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Il sesso senza attesa: le nuove generazioni rischiano di perdere il piacere della scoperta, di Mara Antonaccio

Domani

Si parla molto della crisi delle relazioni, della diminuzione delle nascite, delle difficoltà delle giovani coppie a costruire rapporti duraturi, ma raramente si affronta un tema che probabilmente sta a monte di tutti questi fenomeni: il cambiamento profondo della sessualità tra le nuove generazioni.

È paradossale affermarlo in un’epoca in cui il sesso è ovunque, ma la realtà è questa. Mai come oggi il corpo è stato esibito, raccontato, fotografato, filmato e consumato; mai come oggi è stato così facile accedere a contenuti erotici di ogni genere attraverso il web. Eppure, proprio mentre il sesso è diventato onnipresente, la sessualità sembra essersi impoverita. Non necessariamente sul piano quantitativo, ma certamente su quello qualitativo.

La prima vittima di questa trasformazione è stata l’attesa.

Per secoli la seduzione è stata costruita sull’attesa, sull’avvicinamento progressivo, sul desiderio che cresceva nel tempo; ci si scriveva lettere, ci si cercava con lo sguardo, si imparava lentamente a conoscere il linguaggio dell’altro. Attenzione, non sto affermando che il passato fosse migliore del presente, di certo però possedeva una caratteristica che oggi appare sempre più rara: la scoperta.

La scoperta era parte integrante dell’esperienza amorosa: si scopriva il carattere dell’altro, il suo modo di parlare, di sorridere, di emozionarsi; si scopriva il corpo poco alla volta, senza manuali, senza tutorial, senza confronti continui con modelli irraggiungibili.

Oggi molti ragazzi arrivano all’età adulta convinti di sapere già tutto della sessualità perché hanno visto migliaia di immagini e centinaia di ore di pornografia; in realtà hanno visto molto sesso ma sanno pochissimo di sessualità.

La pornografia moderna ha inevitabilmente modificato l’immaginario collettivo; non la sto demonizzando, chi di noi non ha giocato col partner davanti ad un film contenente messaggi sessuali espliciti, ma riconosco che essa rappresenta una finzione, esattamente come un film d’azione non rappresenta la vita reale.

Il problema nasce quando quella finzione diventa il principale strumento educativo per adolescenti che non possiedono ancora gli strumenti culturali ed emotivi per distinguere tra rappresentazione e realtà.

Il risultato è che il sesso viene sempre più percepito come una performance; ci si concentra su ciò che si deve fare piuttosto che su ciò che si prova. Si cerca di imitare comportamenti osservati sullo schermo invece di costruire un linguaggio personale e condiviso con il partner. L’attenzione si sposta dalla relazione al risultato, dalla comunicazione all’esecuzione.

In questo contesto spesso il corpo femminile è il grande frainteso.

La sessualità femminile è probabilmente uno dei fenomeni biologici ed emotivi più complessi dell’essere umano; non funziona come un interruttore che si accende o si spegne. È influenzata da fattori neurologici, ormonali, psicologici, relazionali e persino culturali. Il desiderio di una donna nasce dall’incontro tra il corpo e la mente, tra la percezione di sicurezza e l’attrazione, tra il sentirsi desiderata e il sentirsi rispettata.

Quando tutto viene ridotto alla prestazione, questa complessità rischia di essere ignorata. Molte giovani donne finiscono così per vivere il proprio corpo come un oggetto da valutare anziché come uno strumento di piacere e di comunicazione. Devono apparire sempre desiderabili, sempre sicure di sé, sempre all’altezza di standard estetici spesso irrealistici. Invece di ascoltare il proprio corpo, imparano a giudicarlo.

Ma anche gli uomini pagano un prezzo elevato, la cultura della performance non risparmia nessuno. Da decenni viene trasmessa l’idea che il valore maschile dipenda dalla capacità di essere sempre pronti, sempre sicuri, sempre efficaci. Molti giovani crescono con l’ansia di dover dimostrare qualcosa, trasformando un momento che dovrebbe essere di condivisione, in una sorta di esame da superare.

Si crea così un paradosso singolare: due persone che cercano intimità finiscono per incontrarsi portando entrambe un carico di aspettative, paure e insicurezze che rendono sempre più difficile la spontaneità.

La sessualità, invece, è uno degli ambiti della vita nei quali la spontaneità è più importante della tecnica, non perché la conoscenza del corpo non sia utile, ma perché nessuna tecnica può sostituire la capacità di ascoltare l’altro.

Fare l’amore non significa semplicemente compiere un atto fisico, significa entrare in relazione, osservare, comprendere, adattarsi, comunicare; significa accettare che ogni persona sia diversa e che ogni incontro rappresenti una scoperta.

Per questo motivo appare preoccupante la progressiva scomparsa del gioco nella sessualità contemporanea. Il gioco non è superficialità, al contrario, è una delle forme più evolute dell’interazione umana, i bambini imparano giocando, gli animali socializzano giocando, le coppie costruiscono complicità giocando.

Anche il sesso dovrebbe conservare questa dimensione ludica, non nel senso di banalizzarlo, ma di liberarlo dall’ossessione del risultato; le scimmie antropomorfe, nostre sorelle con il 99% del patrimonio genetico identico, usano il sesso come intrattenimento, come moderatore sociale, come soluzione delle controversie, lo praticano più volte al giorno e non certo per riprodursi.

La curiosità, il sorriso, la sorpresa, perfino l’imperfezione fanno parte dell’esperienza erotica tanto quanto il desiderio.

Una società che pretende prestazioni perfette in ogni ambito dell’esistenza rischia di trasformare anche l’intimità in un terreno di valutazione continua, e quando il piacere viene sostituito dalla prestazione, il desiderio inevitabilmente si spegne.

Forse dovremmo insegnare ai giovani qualcosa che le generazioni precedenti avevano imparato quasi istintivamente: che la seduzione è un’arte dell’attesa, che il desiderio cresce nella lentezza, che il corpo umano non è una macchina da prestazione e che la sessualità più appagante non nasce dalla perfezione tecnica, ma dalla libertà di esplorare insieme.

In fondo il sesso, prima ancora di essere un atto biologico destinato alla riproduzione, è uno straordinario strumento di comunicazione e come ogni sua forma autentica ha bisogno di tempo, ascolto, fiducia e gioco. Proprio quel gioco che stiamo rischiando di perdere e che, forse, dovremmo imparare a ritrovare.

Si parla molto della crisi delle relazioni, della diminuzione delle nascite, delle difficoltà delle giovani coppie a costruire rapporti duraturi, ma raramente si affronta un tema che probabilmente sta a monte di tutti questi fenomeni: il cambiamento profondo della sessualità tra le nuove generazioni.

È paradossale affermarlo in un’epoca in cui il sesso è ovunque, ma la realtà è questa. Mai come oggi il corpo è stato esibito, raccontato, fotografato, filmato e consumato; mai come oggi è stato così facile accedere a contenuti erotici di ogni genere attraverso il web. Eppure, proprio mentre il sesso è diventato onnipresente, la sessualità sembra essersi impoverita. Non necessariamente sul piano quantitativo, ma certamente su quello qualitativo.

La prima vittima di questa trasformazione è stata l’attesa.

Per secoli la seduzione è stata costruita sull’attesa, sull’avvicinamento progressivo, sul desiderio che cresceva nel tempo; ci si scriveva lettere, ci si cercava con lo sguardo, si imparava lentamente a conoscere il linguaggio dell’altro. Attenzione, non sto affermando che il passato fosse migliore del presente, di certo però possedeva una caratteristica che oggi appare sempre più rara: la scoperta.

La scoperta era parte integrante dell’esperienza amorosa: si scopriva il carattere dell’altro, il suo modo di parlare, di sorridere, di emozionarsi; si scopriva il corpo poco alla volta, senza manuali, senza tutorial, senza confronti continui con modelli irraggiungibili.

Oggi molti ragazzi arrivano all’età adulta convinti di sapere già tutto della sessualità perché hanno visto migliaia di immagini e centinaia di ore di pornografia; in realtà hanno visto molto sesso ma sanno pochissimo di sessualità.

La pornografia moderna ha inevitabilmente modificato l’immaginario collettivo; non la sto demonizzando, chi di noi non ha giocato col partner davanti ad un film contenente messaggi sessuali espliciti, ma riconosco che essa rappresenta una finzione, esattamente come un film d’azione non rappresenta la vita reale.

Il problema nasce quando quella finzione diventa il principale strumento educativo per adolescenti che non possiedono ancora gli strumenti culturali ed emotivi per distinguere tra rappresentazione e realtà.

Il risultato è che il sesso viene sempre più percepito come una performance; ci si concentra su ciò che si deve fare piuttosto che su ciò che si prova. Si cerca di imitare comportamenti osservati sullo schermo invece di costruire un linguaggio personale e condiviso con il partner. L’attenzione si sposta dalla relazione al risultato, dalla comunicazione all’esecuzione.

In questo contesto spesso il corpo femminile è il grande frainteso.

La sessualità femminile è probabilmente uno dei fenomeni biologici ed emotivi più complessi dell’essere umano; non funziona come un interruttore che si accende o si spegne. È influenzata da fattori neurologici, ormonali, psicologici, relazionali e persino culturali. Il desiderio di una donna nasce dall’incontro tra il corpo e la mente, tra la percezione di sicurezza e l’attrazione, tra il sentirsi desiderata e il sentirsi rispettata.

Quando tutto viene ridotto alla prestazione, questa complessità rischia di essere ignorata. Molte giovani donne finiscono così per vivere il proprio corpo come un oggetto da valutare anziché come uno strumento di piacere e di comunicazione. Devono apparire sempre desiderabili, sempre sicure di sé, sempre all’altezza di standard estetici spesso irrealistici. Invece di ascoltare il proprio corpo, imparano a giudicarlo.

Ma anche gli uomini pagano un prezzo elevato, la cultura della performance non risparmia nessuno. Da decenni viene trasmessa l’idea che il valore maschile dipenda dalla capacità di essere sempre pronti, sempre sicuri, sempre efficaci. Molti giovani crescono con l’ansia di dover dimostrare qualcosa, trasformando un momento che dovrebbe essere di condivisione, in una sorta di esame da superare.

Si crea così un paradosso singolare: due persone che cercano intimità finiscono per incontrarsi portando entrambe un carico di aspettative, paure e insicurezze che rendono sempre più difficile la spontaneità.

La sessualità, invece, è uno degli ambiti della vita nei quali la spontaneità è più importante della tecnica, non perché la conoscenza del corpo non sia utile, ma perché nessuna tecnica può sostituire la capacità di ascoltare l’altro.

Fare l’amore non significa semplicemente compiere un atto fisico, significa entrare in relazione, osservare, comprendere, adattarsi, comunicare; significa accettare che ogni persona sia diversa e che ogni incontro rappresenti una scoperta.

Per questo motivo appare preoccupante la progressiva scomparsa del gioco nella sessualità contemporanea. Il gioco non è superficialità, al contrario, è una delle forme più evolute dell’interazione umana, i bambini imparano giocando, gli animali socializzano giocando, le coppie costruiscono complicità giocando.

Anche il sesso dovrebbe conservare questa dimensione ludica, non nel senso di banalizzarlo, ma di liberarlo dall’ossessione del risultato; le scimmie antropomorfe, nostre sorelle con il 99% del patrimonio genetico identico, usano il sesso come intrattenimento, come moderatore sociale, come soluzione delle controversie, lo praticano più volte al giorno e non certo per riprodursi.

La curiosità, il sorriso, la sorpresa, perfino l’imperfezione fanno parte dell’esperienza erotica tanto quanto il desiderio.

Una società che pretende prestazioni perfette in ogni ambito dell’esistenza rischia di trasformare anche l’intimità in un terreno di valutazione continua, e quando il piacere viene sostituito dalla prestazione, il desiderio inevitabilmente si spegne.

Forse dovremmo insegnare ai giovani qualcosa che le generazioni precedenti avevano imparato quasi istintivamente: che la seduzione è un’arte dell’attesa, che il desiderio cresce nella lentezza, che il corpo umano non è una macchina da prestazione e che la sessualità più appagante non nasce dalla perfezione tecnica, ma dalla libertà di esplorare insieme.

In fondo il sesso, prima ancora di essere un atto biologico destinato alla riproduzione, è uno straordinario strumento di comunicazione e come ogni sua forma autentica ha bisogno di tempo, ascolto, fiducia e gioco. Proprio quel gioco che stiamo rischiando di perdere e che, forse, dovremmo imparare a ritrovare.

2 Giugno 2026/da Redazione
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