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Giuseppe Antonio Borgese: chi era costui? In quell’eterno conflitto tra l’inquisizione e la memoria, che finisce inevitabilmente con l’inquisizione che erode o distrugge la memoria, Borgese è una di queste vittime. Mi pare di poter dire che pochissimi, tra la mia generazione, quella meno giovane o adulta, ne abbiano memoria, e figuriamoci l’effetto su quelli che la memoria ce l’hanno corta anagraficamente. Credo, infatti, che pochi grandi personaggi abbiano avuto un trattamento di ostracismo e di oblio come quello riservato a Borgese. Ed è paradossale, perché basta leggere sul web la sua biobibliografia per capire che ci troviamo di fronte a uno dei più grandi e brillanti protagonisti della cultura e della storia della prima metà del ‘900: Accademico, scrittore, giornalista, critico letterario, poeta e tanto altro, la cui storia personale si è incontrata con i grandi e tragici fatti storici del secolo scorso. Borgese nacque nel 1882 a Polizzi Generosa (PA) e morì a Fiesole (FI) nel 1952. Dunque, in questo 2022 ne ricorre il 140° della nascita e il 70° della morte: un buon motivo in più per parlarne, per ricordarlo. E lo facciamo, lo possiamo fare, nei limiti che consente un articolo, con cognizione di causa e scoprendo non solo i fatti, ma anche gli antefatti e i misfatti, grazie a Leonardo Sciascia, il solo grande scrittore della generazione successiva, che, come afferma egli stesso, aveva scoperto Borgese nella “Storia della letteratura italiana” di Momigliano, e da lì aveva cominciato a leggere le sue opere, compresa “Golia: la marcia del fascismo”, e si appassionò anche nel conoscere la vita di Borgese, tanto da scriverne un libro dedicato a Borgese: “Per un ritratto dello scrittore da giovane”, pubblicato da Sellerio nel 1985; una vita che, afferma Sciascia, indefettibilmente corrisponde all’opera: davvero vergin di servo encomio e di codardo oltraggio, la vita e l’opera, in un tempo in cui tanti che servirono encomiando credettero poi di riscattarsene codardamente oltraggiando. Ma di Borgese, Leonardo Sciascia ne parla già nella sua antologia “La noia e l’offesa – Il fascismo e gli scrittori siciliani”, pubblicata da Sellerio nel 1976 nel capitoletto intitolato “Vitaliano Brancati – Dialogo con Borgese”; e a Borgese dedicherà uno dei capitoletti della sua raccolta di saggi pubblicata da Einaudi nel 1983 nel volume dal titolo “Cruciverba”. Inoltre, da sostenitore e valorizzatore della casa editrice Sellerio e curatore della collana la memoria, aveva contribuito fattivamente alla scoperta e riscoperta di Borgese, ristampando e pubblicando su tale collana, dopo mezzo secolo di oblio sulle opere di Borgese, due suoi libri, due raccolte di novelle: “Le belle” e “La città sconosciuta” (anche se mi risulta che i due volumi della Sellerio sono fuori catalogo, non più ristampati). E prima di riprendere queste testimonianze di Sciascia, completiamo la scheda biografica di Borgese. Iscritto alla facoltà di giurisprudenza a Palermo, Borgese prosegue gli studi all’Istituto di studi superiori a Firenze dove si laurea nel 1906 con la tesi di “Storia della critica letteraria in Italia”, pubblicata da Benedetto Croce che aveva già elogiato altri lavori di Borgese. Nel 1910 è docente di Letteratura tedesca all’università La Sapienza di Roma; nel contempo si fa intensa la sua attività giornalistica, come collaboratore de “Il Mattino” di Napoli e “La Stampa” di Torino, anche come corrispondente dalla Germania, dove vivrà per due anni. E sarà editorialista del Corriere della Sera, praticamente per il resto della sua vita. Privilegiava fare giornalismo letterario, ma poi, le situazioni e le richieste, fecero estendere il suo lavoro anche a livello politico; tanti furono i suoi scritti e saggi su temi politici e istituzionali anche a livello internazionale, che gli valsero anche alcuni incarichi e missioni diplomatiche a cavallo della prima guerra mondiale. Intanto, assieme alla sempre più intensa e apprezzata attività di critica letteraria e di relative pubblicazioni, affiora la sua vocazione di scrittore. Nel 1921 pubblica il suo primo romanzo “Rubè”, il più importante, ma molto bistrattato; infatti, annota Sciascia che tale romanzo è stato liquidato come una autobiografia o confessione o storia personale in atto “ … ma è una spoglia già deposta della propria storia, della propria disperazione, che però continuava ad essere la storia di altri, la disperazione di altri. E non di pochi altri, ma di tanti: al punto di diventare la disperata storia di un popolo intero…Scrivendo Rubè, Borgese si è rifugiato in quella terra quasi di nessuno …dove si ritrova il Cristianesimo nella sua essenzialità, il Cattolicesimo nelle sue vene più limpide, il diritto più certo, l’aspirazione alla giustizia più fervida, gli ideali del Risorgimento più veri …”. Nel 1922 esce il volume con le sue poesie; nel 1923 l’altro romanzo “I vivi e i morti”, e negli anni seguenti, le novelle “La città sconosciuta”, “Le belle”, “Il sole non è tramontato”. Scriverà anche due drammi teatrali. Vasta e sempre più autorevole la sua attività e pubblicazioni di critica e di estetica letteraria, tanto che gli venne assegnata una cattedra ad hoc, di Estetica e Storia della critica, all’università di Milano. Ma, tra i fasti e i successi e all’apice della carriera, monta il fastidio, l’insofferenza, la disapprovazione e la detestazione da parte delle piccole camorrette letterarie (così le definisce Borgese in una sua lettera allo zio); al quale zio, in un’altra lettera, parla di Croce che è seccato dal fatto che si parla troppo bene di me … e con sarcasmo di quelli che vogliono superare i maestri… io gli ho scritto.. che non ho sentimenti così meschini, non bisogna attribuire a me quello che dicono gli altri … Quanto a Croce mi dispiace … perché gli volevo e gli voglio molto bene, e anch’egli me ne ha voluto moltissimo e ora lotta tra la sua incomprensibile smania di predominio e una persistente tenerezza verso di me. Vedremo come andrà a finire”. E, chiosa Sciascia: “E, lo sappiamo, andò a finire male”. Dunque, le camorrette poi diventarono sempre più grandi, come annota Sciascia: “ …lo detestava (forte disapprovazione) anche Benedetto Croce e Tilgher diciamo non lo amava…E Gramsci ne parla nei suoi Quaderni con una sufficienza addirittura derisoria…”  Insomma, ricorda ancora Sciascia, fu fatta circolare una sua immagine di uomo che dalla vita aveva avuto tutto e troppo presto e da questo traeva arroganza…” Ma, i guai grossi e sconvolgenti arrivarono dal fascismo, dai tanti fascisti che soffrivano, odiavano e avversavano questo personaggio importante, che si manifestava tiepido,  refrattario se non ostile al fascismo, che non faceva dichiarazioni fasciste (nel 1925 aveva anche firmato l’appello a favore di Gaetano Salvemini arrestato per attività sovversiva). Lo odiavano, come annota Sciascia, “… i fanatici del regime sul tipo di quel Gaudenzio Fantoli, rettore dell’università di Milano che nel novembre del 1928 inviava a Mussolini una documentata delazione contro Borgese chiedendone l’esclusione dai quadri della scuola italiana. Una delazione così mal scritta, che a dignità della scuola italiana avrebbe dovuto provocare l’esclusione del Fantoli …”. Argomenti, questi, che Sciascia riprende dalla lettera che Borgese invia a Brancati, dove scrive che oltre alla guerra che gli fa il gruppo fascista di Milano capeggiato dal rettore, che gli istiga contro gli studenti del GUF, c’è anche la guerra che gli muove contro il gruppo fascista di Roma capeggiata da Piero Parini, che tra l’altro gli impedisce di fare un giro di conferenze nell’America del sud organizzata dall’istituto di cultura Italo Argentino di Buenos Aires, che avrebbe dovuto iniziare nella primavera del 1931. E in quei primi mesi del 1931, nel contempo, a Milano crescono le manifestazioni, disordini e pestaggi organizzati dagli studenti fascisti che mirano a Borgese. Cosicché Borgese, nel luglio del 1931 prende la decisione di trasferirsi negli Stati Uniti, accettando l’invito della Università della California a Berkeley a tenere una serie di lezioni come professore in visita, alle dipendenze del Ministero degli Esteri. Nell’agosto del 1931 c’è il giuramento di fedeltà al fascismo imposto ai docenti universitari (solo 13 docenti su 1251 non firmarono); Borgese non firmò anche perché era negli Stati Uniti, dove si sentiva un esiliato perseguitato dalla “banda di Milano che gli metteva anche delle spie alle calcagna anche negli Stati Uniti; e non firmò neanche dopo, poiché nel 1933 ruppe definitivamente col Fascismo e con l’Italia fascista; e lo fa con delle lettere private inviate a Mussolini; pubblicate nel 1935 a Parigi sui Quaderni di Giustizia e Libertà. Cosicché Borgese, che non rientra in Italia, viene dichiarato dimissionato dalla Università di Milano, perdendo anche il diritto alla pensione di anzianità (unico tra i professori che non avevano firmato). Quindi, nel 1932 Borgese, dall’Università di California, passa ad insegnare letteratura italiana e comparata allo Smith College di Northampton e poi all’Università di Chicago dove insegnò fino al 1948. Nel 1938 prende la cittadinanza americana e nello stesso anno sposa, in seconde nozze, la figlia di Thomas Mann, Elisabeth, con la quale avranno due figli. In quegli anni continua la collaborazione con il Corriere della Sera, i cui scritti andranno a formare il libro “L’atlante americano” la cui prima edizione del 1936 in Italia fu censurata dal fascismo. E in quell’esilio americano Borgese, partendo dal suo saggio del 1934 su “Le origini intellettuali del fascismo”, maturò e affilò il suo giudizio critico sul fascismo e sull’Italia fascista, sulle cose italiane che, assieme alle confidenze del suo stato d’animo, andarono a formare  il volume “Golia, la marcia del fascismo” che Borgese scrisse e pubblico in inglese nel 1937; questo libro, annotava Renzo De Felice, quando uscì contribuì segnatamente al declino della popolarità di Mussolini all’estero. E l’antifascismo di Borgese divenne a tutto tondo, se pensiamo che nel 1939 negli Stati Uniti, assieme a Gaetano Salvemini e altri fuorusciti legati al movimento Giustizia e Libertà, fonda la Mazzini Society che offre assistenza ai rifugiati politici e promuove gli ideali democratici e repubblicani. Borgese rientrò in Italia nel 1949, dopo 18 anni di esilio; l’università di Milano lo reintegrò nella sua cattedra di Estetica e storia della critica; in quell’anno venne tradotta in italiano la sua opera “Disegno preliminare della costituzione mondiale”; la prosecuzione di quest’opera gli valse nel 1952 la proposta di nomina al premio Nobel per la Pace, avanzata dall’università di Chicago; continuò la sua attività di critico sul “Corriere della sera”, e nel 1952 gli fu assegnato il Premio Marzotto per la critica. Ricordiamo ancora due altre opere pubblicate postume: “Problemi di estetica e storia della critica”, e “Da Dante a Thomas Mann”. E per concludere, ritorniamo alle note di Sciascia su Borgese; e a proposito del libro “Golia, la marcia del fascismo”, annota che fu tradotto e pubblicato in Italia nel 1946 “… ma pochissimi italiani lo lessero; e nessuno lo legge oggi. Eppure è sul fascismo, sull’Italia fascista, un libro di radicale importanza. Ed è il libro da cui bisogna partire per conoscere Borgese, scrittore oggi  effettualmente sconosciuto e di cui ci si sbriga, anche nelle sedi che dovrebbero essere le più idonee, con qualche generica lode e con qualche orecchiata formula critica …Quando Borgese si volse all’esilio americano, nel decennio che seguì e fino alla seconda guerra mondiale, il suo nome continuò a circolare in Italia …La biblioteca romantica dell’editore Mondadori continuò a riportare la dicitura “Biblioteca romantica diretta da G.A. Borgese, fino al 50°e ultimo volume che era il “Candido” di Voltaire, tradotto da Riccardo Bacchelli, uscito sulla soglia della guerra ( il meglio della narrativa mondiale in traduzione di scrittori, bisognerebbe parlarne come un’opera di Borgese, come un summa delle sue attività di critico …” Tutto questo per dire, prosegue ancora Sciascia, che “Il silenzio su Borgese è calato dopo: nel trionfante antifascismo che dal fascismo, dall’eterno fascismo italiano, sembrò ricevere certe consegne. …”  Del resto, come prima ricordato, lo detestavano anche i non fascisti (Benedetto Croce, Giuseppe Prezzolini, La Ronda, Gramsci, Adriano Tilgher …E, come aggiunge Sciascia: “Nell’Italia antifascista e repubblicana tutto ciò che non era Crociano stava per diventare Gramsciano… Il silenzio, dunque. E Borgese resta in quella terra quasi di nessuno”. E stigmatizzando anche l’accusa a Borgese di arroganza, Sciascia dice che: “… invece è impressionante la cordialità (di Borgese) con cui si accosta ad ogni scrittore, ad ogni libro, e specialmente ai piccoli scrittori, o in esordio, ai piccoli libri; la generosità su cui ogni suo giudizio, anche nella severità, si fonda.” E a tal proposito, Sciascia cita ancora una frase emblematica di Borgese: “Aspiro, per quanto sia morto, a una lode: che in nessuna mia pagina è fatta propaganda per un sentimento abietto o malvagio”.