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Felice Casorati nasce a Novara nel 1883. Il padre Francesco, ufficiale di carriera, si sposta spesso per lavoro portando con sé la famiglia, fino ad arrivare a Padova, dove Felice si laurea in giurisprudenza. Proprio a Padova si avvicina all’arte, frequentando lo studio di Giovanni Vianello, pittore e decoratore. Nel 1907 partecipa per la prima volta alla Biennale di Venezia con un ritratto della sorella Elvira, Ritratto di signora. Dopo un periodo a Napoli, si sposta a Verona nel 1911, entrando in contatto con il vivace ambiente artistico della città e fondando con altri artisti la rivista La Via Lattea, alla quale collabora con illustrazioni in stile Art nouveau. In questo periodo è particolarmente influenzato dalla Secessione viennese e da Klimt, da cui trae i modi di un sintetismo decorativo e simbolico. Ne Il sogno del melograno, del 1912, riprende dal maestro viennese l’attenzione agli elementi naturali e ai particolari decorativi: una giovane donna, immersa in un profondo sonno su un prato fiorito, sogna. Sopra di lei pendono grossi grappoli di uva nera. Nel soggetto femminile si colgono decorativismi ispirati dalle opere di Gustave Klimt; la sua posizione ricorda, inoltre, le opere dei Preraffaelliti. Con questo dipinto partecipa alla Prima Esposizione Internazionale d’Arte della Secessione a Roma nel 1913. Nel contempo, guarda con attenzione anche a Cézanne, da cui apprende a costruire il quadro per strutture volumetriche, e ai metafisici, con cui condivide atmosfere di malinconica solitudine; inizia a interagire in maniera proficua con i principali critici e collezionisti del suo tempo (da Piero Gobetti a Lionello Venturi, da Antonio Casella a Riccardo Gualino).

Tra questi, stringe una proficua amicizia con Riccardo Gualino, che gli commissiona diverse opere (tra cui la decorazione del suo teatrino privato) e fa crescere in lui l’interesse per le arti applicate. È presente a diverse Biennali e a esposizioni su tutto il territorio nazionale. Partecipa al primo conflitto mondiale e nel 1917, dopo la morte del padre, si trasferisce con la madre e le sorelle a Torino, nella casa-studio di via Mazzini. A Torino conosce Piero Gobetti, che sarà il curatore della sua prima monografia del ‘23, e aderisce nel 1922 al gruppo antifascista della “Rivoluzione Liberale”; per questo viene arrestato e rilasciato dopo pochi giorni. Frequenta anche il compositore Alfredo Casella, con cui condivide la passione per la musica. In questi anni si avverte un ripensamento pittorico: in interni impaginati prospetticamente si inseriscono figure fuori dal tempo, simbolo di una sorta di vuoto esistenziale. Nel’20 viene escluso da Ca’ Pesaro; organizza così la Mostra degli artisti dissidenti di Ca’ Pesaro e diventa sempre più protagonista della vita culturale del capoluogo piemontese. Nel ‘25 apre la Scuola libera di pittura, vero salotto intellettuale, dove incontra la pittrice Daphne Maugham, che sposerà nel 1931. Con i suoi allievi espone nel 1929 alla mostra “Casorati fra i discepoli”, accompagnata da un testo di Giacomo Debenedetti in cui sono ricordati, tra gli allievi, Daphne Maugham, Marisa Mori, Sergio Bonfantini, Paola Levi Montalcini, Lalla Romano. Nel suo ruolo di insegnante forma artisti come Francesco Menzio, Carlo Levi, Gigi Chessa e Jessie Boswell, che in seguito entreranno a far parte dei “Sei pittori di Torino”. Dal ‘26 partecipa alle mostre del Novecento italiano, perseguendo il “Ritorno all’ordine”, e dal ‘33 inizia la sua attività di scenografo; diventa poi docente presso l’Albertina, di cui sarà in seguito direttore e presidente. La sua pittura, che guarda al Rinascimento, si immerge sempre più in una dimensione onirica, creando mondi sospesi e senza tempo, secondo le istanze del Realismo Magico. Il Ritratto di Silvana Cenni, del 1922, testimonia il debito di riconoscenza nei confronti di Piero della Francesca e della sua Madonna della Misericordia: una cromia giocata su poche tonalità e una geometria spaziale di potente respiro figurativo. La rappresentazione è sospinta in un’atmosfera rarefatta, senza possibilità di vita, ma con un respiro di eternità. Muore a Torino nel 1963. “Tutto voglio purché sia fuori dalle cose vere”.