Riflessioni sulla strage di Modena, di Pier Franco Quaglieni

Ascoltando i TG e leggendo i giornali, oltre alle dichiarazioni di molti politici e intellettuali, la strage di Modena sembra avere mille cause. L’attentatore di seconda generazione è passato in secondo piano. È la vecchia, stantia vulgata volta a socializzare i fatti che non sono, in primis, responsabilità personale degli individui, ma riflessi di una società inadeguata e incapace di prevenire le deviazioni. È roba vecchia quella del Naturalismo francese di Zola, che non venne ripreso neppure dal Verismo verghiano. Siamo tutti immersi nella brodaglia della sociologia, siamo ancora fermi alla “sbornia sociologica” denunciata da Francesco Compagna prima del ’68 e che fu il preludio della contestazione.

Attribuire ogni colpa alla società significa mitigare le responsabilità, se non assolvere chi commette reati. “Tout comprendre, tout pardonner” di Lev Tolstoj può portare ad aberranti conclusioni perdoniste. Gli unici veri responsabili di reati appaiono oggi, in Italia, i mafiosi. Anche per i terroristi si è trovata la strada della clemenza, se non del perdono.

Il problema dell’integrazione, che non può significare inclusione automatica e universale per tutti gli immigrati, è un problema reale che va affrontato con realismo e senza demagogia di nessun tipo. La tragedia di Modena non deve prestarsi a strumentalizzazioni politiche di alcun genere, non deve avere come obiettivo ultimo una sentenza “esemplare”. Deve però portare a galla il problema mai risolto dalla Legge Basaglia, che si è limitata a chiudere i manicomi senza farsi carico dei malati di mente: non esiste una rete di assistenza e cura di questi malati in Italia.

Senza dare il via a una caccia alle streghe, la strage di Modena deve anche far riflettere sull’integrazione degli immigrati di seconda generazione, in generale, non solo per le diverse maranze più o meno deviate, ma anche in senso più ampio. A volte la cittadinanza, come è accaduto in Francia, non basta. Occorre ben altro e, a volte, nulla è sufficiente per integrare chi identifica la legge religiosa con quella politica e non rinuncerà mai ai propri usi e costumi, anche se incompatibili o addirittura illegali rispetto all’Italia.

Porsi certi problemi significa prevenire e combattere la mala pianta del razzismo e della xenofobia. Il modo lungimirante di affrontare i problemi del Terzo Mondo da parte di Marco Pannella è l’unico che, sulla lunga distanza, si rivela praticabile. Sembrava il più utopistico e invece appare come il più concreto.