli avversari e sul fatto che bisogna combatterli. Non c’è spazio per ambiguità, tradimenti, cambi di fronte. In questo senso, la saga di Harry Potter presenta elementi di originalità. La sua guerra è una guerra civile che strazia e divide le famiglie stesse. Il nemico è occulto, fino alla fine i suoi attacchi sono terroristici: intimidazioni, sparizioni di maghi, attentati. Non è mai chiaro di chi ci si possa fidare e di chi no. Nell’ultimo capitolo I doni del morte, il Ministro della Magia si reca da Harry per farsi ragguagliare circa alcuni oggetti che gli ha lasciato Silente, ma Harry non si fida ed è ostile; il dialogo si conclude bruscamente quando il Ministro lo redarguisce: «It’s time you learn some respect.» «It’s time you earn it.» (trad.: «È ora che tu impari un po’ di rispetto.» «È ora che te lo guadagni.»). In seguito il Ministro si farà uccidere per non rivelare informazioni che possano condurre ad Harry. La saga è degli anni duemila e riflette in pieno la paura del terrorismo, post 11 settembre. Farsene interprete è stata la ragione del suo successo. Cionondimeno anche in questo caso i richiami al nazismo sono espliciti. L’ideale di Voldemort è un mondo in cui i maghi dominino le altre creature, rendendole schiave alle proprie necessità. Inoltre la magia deve essere appannaggio dei soli maghi di sangue puro, chi ha poteri magici, ma è figlio di persone ordinarie, babbani, deve essere bandito dall’insegnamento e cacciato dalla Scuola di Magia e Stregoneria di Hogwards. Il tutto finalizzato alla creazione di un mondo ideale, dominato da esseri superiori, utopia di uno che si vergognava di aver avuto un padre babbano, un’umile origine, come a dire un caporale di Boemia. I richiami al nazismo, nei cattivi della nostra epoca, sono talmente frequenti da essere quasi scontati; persino Lord Farquaad in Shrek 2001 ordina che le creature delle fiabe siano catturate e deportate perché turbano l’ordine e l’armonia della sua Duloc, la perfetta città. Oltre agli espliciti riferimenti storici, la mitologia contemporanea è permeata dei valori fondanti della nostra società. All’organicismo fascista si contrappone l’individualismo liberaldemocratico. Il protagonista combatte in primis per sé stesso, poi per la libertà della società in cui vive. L’happy ending è d’obbligo, l’eroe deve vincere, non è concepibile che si immoli per la causa (epoca nazionalista) o che scelga idealisticamente la morte (epoca romantica). Al più, muore qualche personaggio secondario come Dobby o Boromir. L’individuo è il protagonista e la saga gli è costruita intorno come cammino di formazione, verso l’obiettivo da conseguire. Gli eroi lo perseguono, accompagnati da un mentore che li lascia, prima dello scontro finale, per poi tornare, magari sotto altre spoglie, a congratularsi. Essi sono dei prescelti che devono trovare il coraggio di affrontare il proprio destino, con impegno e sacrificio. Si ripropone il tema irrisolto della tragedia greca: se vi sia libero arbitrio o una predestinazione, in qualche modo deresponsabilizzante. Non c’è dubbio che l’eroe sia messo alla prova e debba superare le proprie esitazioni e paure. Frodo matura via via la consapevolezza che l’impresa richiederà la sua vita, Aragorn deve brandire la spada e combattere per rivendicare il trono di Gondor, Luke Skywalker deve imparare a conoscere la Forza e vincere le facili lusinghe del lato oscuro, Harry Potter deve occultare i propri sentimenti e non lasciarsi sopraffare dallo sconforto per la perdita dei genitori, inoltre anch’egli è pronto all’estremo sacrificio che poi non sarà necessario. In tutti i casi il passaggio all’età adulta è segnato dalla morte del mentore che si immola per consentire la fuga o dare maggiori possibilità al pupillo: l’eroe, ritrovandosi così solo ed incerto, può realizzare sé stesso portando a termine la missione. Obi-Wan Kenobi affronta Darth Vader, ne è sconfitto, ma sublimandosi nella Forza riuscirà ad apparire come fantasma e confortare Luke nei momenti più difficili. Gandalf il Grigio precipita nell’abisso portando con sé il Balrog, dopo averlo sconfitto potrà tornare accresciuto in saggezza e potenza come Gandalf il Bianco. Albus Silente, la cui sorte è già segnata, si fa uccidere da Piton, per fare in modo che la sua potente bacchetta sia ereditata da Harry Potter e non dai suoi nemici. Nell’Epoca Antinazista è l’individuo, ad essere al centro della mitologia, e in quanto tale il tema più profondo che accomuna nelle tre saghe, sia i protagonisti, sia gli antagonisti, è quello della ricerca dell’immortalità. Non c’è solo la lotta per il potere e il dominio, contro l’afflato per la libertà e la tolleranza, c’è il tentativo di andare oltre la morte. La padronanza della Forza che caratterizza i Jedi ne allunga enormemente la vita, così come il possesso dell’Anello del Potere. Frodo, giunto all’ultimo istante, sull’orlo della voragine di Monte Fato, fallisce la sua missione, il suo cuore cede, ci ripensa e decide di tenere l’anello per sé, come Isildur prima di lui; così come Orfeo non resiste e si volta, condannando Euricide. Qui prevale la predestinazione, travestita da casualità: Gollum gli trancia il dito per impossessarsene, quindi sprofonda nell’abisso. Lo stesso Gollum di cui Frodo aveva avuto pietà perché capiva, condividendolo, il tormento che l’anello gli dava. Nella saga del maghetto il tema è ancora più centrale. Non solo Voldemort ha lacerato la propria anima in sette parti, commettendo altrettanti omicidi, per poterle occultare in oggetti ed essere resuscitato altrettante volte. Anche Silente ha trascorso la vita a cercare i Doni della Morte, mantello, pietra e bacchetta che consentono di sfuggirle, prolungando la propria esistenza. Sarà invece Harry a spezzare la bacchetta, rinunciando al potere e scegliendo una vita normale con famiglia e figli. Nonostante le leggendarie imprese, alla umana vita mortale non si sfugge, non esiste un Ercole che assurge all’Olimpo e diventa un dio. In questo senso, personaggio estremamente significativo è Arwen, principessa elfica ed immortale, figlia di Elrond di Granburrone che, disobbedendo al padre, rinuncia alla sua vita eterna, non solo per sposare l’uomo che ama, ma per avere da lui un figlio, consentendogli così di perpetuare la propria stirpe, quella dei Re di Gondor. La procreazione è la vera vittoria contro la morte. Questi sono i tratti essenziali della mitologia della nostra epoca che, originata dalla sconfitta del nazionalsocialismo, continua a perpetuarne il ricordo in quanto nemico. Essa pone l’individuo-eroe al centro dell’azione, con le sue debolezze e paure, ad affrontare e superare le sfide fino all’immancabile successo. L’esasperazione, poi, dell’individualismo pone l’eroe di fronte al desiderio di andare oltre la morte, ma a questo non c’è soluzione. Come per le mitologie che l’hanno preceduta, la vicenda prescinde dall’ambientazione in cui si colloca: che sia un mondo segreto di maghi, un continente fantasy o una galassia lontana lontana, i suoi valori sono universali, senza tempo e senza luogo, perché insiti nella natura umana.