Narciso, l’horror vacui e la nascita dell’animico, di Ludovico Fulci
1. La cultura occidentale alle sue origini
“Dove ci troviamo quando pensiamo?” Se lo domanda Hannah Arendt ne La vita della mente, una delle sue opere più significative, osservando fra l’altro che quando pensiamo siamo assenti rispetto al mondo presente, come rapiti quanto più, aggiungerei, ci immergiamo nei nostri pensieri (secondo un’espressione di Socrate a cui la Arendt tiene a riferirsi), seguendo il filo di un ragionamento.
Conclude perciò la Arendt asserendo che con Socrate nasce l’io. Asserzione tutt’altro che gratuita, potendosi semmai dire che è fin troppo spontanea, in quanto attualizza un passato culturalmente diverso dal nostro.
Voglio dire che la cultura dell’interiorità – che, ufficializzata da Agostino e già matura in Petrarca, giunge a Dostoevskij passando necessariamente per Cartesio – può difficilmente riferirsi a Socrate che, tanto per cominciare, non è cristiano ma pagano. In quanto legato alla cultura pagana, non soffre i nostri problemi esistenziali, ma è un saggio che vuol mantenere il proprio equilibrio, con ciò rispondendo agli altri non a se stesso dei propri “errori”. Non si discolpa, come facciamo noi, ma difende ostinatamente le sue ragioni.
Per capire la differenza tra il mondo pagano e il nostro, si pensi all’Etica Nicomachea nella quale Aristotele indica al figlio come l’equilibrio debba essere la dote dell’uomo virtuoso e saggio. Si pensi insomma a una sostanziale leggerezza di un mondo morale che come quello greco mira alla felicità, forse nella consapevolezza che l’uomo felice crea attorno a sé uno stato di benessere che, se non cancella, ridimensiona anche negli altri i crucci, le preoccupazioni, le paure.
Le note che qui scrivo vogliono essere di spunto alla necessità di chiarire un aspetto della vicenda culturale dell’Occidente che mi pare urgente definire, con lo scopo di far luce sull’origine della nostra cultura che non deve a mio avviso opporsi a quella orientale, cercando piuttosto di stabilire un dialogo, se non un’intesa, col resto del mondo, col quale si rischia di entrare in collisione.
2. L’inganno dell’io
Riparto perciò dalla domanda della Arendt: “Dove ci troviamo quando pensiamo?” In quel momento di isolamento, nel quale ci spostiamo in un mondo, per dirla alla Platone, ideale, proviamo prima di tutto una vertigine per il fatto di sentirci rapiti, “risucchiati”, immersi nel mare dei pensieri. Devo dire che, quando scrivo, il tempo “passa” diversamente. A un certo punto guardo sul computer nell’angolino in basso a destra dello schermo e vedo l’ora. Mi accorgo che non sono passati, come invece ritenevo, cinque o dieci minuti, ma una buona mezz’ora che mi ha distolto dal pensiero di altre faccende.
Se questo accade a chi scrive di filosofia, qualcosa di simile accade, prima che non al filosofo, allo scrittore o al pittore: il primo, che pensa a una storia nei cui ingranaggi si trova invischiato; il secondo, che vede quello che tuttavia non c’è, tornando per esempio con insistenza a cercare la soluzione adatta per collocare al punto giusto nel quadro che vuol dipingere una figura, dandole il rilievo che essa merita.
Il punto è che al pensiero si torna, con la determinazione di scrivere o di disegnare ovvero di dipingere rappresentando qualcosa, con ciò riempiendo lo spazio vuoto di un foglio, di una tela, o di una tavola di legno, cioè vincendo il cosiddetto horror vacui. Questo sparisce veramente solo quando si è soddisfatti, convinti d’avere riempito degnamente quel vuoto, che virtualmente tale rimane fin tanto che il lavoro non sia stato completato.
C’è la matita, c’è il foglio di carta, c’è, a dire della Arendt, l’io. Ma da dove salta fuori l’io? Ha tutta l’aria d’essere un intruso. In effetti, se non ci fosse, il gioco, nella sua assoluta spontaneità, si risolverebbe in uno scarabocchiare, colorare a caso manipolando, un pasticciare puro e semplice. Invece no. L’io rivendica il diritto di fare e di strafare, finendo spesso col correggere, censurare, cassare o, nel migliore dei casi, sfumare un giudizio, modificare un segno appellandosi a questioni di buon gusto, di rispetto delle regole e altre obiettive stupidaggini che nascondono solo la paura del giudizio altrui. L’io nasce con un freno posto a se stesso. Un io necessariamente dolente. È questo un tema che si direbbe caro a Francesco di Palo che lo tratta ampiamente nelle sue “scorribande filosofiche”, di cui c’è traccia nei video che affollano gli schermi dei nostri computer. Un “io” che già dal tempo di Kafka si è stancato di soffrire, al punto che con Pessoa e altri ha preferito darsi per morto.
3. La seconda nascita
Volendo a questo punto semplificare, se non addirittura schematizzare, con tutti i rischi che l’operazione comporta, direi che nella nostra civiltà l’io è un retaggio della cultura ebraica, non di quella greca. Adamo è l’io, dove Narciso è piuttosto l’anima, l’anima che vaga e non si stanca del suo vagabondare. Adamo deve darsi una disciplina, nel rispetto di sé e degli altri, Narciso deve far dono della sua esuberanza.
Direi, per essere più preciso, che l’io nel mondo della Grecia antica è quasi schiacciato dall’anima che è in lui. Così la voglia di esplorare costringe Ulisse a una vita errabonda, il desiderio di gloria spinge Achille a morir giovane in guerra, e il daimon di Socrate, spinge il filosofo ad ascoltarne i consigli. Non è un caso che Socrate si avvalesse proprio di questa nozione per descrivere la natura umana. Dell’io non gli importa nulla. Son gli altri che lo chiamano, lo cercano, lo amano, lo ammirano e, naturalmente, alcuni (tanti?) lo detestano. Lui si chiama Socrate, ma non è Socrate, perché Socrate nasce dall’accoppiamento della sua anima col suo corpo.
Tutto questo però ci induce a tornare sul mito di Narciso, mito della nascita, che non è nascita dell’io, ma consiste nella scoperta dell’animico come qualcosa di diverso dal corporeo. La scoperta dell’immaginario comporta la rivalutazione del mondo sognato dove tutto quel che è visibile, non è tuttavia tangibile. E il ricordo? Reso più nitido dalla capacità di disegnare o anche solo di osservare il disegno, il ricordo somiglia sempre di più a qualcosa che mi appare in sogno. Si pensi alla scena con cui si apre una delle più celebri tragedie di Eschilo. Siamo alla reggia di Susa e la regina si sveglia rivelando d’aver fatto un sogno angoscioso, quindi entra il messaggero che annuncia la disastrosa disfatta subita dalla flotta persiana a Salamina. Sogno ed evocazione di fatti accaduti si somigliano e l’accostamento dei due linguaggi è una frustata alla sensibilità di un pubblico per il quale la battaglia di Salamina è un avvenimento di portata storica come per noi potrebbe essere la battaglia del Piave. Narciso, posto sulla inea di demarcazione tra la finzione e la realtà è insomma chi scopre la seconda nascita, che è tutt’altra cosa rispetto alla seconda morte, di fronte alla quale Adamo perde sé stesso.
Però, mentre Adamo si dispera per quel che ha perduto, Narciso si compiace per quel che ha scoperto.
Parlando di seconda morte e di seconda nascita, voglio riferirmi alla morte interiore che è lo smarrimento dell’anima per cui Adamo, dannato, è privato della dolcezza di sentire tutto quanto sia piacevole. La dannazione accende un lutto a cui non ci si rassegna. È il lutto per una morte interiore che è morte di un’anima concepita che cede al rischio di nascere morta. La seconda nascita è invece il nascere al desiderio di vivere che si scopre quando, rapiti nel mondo ideale, creiamo qualcosa, proviamo la gioia dell’artista che ha creato il gioiello, grazie alla sua maestria.
Mi pare che il fatto spieghi come mai nel mondo greco (e romano) alcuni dei, come Atena, Dioniso e Afrodite ma non soltanto, nascessero adulti e la loro nascita fosse qualcosa di considerevole. Sono esseri che sanno d’esser nati per qualcosa.
4. Il narciso è anche un fiore
Che sia illusione o una realtà più sostanziale (e sostanziosa) di quella che ci appare, il mondo che si schiude all’anima ci fa più vivi. Lo dimostra il fatto che a quel mondo torniamo, talvolta riprendendo il filo di un ragionamento interrotto, e l’arte diventa il lavoro del quale e per il quale viviamo. A questo punto l’intruso, che s’era ficcato tra il mondo cosiddetto reale e quello ideale, scopre che il mondo ideale potrebbe essere quello veramente reale, ingannevole invece e inconsistente il mondo che, senza essere reale, è solamente sensibile. Scoperta che vale lo struggimento di Adamo per l’errore imperdonabile da lui commesso. Al contrario, per Narciso, la scoperta vale una chiamata, un risveglio, un venire a nuova vita.
Sono due eventi che si compiono seguendo due logiche opposte. La morte interiore, che è la scoperta del peccato, è la morte dell’anima intesa come la mia anima, in una parola la morte della della mia singolarità, unicità, particolarità, che, offesa, diventa identità, una prigione dalla quale non esci più. La seconda nascita è la festosa scoperta della creatività come inseguimento della vita e di ciò che è vivo. A quel punto la mia vita non è nell’alfa e nell’omega sulla pietra tombale che più o meno utilmente conserva i miei resti, ma è il senso che alla mia vita ho l’opportunità di dare, proprio perché la vita non è la mia vita.
Ora, mentre la cultura pagana, specialmente quella greca, è cultura dell’uomo libero, la cultura ebraica e cristiana è cultura dell’ obbedienza che si spera si concluda col riscatto con cui a Giobbe è restituito finalmente quel che ha perduto. Ugualmente al peccatore è restituita la vita eterna, dopo che si sia sinceramente pentito.
In quella che in Europa è stata la cultura dominante, dopo la fine dell’impero romano, l’io è divenuto un vero e proprio polo di riferimento. Un io che ha obblighi morali che possono sopraffarlo e Narciso è diventato ben altro da quel che naturalmente era: l’egocentrico, l’egoista, che poveramente ama sé stesso, senza amare gli altri. Adamo diventa così un Narciso pentito che morendo muore alla vita, come vi moriamo noi. A differenza di Adamo, il vero Narciso si stupisce della propria creatività nella quale coglie un proprio talento, una propria forza vitale. In questo senso egli è il prototipo dell’eroe, per tale intendendosi l’uomo che pensando e parlando agisce. Adamo, al contrario, rinuncia alla creatività, attribuendola al Dio che lo perseguita.
Per lui appurare la sincerità del proprio pentimento sarà non a caso difficile. Gli toccherà aspettare un “segno”, che valga ai suoi occhi il perdono del suo dio, dove il per-dono è il dono che giunge inaspettato e che si accetta solo perché si avverte come opportunità decretata da una volontà superiore.
Allora per un momento Narciso riappare e se ne sente il profumo inebriante… E non è un caso, dal momento che il profumo, il sentore, è essenza, non esistenza. Fatto che spiega la breve durata di questa “resurrezione” adombrata nel mito. Il punto è che, a volerla prendere sul serio, la storia di Narciso ci dice che esiste un mondo, quello che oggi chiamiamo “immaginario” al quale, come Narcisi, abbiamo tutti possibilità d’accedere. Narciso ha un’anima viva che è la porta da attraversare per trovarci nel mondo della progettualità dove sono nate cose come l’Odissea e l’impresa di Cristoforo Colombo che da Palos giunse alle coste di Cuba. Quest’anima viva è essenza forse perché semplicemente non esiste. Veramente potrebbe essere un artificio, un espediente, un po’ come le pinze con cui spostiamo il ciocco di legno infuocato nel nostro camino, uno strumento per stabilire un contatto col mondo che, nella finzione, ci consente di intervenire sul mondo “reale” per modificarlo. Dell’anima abbiamo nozione e questo ci dovrebbe bastare, come pare che effettivamente ci basti.
5. La bidimensionalità come spazio immaginario
Torniamo al disegno e torniamo soprattutto alla scoperta che le nostre sembianze possano essere ritratte da un pittore, trasferendole su una superficie. La bidimensionalità della nostra immagine desta sorpresa, è un po’ la nostra ombra. Tutt’altra cosa rispetto alla raffigurazione che di Tizio o di Caio si contiene in una statua di marmo, di bronzo o di legno che sia. Nella statua la corporeità si salva, dove nel disegno o nel solo nome si fa evanescente, come se nel nome e nel disegno qualcosa della persona nominata o raffigurata sia stata “rapita” e posta fuori del corpo. Si pensi alla figure nere del vasellame antico. Si pensi alla convinzione diffusa in diverse civiltà del paleolitico secondo cui il cacciatore si approprierebbe dell’anima della preda uccisa, preda che spesso veniva prima ritratta. Ce lo rivelano le pitture rupestri nelle quali l’animale è raffigurato con molta attenzione, dandosi risalto ai particolari anatomici. Tante di quelle pitture sono vere e proprie scene di caccia, in cui le frecce e le aste colpiscono punti vitali dell’animale.
Tutto questo spiega come l’arte pittorica e quella del disegmo, che nascono dopo le arti plastiche, abbiano un che di magico che alla scultura manca. Che sia un utensile, come un’ascia o un martello o il volto di una persona, l’oggetto artefatto nasce dalla manipolazione ed è materiale, dove l’oggetto disegnato è stranamente immateriale, non posso afferrarlo tra le mani. È frutto dell’immaginazione.
Credo che a questo punto abbiamo già tutti gli elementi utili a ricostruire la filogenesi di un procedimento divenuto nel tempo quasi meccanico. Voglio dire che, senza essere artisti, è capitato a tutti di fare degli scarabocchi con la penna mentre stiamo al telefono, o di scrivere una cartolina con saluti e baci, lontanissima dall’originalità e forza espressiva che può avere la pagina di un bel romanzo.
Si susseguono allora in noi varie di emozioni: la prima (e la più importante) è nel vedere che, concentrandosi, quel vuoto che ci sgomentava si è pian piano riempito di figure e di parole, cancellate, corrette, aggiustate in modo da dire quel che si vuol dire. Ed è questa un’altra sorpresa, quella d’essere riusciti a dire qualcosa.
Non è solo nato qualcosa. A pensarci attentamente, la nascita di quel che abbiamo creato è avvenuta per noi e in noi. siamo nati noi, siamo nati (ri-nati).
6. La banalità del male
A questa conclusione si giunge sul filo del ragionamento condotto dalla Arendt, che ai miei occhi è tra le più brillanti intelligenze filosofiche del secolo passato. La dice lunga anche la desacralizzazione del male, la cui origine perde per lei qualsiasi maestà, rivelandosi il male, nella sua essenza, qualcosa di “banale”, come in effetti è.
Siamo a un nodo importante di una ricerca filosofica che purtroppo non si è conclusa per la morte precoce della Arendt. Ricerca che nessuno può pretendere di sapere a che punto potesse approdare.
Il punto però è che l’io, come partecipe della res cogitans, nasce con Cartesio, come io pensante che, in quanto tale, scopre d’essere partecipe al tempo stesso della res extensa e della res cogitans, posto per così dire in croce tra la fatica di vivere e quella di pensare, studiandosi di seguire una retta via.
Cartesio si poneva con ciò sulla scia di Agostino il quale aveva introdotto l’idea di un peccato originale che da Adamo s’era trasmesso per discendenza al suo mal seme per dirla con Dante. Trasformando il mito in una semplice narrazione, abbiamo che nella nostra cultura di stampo giudaico-cristiano il corpo del peccatore trattiene prigioniera l’anima che non è libera, dove nel mondo pagano sono i capricci dell’anima, le curiosità, le passioni a doversi tenere sotto controllo.
A me sembra che con Socrate si leg ittima l’indipendenza dell’anima dal corpo, si distinguono l’animico e il corporeo. E in questo senso, se c’è un mito che viene in qualche modo spiegato dalla dialettica socratica, è proprio quello di Narciso, la cui anima nasce al momento in cui Narciso avverte di non essere solo un corpo. Se ne accorge nel momento in cui distingue finalmente l’ immagine bidimensionale dalla superficie (il pelo dell’acqua) su cui si trova, idealmente staccandola dal supporto, operazione non semplice che consiste in quello che, con termine latino, chiamiamo intelligere. In fondo l’intelligere non è altro infatti che un legare tra loro due cose che non sono la stessa cosa, per cui l’immagine è tale in quanto indissolubilmente legata al supporto che in qualche modo la accoglie e la nasconde, fin tanto che non siamo capaci di cancellare mentalmente il supporto per vedere l’immagine dipinta che non a caso chiamiamo “simbolo”, il simbolo essendo propriamente l’immagine più il foglio di carta, la pagina, la tela, la stoffa, supporti senza i quali l’immagine non potrebbe esistere. Essa infatti esiste nella corrispondenza biunivoca tra l’immagine stessa e il mezzo con cui è offerta alla nostra attenzione.
Qui cade a proposito il fatto che il narciso sia un fiore, e il fiore è il suo profumo che, nel caso del narciso, sarebbe, secondo gli antichi, inebriante. E inebriante, per poco che si pensi, è la scoperta che Narciso ha fatto.
7. Romeo, perché sei tu, Romeo?
L’io ci viene invece dalla tradizione ebraica ed è l’anima in pena, è l’Adamo studiato con sorprendente lucidità da Kierkegaard nel Concetto dell’angoscia. Io posso sbagliare, l’anima vaga innocentemente. Adamo ha il senso del peccato, Socrate no. L’anima in Platone, come in Aristotele si meraviglia, si meraviglia di tutto ed è lei ad aprirsi alla filosofica speculazione.
L’io ha colpa e rimprovera a se stesso il suo inguaribile egoismo. È la corazza dell’anima, con l’anima cosparsa di ferite. Io sono Ludovico Fulci, la mia anima non ha però né nome, né cognome. Lo dice con chiarezza a Romeo una Giulietta che, resa coraggiosa dall’amore, invita Romeo a un gioco festoso di anime dolcemente innamorate. E lui risponde all’invito, anzi al richiamo. E ammette le ragioni di Giulietta. Lui è convenzionalmente Romeo Montecchi, la verità è che lui è lui.
Ma siccome non sono il primo ad essere nato, mi viene il sospetto che il primo a nascere è stato quello che ha scoperto di dire, di fronte a un supporto su cui tracciare delle linee, qualcosa che non aveva mai espresso. Quella superficie su cui s’è disegnato come per magia qualcosa, ci restituisce un’immagine di noi. Nello specchio del lago Narciso, scopre d’aver visto sé stesso, scopre d’essere nato, d’avere qualcosa come un sesto senso, anzi di più perché questo qualcosa lo trascina in un mondo invisibile che è quel che oggi chiamiamo immaginario.
Così mi pare suggerisca l’enigmatico e sfuggente Ermete Trismegisto (non si sa neppure se sia realmente esistito) nel narrare il mito di Narciso come mito della nascita. Su quella superficie limpida e chiara l’anima si sposa al corpo tutt’altro che indissolubilmente. Essa può come fuggire dal corpo e vivere, sottraendosi alla ridicola banalità del mondo.
8. L’inutile ossessione di dover morire
La domanda filosofica diventa a questo punto la seguente: molti animali non hanno paura di morire, per meglio dire non hanno l’ossessione di dover morire. Se sono aggrediti, si difendono, se corrono rischi, tentano la fuga ma poi, come dice il poeta alla greggia “ogni stento, ogni danno, / ogni estremo timor subito scordi”. Da che nasce allora l’ossessione della morte nell’uomo?
La risposta è semplice: nasce paradossalmente dal sapere d’esser nato fisicamente, dall’avere sentore della sua identità che comincia a cercare, come Romeo, per tentare di sopravvivere, diventando il nobile Romeo Montecchi, nato a Verona. E per quanto nobile, il nobile Montecchi diventa senza saperlo l’accattone di una felicità che cerca invano.
La verità vera è che si nasce quando si è chiamati alla vita, come accadde a Narciso che si spoglia dell’io, restando per dirla con Husserl, pura intenzionalità.
Questo punto è importante perché quell’anima che si intrufola tra il foglio di carta e quel che vi è disegnato o scritto sopra può pure essere, come ho detto, un artificio della dialettica, ma come tale ha diritto a rivendicare se non una sua esistenza, una sua essenza. Dove l’essenza è un bussare alla porta dell’esistenza. L’io è invece una convenzione sociale, quella per cui io, che sono Montecchi, avrei il diritto-dovere di odiare i Capuleti. La mia anima però mi suggerisce che Giulietta è amabilissma. Delizioso capriccio della vita vera! Mi dispiace non ci sto a fare il Montecchi.
Concludo perciò dicendo che i tempi non suggeriscono di farci a oltranza paladini della nostra tradizione culturale, specie se acriticamente vissuta. Per tanti studiosi la cultura dell’antica Grecia era una cultura derivata da quella orientale. Ben venga. In fondo Occidente e Oriente non sono altro che due aree del mondo nel quale viviamo come esseri umani tutti uniti da un destino simile. Accentuare le differenze non serve a nulla. Il pianeta è diventato sempre più piccolo e distanze un tempo non percorribili sono state colmate, al punto che le informazioni corrono sulla superficie della Terra a tale velocità che si apprende quel che accade pochi attimi dopo che i fatti sono accaduti. Nel lontano 1821, Manzoni e altri milanesi e italiani appresero in data 16 luglio la notizia della morte di Napoleone avvenuta il 5 maggio dello stesso anno. La portò in Europa una nave che aveva fatto sosta a Sant’Elena, poco dopo l’accaduto.
Era l’epoca in cui c’erano i moschetti e le carabine e i cannoni erano armi temibili. A casa si cenava a lume di candela e si leggeva, per i pochi che fossero in condizione di farlo, accendendo la lampada a petrolio. Quanta differenza da allora! Eppure c’è chi ancora pensa come se fossimo in quel vecchio Ottocento, quando avere una ragione per morire significava averne una per vivere. Ma sarà davvero così?
L’infinito deve necessariamente destare angoscia? Non può essere dolce naufragare – come suggerisce il poeta – in questo mare?
In nessuna poesia come nell’Infinito ci sono continui rimando a questo e a quello, dove questo è ciò che mi appartiene e a cui appartengo e quello è ciò mi è estraneo e a cui non appartengo.



