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La fine del liberalismo? di Ludovico Fulci

Politica

1. Il liberalismo in crisi

Il liberalismo non è soltanto in crisi, volge stancamente al suo termine. Lo dice il fatto che non ci siano più nella coscienza collettiva, ma solo nelle persone più acculturate, un liberalismo di destra e un liberalismo di sinistra. Destra e Sinistra sono ormai, per la maggior parte degli europei fascismo e comunismo, ovvero, per tradurre nei termini di un ragionare oggi corrente, una destra e una sinistra che si contrappongono, ostili l’una all’altra, per cui quel che è di sinistra appare comunque a chi sia di destra “comunismo” e quel che è di destra appare a chiunque sia di sinistra “fascismo”. Si direbbe che i popoli europei siano sensibili al sentore di questi due fantasmi del passato che sono in soldoni “puzza” di comunismo e di fascismo, anche quando non siano né comunismo né fascismo, per come questi si sono manifestati nel passato, dove fascismo e comunismo, da  tendenze che erano, si sono manifestati nelle forme di dittature a vario titolo esercitate. 

In questo senso il liberale non è più liberale di destra o di sinistra, come accadeva all’indomani dell’Unità d’Italia. Il liberale di destra è considerato a sinistra un filofascista e onestamente va riconosciuto che talvolta lo è, come il liberale di sinistra, che appare un filocomunista, talvolta è veramente tale.

Così Matteo Renzi, che si è alienato parte delle simpatie della sinistra, è visto ancora a destra come esponente della sinistra, non vedendosi che sta cercando di trovare una sua collocazione politica che forse non è chiara neanche a lui. Così il partito della Lega è da tanti considerato fascista, specie dopo l’apertura del senatore Salvini al generale Vannacci.

2. La democrazia imperfetta

Il fatto che allarma di più è che il contrasto non è tra fascisti e comunisti ma tra antifascisti e anticomunisti, due partiti entrambi viscerali che reciprocamente si accusano di costituire una minaccia alla democrazia, che peraltro tutti conveniamo essere imperfetta. E dàgli a insistere, quando si apre questo spiraglio, sull’imperfezione della democrazia. E qui si scopre che a tanti la democrazia non piace e non soddisfa.

Oggi che ho i capelli bianchi oso dire di non aver mai visto qualcosa di perfetto in vita mia. Ora il buon Eraclito, filosofo al quale va la mia ammirazione, diceva venticinque secoli fa che “tutto cambia”. Che è quanto dire che tutto è imperfetto e quel poco, pochissimo che fortuitamente lo è, cambiando, diventa fatalmente imperfetto. Un matrimonio non si regge sulla sopportazione reciproca o sulla proverbiale pazienza di Giobbe e sulla pia rassegnazione di Desdemona ma sull’impegno preso da entrambi i coniugi di fare qualche sforzo per migliorare se stessi, sapendo l’uno che anche l’altra si darà da fare in quel senso. Se la critica alla democrazia sta nella sua imperfezione, sta a noi migliorarla. È semplice.

3. Criptocomunismo

E a questo punto devo per onestà svelarmi. Sono un liberale di sinistra nel senso originario, che è quanto dire, per tanti “anticomunisti” nostrani, uu filocomunista se non addirittura un criptocomunista, tanto per rubare un’espressione (qualcuno ricorderà l’epoca dei criptofascisti!) cara alla parte avversa.

Come liberale di sinistra so di appartenere a una specie forse estinta di cui io sono un raro esemplare sopravvissuto, anche dopo il tentativo, per certi aspetti patetico, di Marco Pannella che tentò di rianimare il moribondo sinistrismo liberale. Nella mia posizione però mi pare strano che l’attuale governo, composto da anticomunisti, sia costituito in buona parte da persone che stentano a dirsi, oltre che anticomunisti anche antifascisti.

La ragione per cui mi conforterebbe un risoluto passo in questa direzione è semplice. E la espongo senza difficoltà.

4. Il fascismo in Italia

Diversamente da quanto è accaduto in paesi come la Polonia e l’Ungheria, dove il comunismo c’è stato e anzi è stato imposto da una potenza straniera, in Italia non c’è mai stato un governo comunista ma, solo a partire da gli anni Sessanta in poi, governi di centro-sinistra. Il primo fu un governo che nacque dall’accordo tra il P. S. I. e la D. C. Ricordo che allora un canto degli extraparlamentari di sinistra diceva Centro – sinistra è un grande governo, / retto da Nenni e dal Padreterno…  /Il Padreterno voi tutti sapete / parla una lingua vicina all’inglese…/ Perciò cantiamo morte al padrone …

Oggi  mi viene quasi da ridere, ricordando quel canto e la faccia di nonna Rosina che sospirava “ se viene il comunismo, diventiamo tutti poveretti”. Ed io che ero ragazzino le dicevo alzando la voce perché mi sentisse: “Tranquilla nonna, che il comunismo in Italia non arriverà mai!”  e le ricordavo che c’erano il Vaticano e le basi Nato che lo avrebbero impedito. Nonna mi guardava non del tutto rassicurata.

Il P.C.I., finché ci fu, non raggiunse mai in Italia la maggioranza assoluta, dovendosi accontentare di una partecipazione a governi misti. Non altrettanto può dirsi del fascismo, con Mussolini che fu presidente del Consiglio dei ministri per vent’anni, dall’ottobre del 1922 al luglio del 1943. In quei vent’anni accadde che gli antifascisti – che tali furono non a parole ma con convinzione – pagarono chi con la vita, chi col carcere chi con l’esilio il loro dissenso verso il regime. Alcuni di quelli che aderirono al fascismo invece crearono la loro fortuna, piccola o grande che fosse, poco importa. Sta di fatto che la crearono. Sono fatti che appartengono alla memoria delle famiglie italiane non solo perché sono fatti accaduti ma anche perché vent’anni sono lunghi da passare e il destino favorevole o avverso che sia compie la sua opera, mettendo radici che basta innaffiare appena perché germoglino di nuovo. Da noi ci fu l’OVRA, nella Germania dell’Est ci fu la Stasi, due fenomeni simili, espressione però del fascismo l’uno, del comunismo l’altra. Né può tacersi che, come Togliatti ben sapeva, non furono pochi gli ex-fascisti che si iscrissero al P.C.I. poco prima o poco dopo la Liberazione, chi per trovare rifugio, chi, passando – come si dice – dall’altra parte per la grande delusione patita da una guerra destinata a concludersi con una sconfitta. Prendersela con questi ultimi è ridicolo. Avevano le idee confuse prima e continuarono ad averle confuse anche dopo. In parte possono identificarsi nei moralisti della politica, che si allineano su certe posizioni affascinati da ideali di giustizia utilmente agitati dall’una e dall’altra parte.

In questo quadro è onesto ammettere che qualche grammo di fascismo c’è in Italia anche in tanti “antifascisti”, che, pur non condividendo in teoria le idee propugnate dal fascismo, tuttavia non si sono liberati del tutto da modelli comportamentali che hanno la loro origine nella militanza, più o meno attiva, più o meno coatta, nel P. N. F.

Mio padre mi raccontava che allora era frequente sentirsi dire, magari anche da qualche parente “iscriviti al fascio, che fai carriera”. E qui vorrei osservare che l’uomo è fatto in modo che impara, più spesso che non si creda, a inclinare per quel che gli conviene, fino a farselo piacere. È la storiella del bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno che invita all’ottimismo e, nella confusione generale, ci si tappa il naso e si manda giù qualcosa che in realtà non piace, scoprendo con la disarmante ingenuità degli sciocchi, che per fortuna la bevanda non ci ha ammazzati. E questo si chiama ottimismo!

5. Giovanni Amendola, perché dimenticarlo?

Aggiungo bonariamente e senza acrimonia nei riguardi di nessuno, che quanti tra coloro che si rifiutano di dirsi antifascisti e fanno parte dell’attuale governo o anche semplicemente lo ssostengono, dovrebbero ricordare Giovanni Amendola. Padre del più noto Giorgio, Giovanni, ministro nel governo Facta, fece con coraggio (era un antifascista vero perché tale durante il regime fascista!) sensatissime considerazioni circa la natura dell’appena nato movimento politico.

Siamo alla vigilia delle elezioni del 1924, quelle che Matteotti avrebbe voluto invalidare. Dichiara Amendola ai suoi elettori in un discorso tenuto a Napoli il 20 marzo di quell’anno:

Il fascismo sarà ricordato nella storia italiana come la culminazione parossistica dell’eccesso del potere esecutivo, che ha inciso profondamente e dolorosamente non solo nella vita pubblica ma altresì nella vita privata del nostro Paese, cosicché, mentre esso mirava ad imporre il problema della riforma politica della Costituzione, nel fatto ha finito per mettere all’ordine del giorno il problema della creazione dello Stato.

6. Facendo chiarezza

Non voglio con questo dire che l’attuale governo sia tendenzialmente fascista. Oltretutto non gli si può imputare la colpa d’avere indebolito il Parlamento, che si è semmai indebolito da sé.  Dal punto di vista di un liberale (di destra o di sinistra che sia) non ci si affretta a dare per forza ragione al compagno di partito quando c’è il sospetto che l’amico abbia compiuto qualcosa di illegale. Volendo anzi essere concreti, a prendere le distanze da chi “intrallazza” con eccessiva disinvoltura, si dovrebbero acquisire due meriti, uno di fronte all’elettorato che apprezzerebbe il gesto, l’altro di fronte al partito che, sia pure con qualche mal di pancia, dovrebbe lodare un’iniziativa del genere con cui s’è contribuito a fare un po’ di pulizia, restituendo credibilità alla fazione per la quale si milita.

L’esempio che diede Forza Italia, che qualcuno definì un partito caratterizzato da una disciplina interna di ispirazione stalinista, fu presto seguito da tutti e pian piano, specialmente al momento di votare, si notò la tendenza a esprimere un voto tutti per uno.

Da liberale italiano, che guarda alla storia del suo paese devo però riconoscere che, per quanto stalinista possa definirsi l’ordine di scuderia del partito, in Italia il fatto si spiega come retaggio culturale e morale del fascismo. Non so dare altra origine alla solerzia nell’obbedire al capo, al leader che, manco a dirlo, è carismatico. Parola magica che suggerisce un superomismo più dannunziano che nicciano.

In questo quadro la lodevole e encomiabile proposta di procedere a una riforma della Giustizia sembra ritorcersi contro l’attuale governo. Si sarebbe trattato di prendere la palla al balzo per rivitalizzare il Parlamento, dichiarando che una delle urgenze del momento è una macchina della giustizia efficiente e moderna. E allora tutti al lavoro, per progettare assieme la riforma che comporta il mettere le mani al dettato costituzionale, salvandone lo spirito squisitamente democratico.

L’opposizione un po’ ha protestato, ma non ha saputo fare un fronte comune che, per l’occasione, avesse la forza di far fare marcia indietro ai partiti dell’alleanza governativa nella pretesa di far loro tutto. E siccome la riforma s’è fatta consistere in pratica nella separazione delle carriere, in parte presentata quale separazione dei compiti e delle mansioni, mentre riguarda più precisamente i meccanismi di avanzamento nella carriera dei P. M., il cittadino resta perplesso e disorientato.

Si sa che nei tribunali mancano perfino i materiali di cancelleria, il personale è scarso e le pratiche tante, anzi tantissime. Si aggiungano i danni che creano i media, che conducono indagini mettendo il microfono in mano a vicini di casa, conoscenti, “amici” che, nell’emozione di apparire in tv, dicono lì per lì quello che gli viene da dire e che contribuisce a creare il partito degli innocentisti e dei colpevolisti. Qualcuno fa presente che per una sentenza definitiva bisogna aspettare ben tre gradi di giudizio, ma ormai la macchina infernale del “mi è tutto chiaro” è partita. Nessuno che ammetta “io no ero presente al caso, non ho letto i documenti, devo aspettare per sapere”.

Oggi un magistrato opera in mezzo a tante difficoltà, non ultima l’ignoranza diffusa circa un lavoro che richiede attenzione e che, per esser fatto bene, esclude ogni routine.

Tornando al modo i cui questa riforma è nata ed è maturata, ho una cosa da dire. Da liberale che, prima d’essere liberale di sinistra, è comunque tenacemente liberale, ai tempi del governo presieduto da Matteo Renzi, quando si propose un referendum per varare una riforma, io preferii votare contro proprio per il fatto che la riforma proposta non fosse stata profondamente dibattuta in Parlamento e con vasta eco sulla stampa, ma fosse una rif non è orma sostenuta dal governo. 

7. Concludendo…?

È ovvio che Amendola sostenesse quel che sostenne. Per lui i poteri sono tre: quello esecutivo, che spetta al Governo; quello legislativo che spetta al Parlamento, quello giudiziario che spetta alla Magistratura.

Gli storici sanno benissimo che cosa accadde ai tempi di Giovanni Amendola: esautorato il Parlamento, si esautorò la Magistratura.

L’attuale ministro della Giustizia ha sostenuto pubblicamente che è una bestemmia ritenere che fatti del genere possano accadere e che forse non possono neanche pensarsi.

Ora, se il Governo (che nel nostro paese non può essere e dunque non è fascista) non legiferasse di fatto come sempre più spesso accade e mirasse a riforme costituzionali condivise, sia pure a denti stretti dall’opposizione o da una parte dell’opposizione, non avrei ragione per temere alcunché. In fondo non sono un comunista che possa spudoratamente accusare il governo di non essere abbastanza antifascista…

E allora mi dico, come suggerisce un noto conduttore della Tv, “Non succede….” e sono più ottimista.

Il guaio è nella continuazione della solfa: “… ma se succede…”  

24 Febbraio 2026/da Redazione
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