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In occasione del centenario della nascita (Cernauti, 23 novembre 1920) e del cinquantenario della morte (Parigi, 20 aprile 1970), la bibliografia italiana riguardante uno dei massimi poeti europei del secondo Novecento si è arricchita di alcuni meritori contributi: Paul Celan, Non separare il no dal sì, traduzioni e cura di Elisa Biagini, Ponte alle Grazie, Milano; Paul Celan, L’antologia italiana, a cura di Dario Borso, Nottetempo, Milano; Dario Borso, Celan in Italia. Storia e critica di una ricezione, Prospero Editore, Novate Milanese (Milano) — recensiti da Luigi Reitani (“Il Sole 24 Ore. Domenica”, 8 novembre 2020); Paul Celan, Microliti, a cura di Dario Borso, Mondadori, Milano — recensito da Matteo Marchesini (“Il Foglio”, 17 novembre 2020). Non si intende qui indugiare sui singoli libri (pur segnalando che Microliti è una raccolta inedita di brevi narrazioni e aforismi composti tra il 1947 e il ’70), quanto piuttosto rispondere a un imperativo, forse prima  morale che estetico o dove l’etica e l’estetica si intrecciano in un nodo non scioglibile,  nel ribadimento della grandezza e della centralità di un’esperienza letteraria di incalcolabile portata e non eludibile incontro per l’uomo còlto (o per l’uomo comunque fornito di coscienza) del nostro tempo. Come dovrebbe essere noto, Celan (il nome è una sorta di rovescio dell’orginario Antschel), nato nella Bucovina settentrionale poi divenuta Romania dopo il dissolvimento dell’impero absburgico e Ucraina dopo il 1945, perse i genitori travolti dalla Shoah e affrontando vicende perigliose e travagliate riuscì  a  trasferirsi a Vienna (dove nel 1948 ebbe una breve ma intensa love story con la scrittrice Ingeborg Bachmann) e a stabilirsi definitivamente a Parigi nel 1950. Inseritosi con notevole presenza e cordiale accoglienza  nel mondo culturale franco-parigino, in relazione con i più importanti circoli letterari d’avanguardia della Germania Federale, insignito di prestigiosi riconoscimenti internazionali, Celan, dal 1952 sposato con la pittrice Gisèle de Lestrange e padre di due figli (il primo morì di pochi giorni), finì col cedere progressivamente  nella lotta con i fantasmi gli incubi le ossessioni del Male e dell’Orrore, annegandosi nella Senna  nella notte tra il 19 e il 20 aprile del 1970. Un preliminare accostamento all’esperienza creativa celaniana —  concretatasi nella pubblicazione di dieci volumi di versi,  postumi gli ultimi tre, senza contare i testi variamente sparsi e gli inediti —  può muovere dal confronto con il famoso aforisma di Theodor Wiesengrund Adorno “scrivere una poesia dopo Auschwitz è un atto di barbarie” (nel saggio “Critica della cultura e della società”, 1949), peraltro successivamente ridefinito e precisato dal filosofo stesso: “Forse dire che dopo Auschwitz non si può più scrivere una poesia è falso: il dolore incessante ha tanto il diritto ad esprimersi quanto il martirizzato di urlare” (in Dialettica negativa, 1966). Celan accetta la sfida, facendo proprio il diritto evocato da Adorno, ma aumenta la posta, con il più impegnativo e brividente dei rischi e con un enorme allargamento di implicazioni umane e culturali: il ricorso alla lingua tedesca, all’idioma cioè dei persecutori, degli assassini (peraltro è del tutto accademico, a cose fatte, e porterebbe troppo lontano chiedersi se avrebbe potuto scrivere in yiddish, o in romeno, o in francese…). E’ pur vero che in ogni verso, in ogni poesia, in ogni libro di Celan c’è Auschwitz, c’è lo Sterminio, c’è  l’Inferno, ma nella vertiginosa e stupefacente inventività verbale/semantica/cognitiva della stilizzazione celaniana c’è infinitamente di più: “I suoi versi non esprimono solo un lutto individuale e collettivo, ma s’interrogano radicalmente sul dopo Auschwitz. Come poter ancora usare una lingua la cui cultura era stata così compromessa con il crimine? Come ripensare la fede e la presenza (o l’assenza) di Dio nel mondo? Come leggere la storia e la stessa natura nel loro reciproco rapporto? Come conciliare il desiderio di conoscenza, l’eros, la ricerca della bellezza, con l’elaborazione della catastrofe? E’ per questa ampiezza e profondità tematica che Celan ha scritto alcune tra le più belle poesie d’amore di lingua tedesca, insieme a testi di straordinaria portata teologica e filosofica” (Luigi Reitani, cit., p. IV). Il poeta (l’artista?) non dà risposte, le domande sono gli argomenti e i temi  della sua ardua e squassante scrittura, dell’ “opera d’arte” nella trasposizione dalla realtà storica — qui nella sua evidenza tenebrosa più profonda e terrifica —  alla sfera dell’estetica — qui  superbamente vincitrice, per prodigiose, forse miracolose, operazioni del paradosso più misterioso e inscrutabile. In Dialettica negativa, tuttavia,Adorno aggiungeva: “Invece non è falsa la questione, meno culturale, se dopo Auschwitz si possa ancora vivere, specialmente lo possa chi vi è sfuggito per caso, e di norma avrebbe dovuto essere lì liquidato […]”. In capo a tale torturante assillo, Celan combattè la sua battaglia, ma al culmine della doppia sfida, con la vita e con l’arte, riuscì vincente solo  nella seconda, con il trionfo del poeta (dell’artista); in quella con la vita, l’uomo dovette in fine arrendersi, la notte tra il 19 e il 20 aprile del 1970, gettandosi nella Senna dal Pont Mirabeau, quello immortalato dalla meravigliosa poesia di Guillaume Apollinaire. Con una scelta ben meditata e precisa,  simbolicamente eloquente e tragicamente abbacinante.

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