Il collasso di Cuba, di Paolo Vieta

Qualcuno di voi è andato in vacanza a Cuba l’anno scorso? O ha visto qualche agenzia di viaggi proporla come appetibile meta turistica per il 2026?

Cuba sta attraversando uno dei momenti più difficili della sua storia, ormai è al collasso. Crisi energetica, recessione economica e ancor più grave il tracollo demografico, causato da forte emigrazione. Stando a The Guardian, si stima che la popolazione sia scesa sotto gli 8 milioni, con una perdita, unica al mondo, del 25% in quattro anni. Dovuta all’esodo, per lo più dei giovani, ossia della fascia di età che lavora e che fa figli, con il rischio che il fenomeno avvolga il paese in una spirale irreversibile.

L’emigrazione è conseguenza, ma anche concausa, del tracollo economico. I principali settori si sono dimezzati in cinque anni (2108-2023), a cominciare dall’industria dello zucchero e dall’agricoltura. Per non parlare del turismo. Nel 2025, i visitatori stranieri sono stati 1,8 milioni, in calo rispetto 2024 del 17,8%, ad una distanza siderale dai 4,6 milioni del 2018. Determinando una significativa riduzione dell’afflusso di valuta straniera, essenziale per la stabilità finanziaria. Cuba è l’unico paese dei Caraibi a non aver recuperato i visitatori che aveva prima della pandemia.

Il turismo subisce la carenza di servizi che sono considerati essenziali, chi cerca svago e riposo non può accettare di vivere una corsa ad ostacoli tra interruzioni di corrente elettrica, difficoltà nei pagamenti, assenza di mezzi per gli spostamenti interni, mancanza di generi di prima necessità come medicinali o, addirittura, cibo. Sono ormai lontani gli anni in cui il regista Michael Moore portava i reduci dell’11 settembre sull’isola ad acquistare medicine a prezzi stracciati (Sicko, 2007).

Oltre sei decenni di embargo da parte degli Usa hanno determinato un logoramento delle infrastrutture, tale per cui, senza manutenzione e ricambi, collassano. Ad aggravare il tutto, la crisi energetica, con prezzi dei carburanti alle stelle al punto tale che gli aerei, che dovrebbero portare i turisti, devono fare scalo altrove, perché non riescono a rifornirsi a Cuba. Una parte del turismo, specie canadese, rimane confinata nei resort, alimentati da propri generatori, ma senza beneficio per l’economia locale.

Il cambio di regime venezuelano (con la cattura di Maduro nel gennaio scorso) è un’ulteriore elemento peggiorativo, perché sottrae una fornitura di petrolio che era garantita (e gratuita) per motivazioni politiche. La povertà diffusa dovuta al tracollo economico, determina la fuoriuscita dal paese di parte della popolazione in età da lavoro, con la conseguenza che viene a mancare anche il personale (cuochi e camerieri) peggiorando ulteriormente i servizi ed allontanando ancor più i turisti.

A questo punto vale la pena di chiedersi quale sia la causa di questo collasso. Il dito è puntato sull’embargo statunitense, ma quest’ultimo è in vigore da decenni e, fino a non molti anni fa, Cuba era considerata il modello politico della felicità. Quindi è qualche altro fattore, più recente, ad essere venuto meno.

In tutti questi decenni, è stata la Russia a sostenere Cuba, per ragioni politiche e strategiche. Fa comodo avere un paese amico ad un tiro di schioppo dal nemico mortale: ricordate la Crisi dei missili del 1962?

Evidentemente oggi la Russia non è più in grado di supportare Cuba, se non riesce a mandarvi parte del suo petrolio, materia prima di cui dispone in abbondanza. Per non parlare del fatto che in questi decenni non ha contribuito minimamente allo sviluppo tecnologico o infrastrutturale. Hanno tentato di portarvi testate nucleari, ma non hanno provveduto a costruire una centrale a fissione. Il fallimento di Cuba è l’ennesima prova di quanto il comunismo sia fallimentare. Sia dal punto di vista economico, sia da quello politico. La popolazione che fugge, trova riparo e possibilità di rifarsi una vita negli Stati Uniti, non in Russia.

Questa è la conferma di quanto abbiamo già detto (si veda Geo strategia dell’attacco all’Iran) circa la debolezza di una Russia che non è più stata in grado di difendere Assad ed ha perso la Siria, così come si è lasciata scippare il Venezuela (difeso all’ultimo proprio da soldati cubani), così come non può sostenere l’Iran sotto attacco. Una Russia debole che vede frantumarsi, un pezzo per volta, quel sistema di influenza e controllo che la rendeva temibile in epoca sovietica. Incominciamo a pensare che quattro anni di guerra, per lo più infruttuosa, l’abbiano logorata molto più di quanto non sembri.: che l’Ucraina sia il nuovo Afghanistan degli anni ottanta?

Ad oggi i giornali riferiscono che la situazione a Cuba sta esplodendo, con ripetute proteste notturne: a Morón i manifestanti hanno attaccato e dato alle fiamme la sede del partito. Prontamente represse, a colpi di violenze ed incarcerazioni tipiche delle tradizionali dittature comuniste. Con buona pace di quanti in Italia indossano ancora le magliette di Guevara e dei vacanzieri della solidarietà che pensano di risolvere con qualche pannello fotovoltaico, dopo aver portato un po’ di barrette energetiche a Gaza.

Come tutte le dittature comuniste, anche il regime cubano è pesantemente armato, ma con tecnologia convenzionale, ormai obsoleta che, come tutto il resto, sconta la mancanza di manutenzione. Potrebbe essere ancora in grado di difendersi, ma non di contrattaccare: a differenza dell’Iran non è una minaccia verso l’esterno. È molto probabile che, nei prossimi mesi, assisteremo ad un cambio di regime politico e della relativa sfera di influenza, con l’auspicio che sia interno, autodeterminato dalla popolazione e sostenuto dall’esodo cubano e non un attacco esterno pasticciato e maldiretto, come fu l’invasione alla Baia dei Porci, approvata nel 1961 dal Presidente Kennedy (democratico) e conclusasi tragicamente.