Orbán è “caduto”. L’ipocrisia di certa politica europea (e italiana), di Mario Barbaro
Viktor Orbán è “caduto”. Utilizzo volutamente le virgolette. Il premier ungherese ha governato per 16 anni consecutivi (dal 2010 al 2026), diventando uno dei leader più longevi d’Europa e uno dei più controversi. In Italia, soprattutto a sinistra, è stato spesso evocato come spauracchio universale: l’incarnazione del “male” populista, illiberale e anti-europeo.
Le sue politiche hanno sollevato critiche legittime: lo scontro costante con le istituzioni UE, una vicinanza eccessiva a Vladimir Putin (soprattutto dopo l’invasione dell’Ucraina) e misure restrittive sui diritti LGBT+ giudicate discriminatorie da molti. Su questi temi Orbán ha spesso preferito la provocazione e lo scontro frontale.
Ma c’è un “però” fondamentale, troppo spesso rimosso dal dibattito.
Una vera dittatura – o un’autocrazia consolidata – non cade quasi mai attraverso elezioni libere e pacifiche. Di solito finisce con la forza, il sangue o un collasso economico. In Ungheria, invece, dopo 16 anni di dominio di Fidesz, gli elettori si sono recati alle urne con un’affluenza record di quasi l’80% e hanno inflitto una sconfitta netta a Orbán. Il vincitore è Péter Magyar, leader del Tisza Párt, che ha conquistato 138 seggi su 199, assicurandosi la supermaggioranza dei due terzi grazie anche al meccanismo della legge elettorale.
Magyar non è un progressista di sinistra. Ha militato per vent’anni nell’orbita di Fidesz e si posiziona su un centrodestra conservatore-liberale, patriottico e filoeuropeo. Il suo partito ha aderito al Partito Popolare Europeo (PPE). Promette di combattere la corruzione, ripristinare lo stato di diritto, sbloccare i fondi UE e normalizzare i rapporti con Bruxelles, senza però rinnegare del tutto i valori conservatori e nazionali radicati nella società ungherese.
Questo passaggio di consegne democratico smonta il racconto semplicistico della “dittatura orbaniana”. L’Ungheria ha dimostrato che il suo sistema elettorale consente all’opposizione di vincere. Chi per anni ha gridato al “fascismo” o all’“autocrazia” deve ora confrontarsi con la realtà: gli ungheresi hanno scelto un’alternativa conservatrice, non la sinistra post-comunista o radical-progressista che tanti in Europa auspicavano.
C’è da augurarsi che insieme a Orbán “cada” anche un certo pressapochismo intellettuale e moralistico. La democrazia non si difende solo attaccando gli avversari all’estero, ma prima di tutto a casa propria: rafforzando davvero la separazione dei poteri, garantendo piena libertà di stampa e di espressione e difendendo in generale le garanzie di tutti i cittadini.
Pretendere troppo? Forse. Ma il mondo politico e culturale italiano – e più in generale europeo – avrebbe urgente bisogno di una metamorfosi: meno ipocrisia selettiva e più coerenza.



