1,852 utenti hanno letto questo articolo

Capita di leggere, oramai da mesi, di reddito di cittadinanza finito nelle mani di mafiosi, ‘ndranghetisti, capi di bande rom dediti ai furti d’auto, consorti tutt’altro che bisognose di capimafia in carcere.

Già molte erano le perplessità tanto dell’allora opposizione oggi al governo, quanto quelle della sponda verde allora al governo ed oggi all’opposizione… perplessità di questi tempi ancora più fondate, a causa dell’uso spesso improprio dell’istituto.

Per queste ragioni, mi piacerebbe, sommariamente, cercare di dare una connotazione al reddito di cittadinanza d’italica fattura paragonandolo a provvedimenti similari concessi, ovvero negati o rifiutati, in alcuni altri paesi europei, per poi provare a tirare le somme dopo un anno scarso dall’introduzione dell’istituto in Italia.

Istituti simili sono presenti, che io ricordi, in Germania, Francia, Olanda, Danimarca, Belgio. Al contrario si è dimostrata sfavorevole all’applicazione la Svizzera, per la quale vorrei fare un discorso a parte, considerate, in tale nazione, le clamorose differenze di applicazione del concetto di democrazia rispetto al nostro paese.

In Germania esistono numerosi sussidi rivolti a chi, in situazione di bisogno ACCERTATA, richieda aiuto per il sostentamento, per il pagamento dell’affitto, per il riscaldamento, e per altri motivi ancora. Tuttavia, il permanere dell’aiuto è subordinato ad un controllo semestrale che accerti la permanenza dei requisiti. Requisiti che si perdono in caso di rifiuto a proposta di lavoro congrua.

In Danimarca, il cosiddetto Kontanthjaep, è concesso a coloro che abbiano compiuto 25 anni e siano alla ricerca di un lavoro, subordinato all’assenza di rifiuto a proposte di lavoro attinenti al profilo del beneficiario, ed al controllo circa la reale attività di ricerca di un’occupazione.

In Francia non esiste un vero e proprio reddito di cittadinanza, bensì un aiuto trimestrale a chi sia in cerca di lavoro, rinnovabile, ma ridotto nel caso di ottenimento di un reddito minimo. Il richiedente DEVE dimostrare di essere effettivamente da tempo inutilmente alla ricerca di un lavoro.

In Belgio, viene concesso un assegno di reddito variabile a seconda dello status familiare del richiedente, che viene assistito/controllato da un “assistente statale”. Anche in questo caso sono previsti controlli che ravvisino la permanenza dei requisiti.

Abbiamo parlato, in generale di nazioni economicamente più solide della nostra (aiuti covid alla popolazione docent).

In Italia viene invece concesso il cosiddetto reddito di cittadinanza “non incondizionato”, come quello proposto e poi bocciato con referendum nel 2016 in Svizzera, ma sottoposto a condizioni per così dire… all’italiana, ovvero subordinato all’obbligo di seguire un “percorso personalizzato di inserimento lavorativo e di inclusione sociale”, condizione che vuole dire tutto e vuole dire niente. Tant’è vero che lo stanno tranquillamente percependo, oltre i pochi che effettivamente lo meritano, i soggetti sovraelencati. Spesso, quando va bene, chi lavora già in nero, senza pagare le tasse, e grazie alle tasse pagate dagli altri; altrimenti i già citati capi rom, o mammasantissima ed affini.

Ma cosa differenzia il nostro istituto di sostegno da quelli testè citati? I controlli. Effettivi e severi in Europa, inesistenti o risibili da noi. Con enorme sperpero di denaro pubblico oggi quantomai da centellinare in interventi mirati alla ripresa economica. I casi denunciati sui giornali rappresentano solo la punta dell’iceberg, quella più evidente, di una montagna di soldi spesi male e finiti nelle tasche sbagliate. Qualcuno si è mai domandato come oggi, ai tempi del coronavirus, molti premier europei si siano espressi con termini contrari ad elargizioni di denaro all’Italia senza che sia previsto un controllo su come verrà speso?

In effetti, l’assistenzialismo becero è sempre stato il cavallo di battaglia di molti politici del belpaese alla ricerca di facile consenso. Molti economisti italiani e non, ravvisano il rischio di un paese malato di tale patologia. Il professor Luca Ricolfi, noto economista, vede, forse con una punta di voluta esagerazione, il rischio nell’Italia post-coronavirus della nascita di una “società parassita di massa, popolata da tanti non-produttori che vivranno in condizione di dipendenza dall’assistenzialismo statale”.  Orbene, questa forte affermazione ci porta al momento di prendere in esame la decisione svizzera di non adottare alcun ammortizzatore di tale stampo.

Il rifiuto all’introduzione di una misura similare da parte della popolazione elvetica è stato netto nel referendum del 2016. Il 77% si è espresso con voto sfavorevole. Le ragioni addotte dagli economisti ed emerse nei sondaggi furono chiare, elementari nella loro semplicità. Il reddito di cittadinanza indiscriminato (in Svizzera era stato proposto a tutti coloro sottosoglia nazionale, incondizionatamente per circa 2.500 franchi mensili) è disincentivante. Ovvero disincentiva i giovani ad impegnarsi alla ricerca di un lavoro ed a contribuire alla crescita dell’economia elvetica. Ebbene sì, la crescita dell’economia è il primo principio da salvaguardare in Svizzera, tanto da prevedere l’eliminazione di ogni ostacolo che si frapponga a tale obiettivo. Anche fiscale. Paradigma posto alla base della costituzione è che la fiscalità non deve rappresentare un ostacolo allo sviluppo economico della Confederazione Elvetica. Vallo a spiegare, e soprattutto a far capire agli italici geni che predicano covid-tax, patrimoniali e altre idiozie volte invece a frenare ulteriormente il nostro paralitico sviluppo economico. Meglio piangere commossi per la regolarizzazione dei migranti irregolari che proporre a chi gode del reddito di cittadinanza di lavorare temporaneamente nei campi per evitare la marcescenza di migliaia di tonnellate di frutta.

La Svizzera. Piccola realtà tra i monti, un popolo ritenuto chiuso nei suoi rapporti sociali.

Certamente non sarà simpatico come quello italiano, non presenterà figure affascinanti e folkloristiche come i gondolieri di Venezia o come i cantanti di serenate partenopei, ma conosce come si lavora, con governanti che probabilmente sanno come si governa. E ci possono insegnare tanto sulla democrazia, su cosa sia la vera partecipazione popolare al governo della nazione. Basti solo vedere come è gestita la materia referendaria. Ad esempio in ambito fiscale. In terra Elvetica è il popolo che autorizza il governo affinchè questi lo possa tassare… i parametri fiscali sono “costituzionalizzati” e per la loro modifica serve il procedimento di revisione costituzionale con OBBLIGO di referendum popolare. Da noi vige il DIVIETO COSTITUZIONALE dei referendum in materia fiscale e tributaria. Certo, a parziale spiegazione di tale enorme differenza, la triste consapevolezza che un potere popolare così importante debba prevedere una cultura e maturità sociopolitica che ancora non appartiene al nostro popolo…

In Svizzera il procedimento referendario è snello, e viene approvato con la maggioranza dei votanti. Ed in questo modo si accelerano i cambiamenti. In Italia viene approvato il referendum che raccoglie la maggioranza degli aventi diritto al voto. Ovvero immobilismo puro. Una giusta riforma che riguardi chessò io la vecchia legge forense, la voterebbero solo gli avvocati: a chi importerebbe perdere il pomeriggio domenicale al mare, se fai l’idraulico o il salumiere? E così nulla cambia, tranne qualche contentino assistenzialistico, come il reddito di cittadinanza, per tenere buoni gli italiani, e che serve solo a scavare un solco ancora più profondo tra la classe politica e parte produttiva della nazione. Solco tra chi decide e chi subisce. Solco ben racchiuso ed evidenziato in una battuta del grande Alberto Sordi tratta dal film cult “il Marchese del Grillo”, quand’egli, ricco Marchese della Roma papalina viene colto in fragranza di gioco d’azzardo in un’osteria con alcuni popolani e viene prontamente rilasciato, a differenza dei villani subito incarcerati. “Perché? Sembrano domandarsi gli attoniti birbanti. “Perché io sono io, e voi siete un c..zo!”. Vale a dire noi, in questa democrazia fasulla.