Il numinoso, di Marco Calzoli

La tragedia moderna deriva da quella greca, che ha raggiunto i supremi vertici in un secolo (VI-V a.C.), con i massimi rappresentanti Eschilo, Sofocle, Euripide.

            La tragedia greca, scritta in greco attico, ha una struttura rigida:

  • prologo: in cui si introduce l’argomento;
  • parodo: nel quale fa il suo ingresso il coro nell’orchestra e che si dispone in quadrato, il tutto accompagnato dal suono del flauto. Il metro è l’anapesto;
  • episodi: dialoghi degli attori sulla scena. Il metro è il trimetro giambico;
  • stasimi: evoluzioni cantate del coro. Il metro è l’anapesto;
  • dialoghi lirici (kommoi) tra attori e coro;
  • esodo: uscita del coro e degli attori.

          Gli abitanti della polis che assistevano alla tragedia greca non fruivano di uno spettacolo teatrale come lo si può fruire oggi. Infatti la dimensione tragica era connotata da almeno quattro elementi:

  • religione: al centro dell’orchestra vi era l’altare del dio greco Dioniso e le tragedie erano celebrate durante feste religiose. Non sappiamo quale era il collegamento tra tragedia e Dioniso. Untersteiner ha sostenuto che nella tragedia greca vi fosse la fusione tra la religione pre-ellenica (centrata sulla Dea Madre) e quella ellenica-indoeuropea (centrata su divinità maschili), che trovano il proprio centro sulla figura di Dioniso, divinità allo stesso tempo ctonia e celeste. Del resto, in qualche modo anche Nietzsche vedeva in Dioniso la confluenza di poli opposti, in quanto la tragedia sarebbe stata la massima complementarietà greca tra razionalità (“apollineo”) e irrazionalità (“dionisiaco”);
  • la tragedia greca era un momento fondamentale della vita cittadina nel quale gli spettatori venivano educati ai valori fondanti del tempo, sostituendosi alla funzione che in precedenza era assolta dall’epica. Soltanto che nell’epica i valori da assimilare erano orizzontali (rapporti tra gli uomini), mentre nella tragedia erano verticali (rapporti tra uomini, dei, destino);
  •  connesso a tale aspetto, è il fatto che la tragedia greca costituiva un momento di massima riflessione su importanti temi speculativi (giustizia, agire retto, vendetta, …) con continue allusioni alle vicende del tempo (per esempio nell’Edipo Re di Sofocle la città di Tebe è lo specchio della Atene del tempo). Gli studiosi vedono in questo fermento di idee, reso possibile dalla struttura democratica di Atene, gli albori della filosofia greca;
  • Aristotele (Poetica 6, 2) osservava nella tragedia greca la forte funzione mimetica che permetteva di suscitare forti sentimenti di pietà e di pathos che portavano alla “catarsi”. Il termine greco vuol dire “purificazione”: secondo una linea interpretativa, Aristotele voleva dire che la tragedia, mettendo in scena fatti che suscitavano forti sentimenti, costituiva per gli spettatori una valvola di sfogo della tensione interiore nel contesto delle sventure della vita individuale e cittadina.

          L’argomento della tragedia greca ci offre il destro per ammiccare alla differenza tra sacro e religioso. Il fatto religioso è quello incardinato formalmente in un culto ben strutturato, invece il sacro può esistere anche senza una religione vera e propria.

           La tragedia greca era connotata certamente in senso religioso, ma non solo. Infatti, quel fermento di idee, quella penetrante riflessione sui problemi dell’uomo di ogni tempo hanno a che fare anche con il sacro, con quel sentimento di valore ultraterreno che permea la vita di ogni persona che nasce su questo pianeta, anche se non trova adeguata espressione in una religione formale.

            Il pensiero e la sua molteplice attività, infatti, oltre allo sfogo delle emozioni, è ciò che gli antichi chiamavano “magia”. La magia riguarda la mente dell’uomo (e solo dopo si estrinseca in riti specifici, le cosiddette operazioni magiche) e anticamente la magia era concepita quale una scienza dello spirito umano.

             È lo spirito dell’uomo il grande agente magico, che si credeva permettesse la realizzazione del rito magico. È in questa mente tanto difficile da comprendere e da usare per fini magici che riposa il sacrum nel suo aspetto più evanescente. È ciò che nelle culture polinesiane si chiama mana.

             Certamente il sacro non è unicamente la mente, infatti comprende anche la natura nel suo insieme e le grandi energie del cosmo. Invece quando si parlava di spiriti, angeli e divinità si aveva a che fare più con la religione.

             Il sacrum, insomma, coincideva con il daimōn greco, insomma con il concetto antico di numinosum (Otto). Il termine daimōn non indicava solamente divinità intermedia, ma anche una potenza divina non specificata o non incarnata. In Simonide di Ceo (fr. 615 Campbell) è detto così il Domani (Aurion). I greci chiamavano daimōn anche la “rabbia canina” che si impossessa delle persone e soprattutto delle menadi. In Omero rimanda a qualcosa di associato alla pazzia o all’ossessione maniacale (Iliade 3, 420; 22, 295), oppure è il destino personale che governa la vita di ogni uomo (Iliade 8, 166; 17, 98).

            Daimōn e numinosum rimandano a qualcosa di potente, soprannaturale ma non determinato con immagini e concetti precisi. Per Socrate è la “scintilla divina” che infiamma la sua mente di filosofo. Entrando nella natura, gli antichi potevano avvertire una forte energia che portava alla trasformazione, la quale coincide in larga parte con lo spirito stesso dell’uomo che riflette su sé stesso e si rende conto di farlo.

              Nell’induismo non vi è un Dio personale, come quello cristiano. si parla di Brahman nirguṇa, che vuol dire Assoluto senza attributi. Il concetto di sacro è vasto e pervasivo, permeando ogni aspetto della vita e della cosmologia. Si manifesta nella venerazione di un essere supremo, il Brahman, considerato la realtà ultima da cui tutto deriva e a cui tutto ritorna. Questo principio divino si manifesta attraverso le tre principali divinità della Trimurti, che sono manifestazioni di questo principio impersonale: Brahma (il creatore), Vishnu (il protettore) e Shiva (il distruttore). La sacralità si estende anche a simboli come l’OṂ (il suono primordiale), ai testi sacri come i Veda, ai luoghi sacri (Tirtha) come fiumi e montagne, e agli animali, considerati sacri o associati a divinità. Il Dharma, l’insieme di doveri e norme etiche, è fondamentale per mantenere l’armonia e la sacralità nell’universo, inclusa la non violenza (Ahimsa).

            Nel tardo induismo si è fatta strada la nozione teologica per la quale il mondo è un perpetuo flusso di produzione, evoluzione e dissoluzione. Il principio che regge questo infinito nascere e dissolversi – delle individualità singole, degli dei e degli universi – è retto dal Brahman come un motore impersonale, come una ruota che gira da sola e fa nascere e morire tutto quanto si mostra ai sensi, che è pura illusione. C’è un famoso mito per il quale Brahma e Vishnu si contendono di essere rispettivamente il primo dio creatore di tutto, ad un certo punto appare un grande fallo (linga), simbolo di Shiva, che continua a crescere. Al che Brahma e Vishnu si trasformano in animali e uno a una estremità e uno all’altra estremità si precipitano a velocità elevatissima per vedere la fine del linga, ma non ci riescono. Quindi compare Shiva uscendo dal linga e si dichiara il vero dio, quello da cui tutto promana e da cui tutto trova dissoluzione in attesa di una nuova creazione. Gli stessi Brahma e Vishnu sono due parti del linga senza che se ne rendono conto. In questo mito il linga continua a crescere in continuazione e il fenomeno non si può arrestare: ciò richiama la continua evoluzione e dissoluzione degli universi.

           Zimmer notava come a volte l’arte induista, mediante degli artifici tecnici, fa sembrare le varie sculture e gli altri vari manufatti come fossero “in movimento”, uno strano effetto ottico che riprodurrebbe la continua trasformazione impersonale di tutto quanto esiste[1].  

            La Bhagavad-Gita, un testo caro agli induisti, presenta il concetto di maya come una forza potente che distorce la percezione umana e crea un’illusione di realtà, legando gli individui a un ciclo di desiderio, attaccamento e sofferenza. La Bhagavad-Gita insegna che il mondo materiale è temporaneo e in continuo cambiamento. Sottolinea che la nostra vera natura è eterna e al di là del regno fisico. Identificandoci con l’anima eterna piuttosto che con il corpo materiale temporaneo, possiamo liberarci dall’illusione dell’attaccamento e sperimentare pace e gioia durature. La Bhagavad-Gita offre un percorso verso la liberazione attraverso una combinazione di jnana (conoscenza), bhakti (devozione) e karma (azione disinteressata). Gli insegnamenti di Krishna sottolineano che sviluppando la comprensione spirituale, praticando la devozione e compiendo i doveri senza attaccamento, gli individui possono trascendere maya e raggiungere la liberazione (moksha). La Gita integra questi percorsi per fornire un approccio olistico al superamento dell’illusione e al raggiungimento della libertà spirituale.

             In 7, 14 è scritto in perfetto sanscrito:

daivi hy esa guna-mayi

mama maya duratatyaya

mam eva ye prapadyante

mayam etam taranti te

“Questa Mia energia divina, costituita dalle tre influenze della natura materiale, è difficile da superare. Ma chi s’abbandona a Me ne varca facilmente i limiti”

          Sta parlando il dio Krishna e dice che la materia è una energia divina, eterna, come quella spirituale. Ma allo stesso tempo essa allontana lo spirito da Krishna.

         Questo verso evidenzia la natura formidabile di maya, descrivendola come un potere divino difficile da superare. Implica che maya non sia semplicemente un’illusione superficiale, ma un aspetto potente e intrinseco dell’ordine cosmico che governa la percezione e l’esperienza. Maya nella Gita opera distorcendo la percezione umana, facendo sì che le persone si identifichino con i propri desideri, attaccamenti e paure. Questa distorsione si manifesta come dvandva (dualità), portando gli individui a percepire opposti come piacere e dolore, guadagno e perdita, successo e fallimento. Queste dualità sono la base della sofferenza umana, poiché creano attaccamento e avversione, annebbiando la mente e impedendo agli individui di vedere oltre gli aspetti superficiali della vita. La Gita presenta maya come un ostacolo che deve essere superato per raggiungere la liberazione. Insegna che l’illusione del mondo materiale è una creazione di prakriti (natura) e che bisogna comprendere la differenza tra prakriti e purusha (coscienza) per trascenderla. L’interazione tra questi elementi è centrale negli insegnamenti della Gita su maya. Riconoscendo che prakriti è temporanea e in continua evoluzione, mentre purusha è l’essenza immutabile della vita, un individuo può iniziare a distaccarsi dalle illusioni. Infatti in 7, 27 è scritto:

iccha-dvesa-samuthena

dvandva-mohena bharata

sarva-bhutani sammoham

sarge yanti parantapa

“O discendente di Bharata, o vincitore dei nemici, tutti gli esseri nascono nell’illusione, sopraffatti dalla dualità del desiderio e dell’avversione”

             Gli esseri umani devono essere subordinati al Brahman, di cui Krishna è una manifestazione, altrimenti corrono il rischio di perdersi nell’illusione di maya. Ma questo Assoluto altro non è che il sacrum espresso in una maniera molto evanescente e senza attributi, nella sua concezione più “slegata” da tutto (in latino ab-solutum vuol dire “sciolto da”).  La devozione altro non è che una forma preparatoria, che alla fine occorre superare nella visione estatica dell’Assoluto senza limiti. Anche la devozione, infatti, si struttura nella dualità, quindi è una illusione. Così come duale è finanche la azione retta[2].

            Il Brahman è l’Essere Supremo considerato non come personale e concreto, bensì in astratto e privo di ogni qualità e azione. È l’oggetto supremo della conoscenza religiosa, lo Spirito e Anima Suprema onnipervadente dell’Universo, l’essenza divina e la fonte di ogni essere da cui tutte le cose create emanano e a cui tornano, l’Autoesistente, l’Assoluto, l’Eterno (altrimenti detto in sanscrito: paramātman, ātman, adhyātma, pradhāna, kṣetra-jña, tattva). Brahman come Spirito Supremo non è oggetto di adorazione nel senso comune del termine, ma è meditato dal devoto con profonda venerazione. Il Brahman appare nell’ Atharva-veda come la Divinità Suprema, e in X. 7, 24, si parla di una suprema essenza divina o brahma jyeṣṭham[3].

             In Cina un concetto analogo al sacrum è quello di chi. Il termine chi è uno dei più usati e diversamente interpretati nella lunga storia delle scuole di pensiero cinesi.

            Il senso più antico di chi è “trave maestra”, cioè quella che tiene il tetto di un edificio. Da lì passò ad indicare in generale l’idea di culmine, il principio, ma anche il fine ultimo, insomma la realtà suprema. Infine il culmine nell’uomo, che coincide con la sua energia interna.

            Secondo la cosmogonia taoista cinese, Wu Chi è il vuoto che sta all’inizio: da esso si crea per genesi spontanea il Tai Chi, costituito dalla polarità delle energie dell’universo e dell’uomo (Yin e Yang). Il Tai Chi allude al momento nel quale queste due energie non sono ancora differenziate nella forma manifesta del mondo.

           Infatti in un manuale di Tai Chi Chuan scritto da Wang Tsong-yu si affermava:

“Tai Chi è originato da Wu Chi. È la sorgente dell’attività e della non attività e madre di Yin e Yang”.

          Il concetto di Wu Chi si sviluppa a partire dalla dinastia Song (960-1279 d.C.) e il trattato di Wang si ispira al diagramma dei Tai Chi del neoconfucianista Tchu Tun-yi.            

           Yin viene associato alla non attività, mentre Yang alla attività. Nel Yi Ching è scritto che Yin e Yang generano le Quattro Immagini (Hsiang), cioè le quattro stagioni, dalle quali derivano gli otto trigrammi.

           Attività viene rappresentata da una linea continua, non attività da due linee spezzate. Ogni trigramma è formato da una combinazione ternaria di linea continua e linea spezzata. Gli otto trigrammi sono i simboli della polarità Yin-Yang che si manifesta nel mondo dei fenomeni. Dal raddoppiamento degli otto trigrammi originano i sessantaquattro esagrammi.   

            Tai vuol dire “grande”, pertanto Tai Chi si può tradurre con Grande Supremo. Il Tai Chi Chuan è una antica arte marziale cinese che si può tradurre con “pugilato (Chuan) del Grande Supremo (Tai Chi)”. Quindi è l’arte marziale più importante in assoluto.

              Il fatto che questa forma di combattimento assume il nome del Tai Chi della cosmogonia taoista cinese vuol dire che, in questa disciplina marziale, vi è in nuce l’insieme di tutte le potenzialità che possano essere espresse nel mondo, e per questo è la migliore.   

            Il chi è quella energia interna che scorre dentro il corpo umano in canali detti “meridiani” ed è simile all’energia elettromagnetica, anche se non è stata scoperta dalla scienza occidentale. Il suo equilibrio negli organi interni ne assicura la salute, invece lo squilibrio la malattia.

           Nei caratteri cinesi moderni Tai Chi allude al moto ascensionale della marea e a un principio di nutrimento. Questo vuol dire che la forma di combattimento che ne prende il nome, il Tai Chi Chuan, fa sì che, mediante gli esercizi, il chi salga dal basso addome, dove è addormentato, e da lì raggiunga la testa dando nutrimento energetico al principio spirituale dell’uomo. In termini occidentali, si dice che l’esercizio fisico permette una migliore ossigenazione del cervello e anche il rilascio di endorfine, che procurano sensazioni piacevoli.

           Dopo di che, a seguito di una lunga pratica marziale, il chi deve ritornare nel basso addome (tre centimetri sotto l’ombelico, punto detto Tan Tien) ma in una maniera “risvegliata”: questo moto discensionale, che costituisce l’obiettivo finale del Tai Chi Chuan, permette salute, longevità e immortalità. E anche una applicazione marziale, in quanto la forza nel combattimento altro non è che salute.

           Sebbene la scienza occidentale non dimostra l’esistenza del chi nel corpo umano, tuttavia i cinesi, mediante osservazioni durate millenni, si sono accorti che l’organismo e anche il mondo sono regolati da dinamiche energetiche che prendono nome di chi.

           L’agopuntore inserisce dei fini aghi sulla superficie della pelle su punti particolarmente sensibili relativamente al chi: questo permette un migliore scorrimento dell’energia interna e quindi il sanamento dello squilibrio che ha determinato il malessere.

          Un punto fondamentale nella pratica delle varie arti tradizionali cinesi, dal Tai Chi Chuan all’agopuntura e altre, è che il chi viene influenzato anche da altri fattori, come la respirazione e la mente. Il praticante delle arti marziali cinesi, infatti, impara innanzitutto a disciplinare la mente e, mediante la forza di quest’ultima, indirizza questa energia interna, senza forzarla, nelle parti del corpo dove desidera. In Cina si possono ammirare praticanti che hanno imparato a indirizzarla alla gola: se vengono colpiti da un pugno o da un bastone, la cosa non procura loro danno.  

             Nella storia dell’umanità Dio non si è sempre rivelato in maniera chiara, come ha fatto invece nelle religioni abramitiche, nelle quali ha parlato direttamente a dei profeti. Dio spesso si è nascosto, ma gli uomini hanno nondimeno avvertito qua e là la grande energia divina che permea tutto l’universo, l’uomo compreso.

           È questo il numinoso, il sacro, l’energia divina latente in tutte le cose. È Dio che ci fa l’occhiolino senza rivelarsi direttamente, come invece fece a Abramo o a Mosè o a Maometto.

           Il termine greco per “dio” è theòs, che deriva dal verbo greco theaomai, “vedere”. Possiamo accorgerci di un Dio personale solo se i profeti riescono a vederlo, quindi unicamente se Lui vuole rivelarsi. Negli altri casi le persone sentono delle energie.

            Nell’antichità gli indovini prevedevano il futuro osservando il volo degli uccelli o osservando le viscere degli animali. In ogni cosa, quindi, vi è una energia che informa la materia inerte di uno spirito trascendente. I cinesi si accorsero che anche nell’essere umano c’è un principio spirituale, il chi, che è al tempo stesso immanente (in quanto corporeo) e trascendente (in quanto costituisce la natura ulteriore di un essere senziente e pensante).

             Per questo le le religioni non si equivalgono. Come dice la Madonna di Medjugorje in ogni religione c’è del buono, ma il vertice della rivelazione si è avuto unicamente nel cristianesimo, dove Dio si è fatto conoscere come amore (1Giovanni 4, 8: “Dio è amore”). Dio si è fatto uomo in Gesù ed è venuto sulla terra a salvarci mediante il sacrificio della croce, l’unico che dà vera salvezza all’intero genere umano.

            Tutte le altre religioni captano qualche cosa di Dio, come un vago segnale radio dall’universo, ma lo interpretano con categorie più umane e folcloristiche che altro. In esse senz’altro Dio si rivela, ma imperfettamente.

            La Madonna, la Madre verginale di Cristo, è Madre spirituale di tutta l’umanità perché ogni uomo sulla faccia della terra è stato redento dal sangue di Cristo e è chiamato a far parte della chiesa. A questa maternità universale, si affianca una maternità speciale per la chiesa cattolica, cioè per l’insieme dei battezzati, che costituisce il corpo mistico di Cristo. Maria è stata Madre di Dio nella carne ed è Madre spirituale del suo corpo mistico, che è la chiesa. Sant’Agostino parlava di Christus Totus, cioè caput et corpus.

           Dio si è fatto conoscere come Cristo in croce, un Dio pazzo di amore per l’umanità, come dicono i santi, che non disdegna di morire in croce per salvare anche l’ultimo misero peccatore che c’è sulla faccia della terra, a patto che questi si converta e decida di aprire il cuore all’amore di un Dio talmente buono e vicino, che sta nella chiesa. La chiesa è la seconda Tavola di Salvezza, dopo quella del battesimo.

            Gli uomini possono scoprirsi fratelli e quindi stare in pace unicamente se rivolgono al cuore all’unico Dio. Sant’Agostino nella Regola osservava che persone diverse possono vivere assieme solo se adorano Dio.

            Cristo disse a San Faustina Kowalska che gli uomini non troveranno pace se non si rivolgeranno al cuore misericordiosissimo di Dio.

            Gli uomini, con le loro sole forze, devono fare senz’altro la loro parte. “Non è tempo di indifferenza: o siamo fratelli o crolla tutto” (Papa Francesco). “Questa è l’ora dell’amore… Aiutiamoci gli uni gli altri, a costruire ponti di dialogo, con l’incontro, unendoci tutti per essere un solo popolo sempre in pace” (Papa Leone XIV). Però, in definitiva, la vera pace può essere solo donata da Cristo, Principe di Pace. Grazie al sacrificio di Cristo, infatti, ristabiliamo una relazione di pace con Dio (Romani 5, 1), e questo fa piovere sull’umanità una gran quantità di benedizioni. Esattamente è Dio ciò che è veramente necessario, sia per il singolo sia per la comunità. Il termine ebraico Shalom, tradotto con “pace”, indica la pienezza dei doni concessi da Dio per la sua infinita misericordia. 

           L’espressione Principe di Pace si trova in Isaia 9, 5, tradizionalmente si riferisce al Messia, quindi è stata applicata dai cristiani a Cristo. L’espressione suona nell’originale ebraico così: sar shalom. Sar significa sia “principe” sia “generale”, quindi si può intendere che la pace si instaura anche con la giustizia divina, o comunque non è in contrasto con quest’ultima. I latini dicevano: si vis pacem para bellum, “se vuoi la pace, prepara la guerra”.

               Inoltre il testo di Isaia dice: “a cui è dato il nome, wayyqra’ shemw, di meraviglioso Consigliere, Dio potente, Padre eterno, Principe di Pace”. Compaiono quattro titoli per il re (il Messia), mentre il protocollo egiziano ne aveva cinque. Probabilmente si tratta in Isaia del protocollo di intronizzazione del re, durante il quale il sovrano riceveva un nome nuovo costituito da vari titoli regali. In 2Re 11, 12 al figlio del re viene consegnato “il mandato” (ha-chedut). Si tratta probabilmente del documento dell’alleanza tra Dio e Israele che i re di Giuda ricevevano al momento della consacrazione. È stato paragonato al protocollo redatto per i faraoni nel momento della incoronazione, comprendente anche i titoli regali. Lo stesso termine in aramaico e assiro significa “stipulazione di alleanza”.

           La traduzione “a cui è dato il nome” è possibile se leggiamo il verbo qr’ al nifal, ma il testo masoretico lo ha al qal: “e chiamerà il suo Nome”. Nel primo caso al Messia (cioè al bambino) è dato il nome di Principe di Pace, nel secondo caso è il Messia che chiama Dio Principe di Pace. In ogni modo, secondo il cristianesimo, dato che Gesù Cristo si rivelerà come Dio, il testo di Isaia potrebbe essere ambiguo, cioè una prefigurazione dell’Uomo Dio, cioè Cristo. 

            Il Dio delle religioni abramitiche (ebraismo, cristianesimo, Islam) è il Dio del ricordo. Egli fissa in testi scritti le sue gesta, cioè l’incontro avvenuto con il suo popolo, per esempio la liberazione dal giogo egiziano degli ebrei oppure l’incarnazione di Cristo, e Dio si aspetta che il popolo lo ami a sua volta per via di tanto amore da Lui profuso verso ogni uomo.

          È significativo che nel Vangelo di Giovanni, che adotta un linguaggio tecnico e specifico, il verbo “ricordare” (in greco mimneskein) significa capire profondamente il messaggio di Cristo, quindi è il primo passaggio verso la fede. E la fede veramente sentita è un atto di amore.

         Il numinoso si può sentire in qualche modo ma solo un Dio personale può essere amato!

          A questo punto citiamo per un attimo il Bhaṭṭikāvyam, scritto in perfetto sanscrito. Il Bhaṭṭikāvyam è il poema di Bhaṭṭi, probabilmente un colto uomo di corte indiano del VI secolo d.C. il quale adotta un doppio registro: da una parte il poema narra la vicenda di Rāma, quale era nota già da diverse fonti, ma dall’altra la storia offre il destro per continue esemplificazioni grammaticali. La fortuna in India di questo poema, redatto nel colto stile kāvya, intessuto di virtuosismi linguistici e retorici, è stata enorme, ma da noi è poco conosciuto, sicuramente per il fatto che, onde apprezzarlo adeguatamente, bisogna aver bene appreso il sanscrito classico. Ebbene, in 11, 6 il dio indiano Kāma, che presiede all’amore, è indicato con la parola smara, che vuol dire “ricordo”.

            Si può amare unicamente se ricordiamo eventi positivi che ci legano a una persona. La stessa cosa avviene con Dio. In italiano “ricordare” contiene la parola “cuore”. E le cose “importanti” sono quelle che “portano dentro (in-)”: ci portano a ricordare gli avvenimenti piacevoli, sedimentati dentro di noi, sì da strutturare con essi il nostro essere interiore.

            Sant’Agostino diceva che Dio prima di essere amato deve essere conosciuto.

             Papa Leone XIV osservava che la nostra vita è fatta di incontri. Quindi possiamo dire che il senso della nostra vita sta negli incontri giusti, quelli decisivi, che sono quelli di affetto, tutto il resto passa in secondo piano.

           Però, la relazione più significativa, la vera importante, è quella con Dio. Scoprirsi amati da un Dio talmente buono dà speranza nel futuro e ci rende gioiosi. Il culmine della vita cristiana è la Santa Messa, che costituisce il rinnovamento del sacrificio di amore di Cristo per redimerci dal peccato e spalancarci la porta della vita eterna.

           È interessante che, sempre nel Bhaṭṭikāvyam (11, 3), l’amore è detto in sanscrito bhāva, che vuol dire “essere”.


[1] H. Zimmer, Miti e simboli dell’India, Milano 1993.

[2] Per approfondire: S. Debbarma, “The concept of maya in the bhagavad gita: Illusion and transcendence”, in International Journal of Sanskrit Research 10.6 (2004), pp. 1-4;

[3] M. A. Monier Williams, A Sanskrit-English Dictionary etimologically and philologically arranged, Oxford 1872, alla voce Brahman.