Riflessioni di uno storico dopo il referendum

I risultati del referendum sulla giustizia hanno visto un’ampia partecipazione al voto da parte dei cittadini: un fatto molto positivo, se si considera l’assenteismo che da anni caratterizza la democrazia italiana.

Un quesito apparentemente tecnico si è rivelato fortemente politico, forse persino troppo, perché i due fronti in campo lo hanno politicizzato anche in modo strumentale.

La partecipazione è stata significativa e la sinistra ha dimostrato una capacità di mobilitazione che la destra non ha mai realmente posseduto. Si è parlato di manipolazione della Costituzione e questo argomento ha fatto breccia nell’opinione pubblica.

Il fronte del Sì, come avevo già sommessamente evidenziato più volte, si è rivelato inadeguato nei suoi sostenitori, accettando tra le proprie file personaggi come Di Pietro e Malara.

Anche certe espressioni estreme del ministro Nordio si sono rivelate controproducenti, diventando il corrispettivo delle uscite del procuratore Gratteri.

Il Sì avrebbe potuto far leva su valori liberali che però non sono stati adeguatamente spiegati: quei valori sono stati lasciati nelle mani della Fondazione Einaudi romana, che ha organizzato una maratona in piazza confusa e poco selettiva, in cui hanno trovato spazio indistintamente oves et boves. Viene da pensare che Einaudi si sia rivoltato nella tomba.

Dall’altra parte, alcuni sostenitori del No hanno criminalizzato la riforma, dando l’impressione di una ritrovata egemonia politica che sembrava ormai ridimensionata. È tornato in auge l’antifascismo, come se fossimo tornati al 1945.

Oggi ci troviamo di fronte a un elettorato quasi spaccato a metà. La stagione delle riforme appare archiviata sine die e la sconfitta del Sì avrà con ogni probabilità ripercussioni anche sul governo. Anche la situazione internazionale, segnata da Trump e dai conseguenti contraccolpi economici, ha inciso sul voto degli italiani.

In quest’ultimo anno di legislatura sarà difficile mettere mano a una riforma elettorale: già prima del referendum appariva problematica, oggi sembra quasi impraticabile, a meno di non esasperare ulteriormente le divisioni del Paese. Parlare di premi di maggioranza per chi raggiunge il 40% potrebbe essere interpretato come “golpismo”, o qualcosa di molto simile.

Si apre dunque un anno difficile, tutto in salita, con un’opposizione galvanizzata dall’esito referendario. Tuttavia, essa non deve illudersi: un’aggregazione nata attorno al No non equivale automaticamente alla costruzione di una maggioranza capace di governare.

Meloni dovrebbe cogliere l’occasione per un rimpasto, sostituendo ministri inadeguati e sottosegretari ormai screditati. Un tagliando al governo è indispensabile se vuole sperare in un successo elettorale nel 2027.