Fumo, alcol e tumori del pancreas: quando i fattori di rischio non sono solo un’ipotesi, di Mara Antonaccio

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Sarà che mi sto inesorabilmente avvicinando ai 63 anni, ma mi capita ogni giorno, sia in ambito professionale che privato, di venire a conoscenza di persone affette da tumore del pancreas. Una delle spiegazioni potrebbe essere che sto entrando in una fascia d’età in cui ci si comincia ad ammalare causa invecchiamento e indebolimento del sistema immunitario, ma credo che l’argomento meriti un approfondimento basato su evidenze scientifiche. Ricordo che a fine anni ’80, quando frequentavo la Facoltà di Medicina, il tumore al pancreas veniva spesso percepito come tumore raro perché i numeri assoluti erano più bassi e perché era (ancora più) un cancro “silenzioso” e poco diagnosticato in vita. Oggi, invece, è diventato un protagonista scomodo delle statistiche: non tanto perché sia esploso il rischio individuale, quanto perché sono cresciuti età media, diagnosi e popolazione esposta.

Ecco un confronto anni ’90 verso oggi, con numeri verificabili, perché in Italia: da “pochi casi” a quasi il doppio. All’inizio degli anni 2000 infatti (fotografia che riassume bene la coda anni ’90), nelle stime nazionali basate sui registri (periodo 1998–2002) si parlava di circa 4.388 nuovi casi/anno negli uomini e 4.214 nelle donne (totale ~8.600/anno); oggi (stima 2022) in Italia risultano 15.710 nuovi casi di tumore del pancreas e 14.903 decessi nello stesso anno.

Tradotto: in vent’anni siamo passati da ~8.600 a ~15.700 nuovi casi/anno. Quindi sì: oggi non sembra più “raro” perché non lo è più nei numeri assoluti.

Se chiamiamo in causa la statistica, vedremo che i tassi standardizzati (cioè “depurati” dall’invecchiamento) aumentano molto meno: l’ASIR (Age-Standardized Incidence Rate,

in italiano: tasso di incidenza standardizzato per età) globale sale da 5,47/100.000 (1990) a 5,96/100.000 (2021) (circa +9%).

Questa è la chiave: i casi aumentano tantissimo, i tassi aumentano poco: significa che una grossa fetta della crescita dipende da demografia e diagnosi, non da un misterioso “salto” biologico del pancreas. Negli anni ’80 sembrava raro (e oggi no) per una serie di motivi: invecchiamento della popolazione (il pancreas è un tumore dell’età avanzata; più anziani = più casi); diagnosi in vita più frequenti: TAC, RM, endoscopia eco-guidata, maggiore attenzione clinica; codifica/registrazione più robuste: meno casi “dispersi” in diagnosi vaghe o certificate solo a posteriori.

Terminata questa disamina sulla sua eventuale incidenza attuale rispetto al passato, il cancro del pancreas resta una delle neoplasie più temute e meno raccontate, soprattutto per la sua capacità di svilupparsi in silenzio, senza segnali precoci, spesso fino a quando la diagnosi arriva troppo tardi. Eppure, su alcuni fattori di rischio, la letteratura scientifica è ormai meno prudente di quanto lo sia il dibattito pubblico; il fumo di sigaretta è infatti il principale imputato.

Non un sospettato generico, ma un fattore di rischio consolidato. Secondo l’International Agency for Research on Cancer (IARC), il tabacco è responsabile di circa il 20–30% dei tumori pancreatici. Studi di coorte e metanalisi pubblicati su riviste come The Lancet Oncology e Journal of the National Cancer Institute mostrano un aumento del rischio proporzionale all’intensità e alla durata del fumo, con un rischio relativo che può superare 1,7–2 volte rispetto ai non fumatori.

Contrariamente a quanto percepito dall’opinione comune, che i danni del fumo siano solo a carico dell’apparato respiratorio, le sostanze cancerogene prodotte da questa abitudine non restano confinate lì. Entrano nel circolo sanguigno, raggiungono il pancreas, alterano il DNA delle cellule duttali pancreatiche e favoriscono uno stato infiammatorio cronico. La cessazione del fumo riduce il rischio, ma non immediatamente: servono 10–15 anni perché esso torni simile a quello di chi non ha mai fumato. Un tempo biologico lungo, che smentisce l’idea di un danno reversibile in tempi brevi.

Più sfumato, e per questo più insidioso, è il ruolo dell’alcol. L’evidenza scientifica distingue tra consumo moderato e consumo elevato, ma il pancreas non è un organo indulgente. L’alcol è uno dei principali fattori eziologici della pancreatite cronica, e la pancreatite cronica è riconosciuta come un forte fattore di rischio per il carcinoma pancreatico, con un rischio che può aumentare fino a 10–15 volte nei soggetti colpiti.

Una meta analisi pubblicata su Gut e studi prospettici riportati su American Journal of Epidemiology indicano che un consumo elevato di alcol (generalmente >30 g/die: 2 bicchieri di vino da 125 ml, 2 lattine di birra da 330 ml, 2 spritz o 2 bicchierini “da bar” (40 ml) di super alcolici, insomma un consumo regolare e normalizzato) è associato a un aumento significativo del rischio di tumore pancreatico, soprattutto quando l’assunzione è protratta per molti anni: il pancreas soffre la continuità, non l’eccezione.

Il meccanismo non è diretto, ma mediato: infiammazione persistente, stress ossidativo, fibrosi, alterazioni del microambiente pancreatico.

Il nodo cruciale, spesso sottovalutato, è l’effetto combinato. Fumo e alcol non agiscono in modo indipendente. Diversi studi epidemiologici, tra cui quelli citati dal World Cancer Research Fund (WCRF), mostrano che l’esposizione simultanea amplifica il rischio più di quanto farebbero i singoli fattori presi isolatamente: il fumo aumenta la vulnerabilità cellulare, l’alcol compromette i meccanismi di difesa e di riparazione; il risultato è un terreno biologico instabile, favorevole alla trasformazione neoplastica.

Nonostante questo, l’opinione pubblica resta cauta, quasi reticente; si preferisce parlare di “stili di vita” in modo neutro, come se il pancreas fosse un organo astratto, impermeabile alle abitudini. Ma il pancreas non ragiona in termini culturali o morali: registra esposizioni, somma danni, risponde con una patologia che lascia pochissimo margine alla diagnosi precoce.

Parlare di fumo e alcol in relazione al tumore del pancreas non significa colpevolizzare, ma riconoscere un nesso che la scienza ha già chiarito, significa spostare il discorso dalla cura – spesso tardiva – alla prevenzione reale, quella che si gioca molti anni prima della comparsa dei sintomi.

Perché, nel caso del pancreas, la vera terapia resta ancora una: non arrivare troppo tardi: se rientrate nelle categorie dei fumatori o degli estimatori del nettare degli dei o di entrambi, siate vigili e fate i controlli preventive semestralmente.