Le guerre incompiute dei presidenti Trump e Putin, di Paolo Vieta
Trump
Da alcuni giorni le forze armate USA hanno ripreso a bombardare sistematicamente e quotidianamente obiettivi nella Repubblica Islamica, dopo tre mesi di sostanziale interruzione, accompagnata da complesse trattative. Questo cambio di passo ha sorpreso molti analisti e richiede un minimo di analisi.
Dopo settimane di minacce da parte del Presidente Trump, gli attacchi erano stati sferrati il 28 di febbraio e sospesi il 7 aprile, sull’annuncio di un iniziale accordo con cessate il fuoco di due settimane. Dopo gli scontri sono stati limitati a qualche scaramuccia da entrambe le parti.
Obiettivi raggiunti, durante la prima fase della campagna: assai pochi. Nonostante la decapitazione della leadership, non si è verificato il prospettato cambio di regime, che il fallimento sia imputabile ad errate valutazioni del Mossad? La demolizione degli arsenali iraniani è avvenuta solo in parte, si stima un terzo (Guardian), considerando che mesi di tregua hanno consentito di ripristinare quelle strutture sotterranee di cui erano stati demoliti gli accessi. La capacità di risposta è ancora consistente.
A questo punto Trump avrebbe potuto ordinare una escalation con un attacco di terra, anche limitato alle isole di Karg con l’obiettivo di controllare, o distruggere, l’hub petrolifero del suo avversario e di Qeshm per bloccare le incursioni verso Hormuz. Invece ha sospeso gli attacchi, non volendo impelagarsi in una guerra di lunga durata, né mettere i boots on the ground, visti gli infruttuosi precedenti di Iraq ed Afghanistan. In questo senso è stato di parola, almeno finora, nonostante le altalenanti dichiarazioni quotidiane che hanno reso celebre l’acronimo TACO: Trump Always Chickens Out (Trump si tira sempre indietro).
Inizialmente ho sospettato che fosse l’abbattimento del caccia statunitense F-15E Strike Eagle, avvenuto il 3 aprile, e la conseguente ricerca dei superstiti la ragione principale della sospensione. L’ipotesi che l’episodio, curiosamente avvenuto non all’inizio della campagna a difese integre, bensì dopo cinque settimane, mi ha indotto a pensare ad una svolta nella capacità di difesa iraniana, quale ad esempio un supporto tecnologico cinese. Secondo questa logica, la sconfitta sarebbe stata militare, ossia la incapacità di continuare a colpire, senza un incremento significativo delle perdite. I bombardamenti degli ultimi giorni, smentiscono questa ipotesi.
Si è poi spesso scritto circa l’incapacità di proseguire, per esaurimento delle munizioni offensive e difficoltà dell’industria bellica occidentale di rimpiazzarle in tempi accettabili. Anche questa ipotesi sembra smentita dalla ripresa delle ostilità.
Quindi si sono intavolate trattative per mesi, con al centro la chiusura dello Stretto di Hormuz e la parallela offensiva israeliana in Libano. Che Israele cerchi di trarre il maggior vantaggio possibile dalla situazione, distruggendo uno per uno i suoi nemici, è cosa che ho già messo in evidenza mesi fa.
I termini precisi dell’accordo sono sempre stati vaghi, anche al netto delle roboanti dichiarazioni giornalistiche di entrambi gli attori in gioco. Difficile costruire una pace duratura con una situazione militarmente incerta, una leadership divisa (mi riferisco a quella iraniana, lacerata tra moderati e Pasdaran oltranzisti, in cui la Guida Suprema pare evanescente) e minacce al diritto internazionale con interessi vitali di tante altre nazioni in gioco. Non deve quindi sorprendere che sia iniziata la seconda fase di una guerra incompiuta.
Interessante notare gli effetti sui mercati finanziari: il WTI quotava 60 dollari/barile fino a febbraio, poi è schizzato a 120 con l’attacco, ha continuato ad oscillare tra 90 e 110 per mesi, poi si è riportato sotto 70 solo ad inizio luglio. È chiaro che la situazione militare è causa dell’andamento economico e, fin qui, siamo all’ovvietà. Quello che invece sospetto è che l’andamento economico sia causa delle decisioni militari: Trump ha aspettato che il prezzo si raffreddasse, prima di iniziare una seconda campagna. Sarebbe la prima volta che le decisioni tattiche di un esercito sono direttamente influenzate dai mercati finanziari! In genere quando la guerra inizia, richiede ogni sacrificio possibile, una sorta di whatever it takes, lo sforzo bellico assorbe ogni energia, creando deficit spaventosi per anni.
Stiamo quindi assistendo ad un nuovo modello che ricalca l’equilibrio dinamico prede-predatori? All’aumentare delle prede (disponibilità di greggio e prezzo più basso), aumenta il numero dei predatori (numero missili lanciati) che fa ridiminuire la disponibilità di greggio e risalire i prezzi? Se è così per prevedere la durata degli attacchi dobbiamo scomodare le equazioni differenziali non lineari del primo ordine di Lokta-Volterra.
Putin
Molti anni fa chiesi a mia nonna che l’aveva vissuta, di parlarmi della guerra. Mi rispose che era iniziata nel 1943. «Nonna, ti confondi. La guerra è iniziata il 10 giugno 1940, con la dichiarazione di Mussolini». «Sì sì, ma era lontana. Nel 1943 sono arrivati i tedeschi a casa nostra!»
Questo aneddoto mette in luce la differenza tra la guerra (e la Storia), studiata sui libri ed insegnata nelle scuole, e quella percepita dai contemporanei. La campagne in Africa, in Grecia, in Russia erano lontane, almeno finché non vi prendevano parte congiunti, mentre l’occupazione militare, i bombardamenti e la guerriglia partigiana erano molto più vicini al sentimento popolare.
Dopo quattro anni di guerra, le forze armate ucraine stanno colpendo sistematicamente obiettivi industriali, in territorio russo. Si stima che oltre un terzo dell’industria petrolifera e della raffinazione sia stato gravemente danneggiato e che le sanzioni riducano drasticamente la capacità di ripristino. Il primo effetto è la mancanza di carburante per la popolazione, ma il proseguire della situazione danneggia il sistema logistico, e via via ampi settori dell’economia. Dalla paralisi del trasporto merci, a difficoltà nella raccolta dei prodotti agricoli, alla urgente necessità di ricavare legna per l’inverno, sono sempre più gli aspetti della vita quotidiana della popolazione ad essere toccati. Molto più concretamente di quanto non abbiano fatto finora le sole sanzioni occidentali.
La guerra sta arrivando in Russia. Con buona pace di chi voleva dare all’Ucraina armi solo difensive! Ai danni materiali si aggiungono quelli di immagine: le dense colonne di fumo alla periferia di San Pietroburgo durante il summit internazionale voluto da Putin, non sono un bel biglietto da visita, con cui presentarsi come superpotenza agli occhi del mondo.
Come ho recentemente ricordato (si veda Tutte le sconfitte della Russia) la Russia tende ad impegnarsi in guerra fino allo stremo, con la conseguenza che quando perde ha un collasso del sistema politico e quando vince lo fa con sacrifici enormi. Oggi la situazione è incerta, ma non ci sono grandi segnali di voler chiudere con accordo che congeli la situazione per come è sul campo. Presumibilmente si andrà avanti fino allo stremo. Gli oligarchi sembrano essere troppo legati e controllati dal potere del Cremlino per organizzare un cambio al vertice come quelli che misero da parte Gorbaciov e Eltsin. Tuttavia, un crescente malcontento della popolazione, potrebbe sancire la fine dell’era putiniana, iniziata ormai da più di trent’anni.
Nel 1815 fu Talleyrand ad estromettere Napoleone dopo Waterloo e ci riuscì grazie al sostegno di una classe dirigente stanca del protrarsi di un lunghissimo stato di guerra.



