Il sale e la luce, di Marco Calzoli
Il monte delle Beatitudini è stato paragonato al monte Sinai: come Dio è apparso sulla sommità del Sinai, così Cristo sale sulla cattedra e lì inizia a dare la piena interpretazione della Torah.
Tuttavia il Sinai sta fuori dalla Terra Promessa, al contrario del monte delle Beatitudini.
Le grandi rivelazioni dell’Antico e del Nuovo Testamento avvengono sui monti. Genesi 22, 14: quando Abramo porta Isacco per ucciderlo si dice che sul monte Dio “si fa vedere” oppure “provvede”, l’originale ebraico (yir’eh) può intendersi in queste due maniere, ma anche in un’altra, poiché si potrebbe tradurre anche “sarà visto”.
Dio provvede quando è visto? Gesù stesso è questa luce posta sul monte, dalla quale si può vedere Dio. Giovanni 1, 5 rivela che Cristo è luce. Salmo 104, 1-2: “Benedici il Signore, anima mia! Sei tanto grande, Signore, mio Dio! Sei rivestito di maestà e di splendore, avvolte di luce come di un manto”. Numeri 6, 25 rivela che il volto di Dio è radioso. In Giovanni 8, 12 Cristo afferma: “Io sono la luce del mondo; chi segue me non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita”.
Salmo 13, 4 rivela che la luce di Dio fa vivere (“Guarda, rispondimi, Signore, mio Dio, conserva la luce ai miei occhi, perché non mi sorprenda il sonno della morte”). Inoltre la luce è condizione per la conoscenza e la sapienza, infatti in Isaia 42, 16 Dio proclama: “Farò camminare i ciechi per una via che ignorano, li guiderò per sentieri che non conoscono; cambierò davanti a loro le tenebre in luce, renderò pianeggianti i luoghi impervi. Sono queste le cose che io farò e non li abbandonerò”. E Qoelet 2, 13: “Mi sono accorto che il vantaggio della sapienza sulla stoltezza è il vantaggio della luce sulle tenebre”.
Leggiamo nel Vangelo di Matteo, al capitolo 5:
13 Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente.
14Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. 16Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli.
Gesù elegge un popolo perché sia il sale della terra e la luce del mondo: non è una esortazione, ma un dato di fatto. Se i discepoli non sono sale e luce, non ci sarà sale e luce per il mondo. Tutto questo è espresso nell’originale greco dall’indicativo “voi siete”.
In un manoscritto di Qumran (1QSb 4, 27) si benedicono i sacerdoti con le parole: “… ed egli ti costituì quale santuario nel suo popolo e come lampada … per illuminare il mondo in conoscenza e far splendere il volto di molti”.
Nel Vicino Oriente antico, anche il simbolo del sale è ricchissimo. Nel Talmud si dice che un pasto senza sale non è considerato un pasto. Per gli arabi e per gli ebrei il sale è fondamentale nei cibi, tanto che un proverbio arabo afferma “c’è sale e pane tra di noi” per indicare una grande amicizia tra due persone.
Inoltre il sale evita la disidratazione: per questo i beduini quando ricevevano un ospite erano soliti dare il sale in pasto. Per di più questa sostanza conservava i cibi ed era data in paga (donde la parola “salario”) ed usata altresì per pagare le tasse.
Eliseo vi bonifica o meglio “guarisce” (rp’) la sorgente di Gerico (2Re 2, 20 ss). L’uso terapeutico del sale sembra collegato con la usanza di sfregare il neonato (Ezechiele 16, 4). In genere nell’antichità il sale, infatti, viene usato in medicina, nel rito religioso della guarigione e anche affinché liberi qualcuno da una fattura.
Era così importante che, nella chiesa primitiva, ai catecumeni si dava un cristallo di sale.
Levitico 2, 13: dovrai salare ogni tua offerta sacrificale. Quindi su ogni sacrificio si doveva mettere del sale. Per questo nel tempio se ne utilizzava una grandissima quantità. Allora capiamo quando in Marco (9, 49-50) Gesù dice: “Ognuno infatti sarà salato con il fuoco … Abbiate sale in voi stessi”.
Al tempio di Gerusalemme vi erano tre momenti di culto sacrificale: al mattino (offerta animale), alle 15 (offerta vegetale), la sera quando chiudevano le porte.
Nei testi di Qumran il “salare” compare nella liturgia celeste in riferimento alle opere degli spiriti del firmamento che sono legati alla dimora (dbjr) di Dio, del re celeste (cfr. 4Q405 19, 3), quando la liturgia celeste sostituirà quella terrena del tempio.
Il passo del Levitico che abbiamo citato dice letteralmente: “Condirai con sale ogni oblazione e non lascerai la tua oblazione priva di sale, segno dell’alleanza del tuo Dio. Su tutte le tue offerte metterai del sale”. L’espressione ebraica melaḥ berit ‘Eloheka, “sale dell’alleanza del tuo Dio”, è criptica, non si sa bene cosa indichi con esattezza.
Ogni pio ebreo, come Cristo, sapeva a memoria la Torah. I bambini ebrei iniziano a leggere la Torah con il libro del Levitico. Allora Gesù ben conosceva il versetto del Levitico.
La tradizione ebraica rimarca come questo ordine di salare i sacrifici faccia riferimento a una elezione del popolo: nell’atto di salare i sacrifici Dio ricorda gli israeliti come un pasto che ha sapore.
Il sale fa riferimento all’Alleanza in quanto il patto tra beduini era stretto certamente con un rito ma anche con un pasto in comune. Nel Talmud si dice che la Torah, testimonianza dell’Alleanza tra Dio e il popolo di Israele, somiglia al sale.
Ma c’è anche un altro riferimento in seno alla cultura ebraica. Il sale è il simbolo della sapienza ed è significativo che al versetto 13 del passo del Vangelo di Matteo che abbiamo riportato, la CEI, che traduce “ma se il sale perde il sapore”, in realtà nell’originale greco compare il passivo mōranthēi, che letteralmente significa: ma se il sale “diventa stupido”. I discepoli quindi devono essere sapienti, cioè seguire l’insegnamento di Cristo.
I discepoli di Cristo sono un popolo sacerdotale ed eletto, con cui Dio ha stretto l’Alleanza eterna, quella della sapienza di Dio. Essi costituiscono il popolo che incarna tale sapienza, tale sale e tale luce.
La sapienza di Cristo è la croce, come dirà san Paolo (1Corinzi 1, 24). Il Talmud afferma che l’Alleanza è legata sia al sale sia alle sofferenze di Israele: “come il sale dà dolcezza al pasto, così la sofferenza lava i peccati”. Il sale si scioglie in bocca e alla fine lascia un sentore di dolce.
Questo è il paradosso del cristianesimo: vi è una dolcezza nella croce. Essa è la scala che ci porta in cielo! Non siamo stati gettati in questo mondo solo per ridere, ma per essere pestati come si pesta il sale. Perché? Perché Cristo si manifesta nella prova e la trasforma rendendola Gloria.
I cristiani sono chiamati a dare senso e sapore al mondo. Nel cristianesimo, infatti, vi è la chiave per capire la sofferenza. Per questo i cristiani sono anche la luce del mondo. La luce serve a vedere, quindi a carpire il senso.
Il sale è la sapienza e la luce permette la comprensione. Il sale non può diventare insipido e la lanterna va posta in alto per illuminare tutto il mondo.
Questo discorso pone una differenza tra la conoscenza della fede e la conoscenza dell’uomo.
Per Platone gli elementi costitutivi dell’uomo sono in uno stato di disordine; però è possibile armonizzarli sul principio di una scala: i sensi sono il grado più basso, il Mondo delle Idee il grado più alto. Per Platone la conoscenza sensibile è quindi fallace e deve essere superata in vista della conoscenza intellettiva.
La filosofia cinese sosteneva che i sensi debbono rappresentare solo una piccola parte (hsiao c’i) dell’essere umano. Essi infatti ci trasmettono la conoscenza in maniera limitata. L’induismo e il buddhismo non giudicano i sensi degni della minima affidabilità, mentre la scuola eleatica greca li rifiutava senza incertezze.
Pertanto per capire occorre usare le armi della ragione e non unicamente quelle dei sensi. Per il taoismo, l’anima, lo Yin femminile, la sapienza, è lo strumento per il quale lo Yang, l’intelletto, raggiunge la facoltà di intuizione e allora di comprensione, partecipando insieme della natura dualistica di Yin-Yang.
Per il pensiero cinese la Unità è formata nella natura da due principi opposti ma complementari: Yin (ricettivo) e Yang (creativo). In tutte le culture vi sono come due colonne che reggono la realtà. Per esempio nell’induismo vi è Shiva e Shakti. In ambito alchemico lo Yin, il Mercurio, il potere femminile, si dissolve nel maschio Zolfo, lo Yang, rendendolo attivo attraverso la tensione e portandolo alla sua vera natura; lo Zolfo allora fissa il volatile Mercurio e l’interazione tra le due forze generanti libera esse dalle rispettive limitazioni.
Il filosofo tedesco Klages così meditava: “Qualsiasi cosa appaia, ha un senso; ed ogni senso si rivela apparendo. Il senso viene vissuto interiormente, l’apparizione esteriormente. Quello deve divenire immagine, se deve comunicarsi; e l’immagine deve interiorizzarsi per operare. Questi, fuor di metafora, sono i poli della realtà. Se comprendendo e pensando consideriamo il mondo da fuori, esso ci mostrerà ovunque la triade pelasgica dei due poli articolati nell’unità dell’Intero. Lo spazio è il corpo del tempo, il tempo l’anima dello spazio. Anima e senso della notte è il giorno, grembo materno della luce è la notte. Inverno ed estate, dolce sonno e veglia, morire e risorgere seguono in fila. L’elemento femminile è corpo e madre dell’anima, quello maschile è senso rivelato e rivelatore del grembo materno”.
Il filosofo russo Florenskij scriveva: “Nella concezione del mondo di qualsiasi nuovo sistema di pensiero che si faccia avanti il problema dello spazio è proprio centrale e prefigura la formazione di tutto il sistema. Con determinate riserve e spiegazioni si potrebbe persino considerare lo spazio come l’oggetto proprio e originario della filosofia, in rapporto al quale tutti gli altri temi filosofici devono essere considerati derivati … La concezione del mondo è concezione dello spazio”.
Al modo di Platone, possiamo arguire che lo spazio è fondamentale nella filosofia ma va superato e ampliato in vista della conoscenza intellettiva, che pur su di esso si poggia. Facendo un passo ancora in avanti, la conoscenza intellettiva deve essere superata dalla fede.
Anche la mente, quale sede dell’intelletto, va illuminata da una fonte gnoseologica superiore. Il concetto di mente nell’Advaita Vedanta offre una profonda comprensione della coscienza umana, della percezione e del processo di acquisizione della conoscenza. Radicato negli insegnamenti filosofici di Śaṅkara, l’Advaita Vedanta afferma che la mente, sebbene centrale per la nostra esperienza del mondo, non è un’entità indipendente. È invece vista come un’aggiunta (upādhi) limitante, vincolata dal potere illusorio di māyā, che oscura la vera natura della realtà. In questa tradizione, Brahman – la pura coscienza – è considerato l’unica verità immutabile, mentre la mente è uno strumento che aiuta l’individuo a navigare nel regno dell’esperienza.
Ciò che gli induisti chiamano Brahman è la vera realtà, insomma ciò che viene specchiato nell’Atman, la nostra vera natura spirituale, la nostra anima più profonda.
In questo senso, la fede, che parla direttamente all’anima, racchiude il senso della verità e la fa percepire al nostro essere più profondo.
Cristo ha assunto le coordinate spaziali e temporali della nostra storia. Cristo è un fatto storico. Ma Cristo non va solo studiato, ma soprattutto amato.
Allo stesso modo la comprensione cristiana della sofferenza non nasce da una mera analisi sensoriale-filosofica del problema del dolore nell’essere umano, ma deve essere illuminata dalla fede.
In questo senso la fede, pur non basandosi primariamente sui sensi e sulla nuda ragione, è razionale, altrimenti sarebbe fideismo.
Cristo, donandoci il suo Vangelo, è venuto a dare sapore di sapienza e luce di comprensione alle nostre miserie basate esclusivamente sui sensi e sulla ragione. È questo il grande dono della fede, che abbiamo ricevuto nel battesimo!
Se ci attenessimo ai sensi, si dovrebbe concludere con Sartre e dire che l’insensatezza di tutto ci procura Nausea, titolo di un suo celebre romanzo. La storia è una carneficina e l’uomo è sempre lupo per gli altri. Si tratta di contraddizioni sempre presenti e non sanabili.
Come affermava il grande teologo Guardini, solo la fede in Cristo permette di sanare la contraddizione del nostro esistere.
Come fare per sanare la contraddizione fondamentale del nostro esistere sulla terra, che è la sofferenza? Per il cristiano la sofferenza è una grande grazia. Ma per assaporare tale insegnamento avere la fede. Per fare in modo di avere la fede occorre essere battezzati e stare in grazia di Dio. Per stare in grazia di Dio occorre confessare i peccati mortali attuali.
Sant’Antonio da Padova, uno dei santi più amati nel mondo, cercava nei suoi Sermoni di dare adito alla riforma della coscienza del IV Concilio Lateranense, 1215, che stabiliva la confessione nella forma individuale e segreta. Il santo Antonio scriveva che per fare bene la confessione bisogna conoscere sé stessi e quindi operare discernimento. Scriveva anche che non bisogna solo considerare il peccato ma pure le cause che lo hanno originato così da sradicarle lungo un cammino spirituale cristiano.
I vangeli ci invitano a pregare incessantemente nella prova. I santi dicono che Dio ama essere pregato. In questa maniera egli concede grazia agli umili. I vangeli rivelano anche Dio esaudisce le preghiere. Matteo 7, 7-8: “Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve, chi cerca trova e sarà aperto a chi bussa”.
Nonostante questo invito, è esperienza comune che non tutto ciò che chiediamo a Dio, ci viene concesso. Perché? Come scriveva la psicoanalista francese Dolto, nella vita dobbiamo imparare lo svezzamento. A livello del rapporto con Dio, questo equivale a non pretendere da Dio che egli soddisfi ogni nostro capriccio, come fossimo bambini, ma che egli ci dia le cose necessarie. I santi affermano che Dio non ci dà tutto ciò che desideriamo perché ci farebbe un male più grande.
La sofferenza va capita e amata alla luce della fede. Se Dio ci togliesse una prova e quindi rimanessimo tali e quali, non avanzeremmo lungo il cammino della santità. Le prove sono permesse da Dio per aprirci gli occhi e indirizzarci verso il Bene supremo, che è egli medesimo. Quindi il dolore serve per far spuntare in noi la virtù, necessaria per andare in paradiso. Non stiamo sulla terra per vivere spensierati, ma per fare il buon combattimento necessario a conseguire meriti per il paradiso. Per questo Bernanos faceva dire al protagonista de Il curato di un campagna che “tutto è grazia”.
Spesso con Dio ci comportiamo come bambini: abbiamo tanti “bisogni”. E se non li vediamo realizzati dal buon Padre, iniziamo a dubitare della sua presenza o bontà. Ma se la nostra fede vacilla, dobbiamo prima di tutto chiederci se prendiamo sul serio il Creatore.
Nello sviluppo psicologico dell’infante il “bisogno” deve ben presto lasciare lo spazio al “desiderio”. Il bisogno è ricerca del passato, del latte materno, dell’affetto paterno. Invece il desiderio è una tensione verso il futuro, ciò che deve ancora compiersi, e si fonda sulla speranza. Il termine de-siderio ha a che fare con le stelle. E il sostantivo latino spes, donde l’italiano “speranza”, deriva da una radice indoeuropea in comune con il sanscrito spa, che veicola l’idea della tensione verso una meta.
Insomma il desiderio ci spinge a completarci, a unire le tessere del puzzle che è la nostra vita. E la nostra vita si completa unicamente in Cristo. Per questo i santi dicono che Cristo è l’unica cosa necessaria. Rispetto a Cristo, tutto il resto va in secondo piano.
È la visione limitata dei sensi esterni che ci rende il dolore qualcosa di insopportabile e la idea, che dai sensi si origina, ce ne palesa l’apparente contraddizione. Unicamente la fede mostra che la apparente realtà della contraddizione, che tanto fa presa sul nostro intelletto, altro non è che semplice inganno.
Infatti, il senso più recondito della nostra vita sulla terra è quello di nascere, soffrire, morire e quindi risorgere nella esistenza eterna. Ragion per cui, in questo senso ultimo, la sofferenza e la morte sono rispettivamente preparazione e passaggio alla esistenza eterna.
Dio, che ci ha dato la vita, la ha programmata non in sé stessa ma con un fine supremo: la Gloria nei cieli.
Il cristiano deve farsi testimone di questo messaggio evangelico, impegnandosi in prima persona, con le parole e soprattutto l’esempio.
Vivere il cristianesimo in prima persona, per san Giovanni Bosco, significa vivere con ragione, religione e amorevolezza, mettendo il cuore e la ragione al servizio di Dio e del prossimo. Si tratta di un’esistenza incentrata sull’accettare la grazia divina, sull’amore in particolare verso i giovani e sulla fiducia nelle loro capacità, come testimonia il suo motto: “Dammi le anime, prendi tutto il resto”.
San Tommaso d’Aquino (Summa Theologiae II-II q136 a3) scriveva:
“ … l‘animo di per sé aborrisce la tristezza e il dolore, e quindi mai accetterebbe il dolore per sé stesso, ma solo per uno scopo. È quindi necessario che il bene per cui uno accetta di soffrire sia più bramato e amato di quel bene la cui privazione produce il dolore che sopportiamo con pazienza”.
Il dolore si può sopportare pensando al bene più grande che da esso deriva, che è il paradiso. Questo è il messaggio rivoluzionario del vangelo di Nostro Signore Gesù Cristo. È questa la speranza cristiana: ricordiamo che il Giubileo del 2025 si celebra all’insegna della virtù della speranza!
Quando preghiamo, chiediamo a Dio di liberarci dal Male e dai mali materiali e spirituali, quindi ci aspettiamo un Dio che con la bacchetta magica sana le nostre ferite. Ma il Crocifisso ci insegna a guardare a un Dio che non toglie via il male, ma lo assume per trasformarlo.
Cristo in Croce sta a braccia aperte per abbracciare ogni uomo e inserirlo nella comunione di amore divina che assume il dolore per ricavarne un bene più grande. Nel primo millennio i crocifissi erano fatti soltanto con un Cristo glorioso, fu in seguito san Francesco di Assisi a ispirare gli artisti nel plasmare Gesù sofferente.
È questa la grande rivoluzione del cristianesimo: Dio è venuto in Cristo ad insegnarci il segreto del dolore. La sofferenza e la morte non hanno l’ultima parola, dopo di esse vi è la Gloria della risurrezione.
Bibliografia
- J. C. Cooper, Yin e Yang. L’armonia taoista degli opposti, Roma 1982;
- P. Florenskij, Lo spazio e il tempo nell’arte, Milano 1995;
- L. Klages, Dell’Eros cosmogonico, Padova 2009;
- G. Michelini, Matteo. Introduzione, traduzione e commento, Milano 2013;
- Sanjib Mahato, “Advaita concept of mind”, in International Journal of Sanskrit Research 11.5 (2025), pp. 19-20.



