Paolo Granzotto giornalista senza collare, di Pier Franco Quaglieni

Sono esattamente dieci anni che è mancato Paolo Granzotto, giornalista libero, senza collare, come scrissi quando mancò.
Era figlio d’arte, ma lui fu tanto diverso da suo padre Gianni, irrigidito in ruoli ufficiali che lo resero sempre compassato e, per molti anni in Rai, anche un po’ conformista. Paolo, invece, era fuori dagli schemi, amava la battuta ed era ironico e spesso graffiante. Sposò Sanzia Ghislieri, discendente dell’unico papa piemontese, Pio V, e si stabilì in una casa di via Cesare Balbo, affacciata sul Po, dove Paolo coltivava anche piante da frutto. Testimone del suo matrimonio fu Mario Soldati e quindi il nostro rapporto fu anche legato alla nostra amicizia comune.

Amava tantissimo il suo cagnolino, a tal punto da farsi ritrarre insieme a lui per la fotografia inserita nella sua bella e arguta rubrica sul “Giornale”, di cui fu vicedirettore con Indro Montanelli direttore che, quando venne al Centro “Pannunzio” nel 1988 e nel 1991, si fece sempre accompagnare da Paolo. Altri hanno vantato di aver accompagnato Indro in quelle occasioni, ma hanno scritto il falso, pur di offendermi personalmente. Paolo era l’uomo di fiducia di Indro, anche se nel 1994, quando Berlusconi mise Montanelli nella condizione di andarsene, rimase al “Giornale”, soprattutto perché non voleva andare con la cattiva compagnia che seguì Montanelli.

Ho conosciuto abbastanza Paolo per dire che non fu un berlusconiano, ma un liberale vero, per stile e cultura, che poteva apprezzare Enzo Ghigo, ma non poteva andare oltre. Egli fu un anticonformista a tutto tondo, incapace di piegarsi alla vulgata radical-chic, così presente a Torino, da molto tempo non più città operaia.

Nel 1999 fondò a Torino “Il Giornale del Piemonte”, che con lui direttore divenne una voce autorevole nel panorama giornalistico subalpino. Senza di lui quel quotidiano incominciò a decadere, fino a diventare un semplice raccoglitore pubblicitario o poco più.

Nel 2006 ricordammo insieme a Torino Oriana Fallaci. Nel 2011, su mia richiesta, coordinò il convegno nazionale tenutosi al Teatro Carignano per i 150 anni dell’Unità d’Italia, promosso dall’Accademia Italiana della Cucina.

Paolo amava la storia, specie quella antica, e tra i suoi libri importanti resta una trilogia omerica. Scrisse anche una bella biografia di Indro Montanelli, incredibilmente premiata a Capalbio.

Non l’ho frequentato abbastanza e mi rammarico di questo, perché avrei potuto imparare molto da lui. Era un gran signore, di delicati e alti sentimenti, oltre che un giornalista con una penna a volte “cattiva”, ma sempre onesta.

Era diventato torinese per amore di Sanzia, ma non si adattò mai al grigiore di una certa Torino perbenista e sinistrorsa, che si ritrova al Museo Egizio e in certi salotti che lui considerava “intriganti tinelli”.

È stato un maestro di giornalismo e di vita che, a dieci anni dalla sua morte, ci rivela l’arte di un mestiere che non può mai allinearsi al potere in nome del quieto vivere. Paolo seppe steccare nel coro e pagò anche le conseguenze di una linearità mai ostentata, ma sempre vissuta con grande onestà intellettuale.