Siamo rimasti cuccioli e per questo abbiamo vinto, di Mara Antonaccio

Come la neotenia, il linguaggio e un parto pericoloso hanno fatto di noi la specie più potente della Terra.

C’è un paradosso al cuore della nostra biologia che raramente viene raccontato con la chiarezza che merita: l’essere umano, rispetto a qualsiasi altro primate, nasce prematuro. Non è una metafora, è fisiologia. Un cucciolo di scimpanzé, già a poche settimane dalla nascita, è in grado di aggrapparsi, di orientarsi, di interagire con l’ambiente, un neonato umano non sa fare quasi nulla. Dipende in tutto dalla madre, poi dalla famiglia, poi dalla comunità per anni, per molti anni. Eppure questo apparente difetto, questa fragilità prolungata, questo restare a lungo infantili, è esattamente il segreto del nostro successo evolutivo. Si chiama neotenia, dal greco neos (giovane) e teinein (prolungare): il mantenimento di caratteristiche giovanili nell’adulto, è un fenomeno biologico noto da tempo, ma le sue implicazioni sull’evoluzione umana vengono ancora sottovalutate nella divulgazione. Eppure, se si vuole capire perché’ Homo sapiens abbia dominato il pianeta mentre specie più forti, più veloci e meglio attrezzate fisicamente si sono estinte, la neotenia è uno dei fili più importanti da seguire. Dobbiamo andare indietro nel tempo, dove tutto inizia con il cervello. Nel corso dell’evoluzione, il cervello di Homo sapiens ha continuato ad aumentare di dimensioni in modo spropositato rispetto al resto del corpo. Questo sviluppo straordinario ha portato con sé un problema meccanico brutalmente semplice: la testa diventava troppo grande per il canale del parto; la pelvi femminile ha un limite strutturale dettato dalla locomozione bipede, non può allargarsi all’infinito senza compromettere la capacità di camminare, e a un certo punto della nostra storia evolutiva il conto non tornava più. La soluzione che la selezione naturale ha trovato è elegante quanto rischiosa: accorciare la gestazione: il cervello umano, a differenza di quello degli altri primati, nasce largamente incompiuto. Alla nascita ha raggiunto solo circa il 25% del suo volume adulto finale, nei grandi primati quella percentuale è molto più alta: il cucciolo viene al mondo con un cervello già ben sviluppato. Noi usciamo dall’utero ancora da finire, quasi in versione bozza, e nei primi anni di vita completiamo fuori dal ventre materno uno sviluppo neurologico che altri mammiferi compiono dentro. Questa è neotenia: nascere ancora plastici, ancora aperti, ancora costruibili, e questo ha cambiato tutto.

Occorre dire però che questo ha un prezzo: il parto umano è tuttora uno degli eventi fisiologici più pericolosi che esistano in natura per entrambi i protagonisti, la testa del neonato deve compiere una rotazione precisa mentre attraversa il canale del parto, un’acrobazia obbligatoria che non ha equivalenti nel regno animale. La mortalità materna durante il parto è rimasta drammaticamente alta per tutta la storia umana, fino all’avvento della medicina moderna, e ancora oggi, nei paesi dove l’assistenza ostetrica è carente, continua a mietere vittime. È un equilibrio sottile sospeso tra il vantaggio evolutivo di un cervello grande e il costo biologico di metterlo al mondo. Un cervello che nasce incompiuto ha bisogno di qualcosa che gli altri animali non richiedono nella stessa misura: tempo, cura, relazione. Il cucciolo umano non può sopravvivere da solo, non può per mesi, per anni, l’intera infanzia. Questa dipendenza prolungata, che a prima vista sembra uno svantaggio competitivo enorme, si è rivelata invece il motore di qualcosa di straordinario: l’evoluzione della socialità complessa. Prendersi cura di un essere così vulnerabile per così tanto tempo ha selezionato nei nostri antenati comportamenti sociali sempre più sofisticati. La famiglia allargata, la cooperazione tra individui non imparentati, la divisione dei compiti, la trasmissione del sapere tra generazioni: tutto questo non è nato per caso, è nato perché’ c’era un cucciolo che non riusciva a camminare da solo e qualcuno doveva portarlo, nutrirlo, insegnargli il mondo.

E qui entra in scena il linguaggio. Non come strumento neutro di comunicazione, ma come conseguenza diretta, e poi motore ulteriore, di questa socialità forzata. Un gruppo che deve coordinarsi per proteggere un neonato incapace, per cacciare insieme, per trasmettere informazioni alle generazioni successive, sviluppa la pressione selettiva giusta per far evolvere un sistema comunicativo sempre più articolato. Il linguaggio non è la causa della nostra intelligenza: è una delle sue espressioni più alte, e ha retro alimentato l’intelligenza stessa in un ciclo virtuoso che dura da centinaia di migliaia di anni. Un bambino umano impara a parlare in modo naturale, spontaneo, inevitabile: nessun altro animale lo fa con questa fluidità; lo fa perché’ il cervello neotenico, plastico, ancora in formazione, è costruito esattamente per farlo. La finestra temporale di apprendimento del linguaggio si apre grazie all’immaturità neurologica prolungata. Un cucciolo di scimpanzé’, nato più ‘finito’, ha meno margine di apprendimento; siamo stati biologicamente progettati per imparare a lungo, perché’ nasciamo abbozzati. La neotenia non riguarda solo il cervello, guardate la morfologia umana rispetto a quella degli altri primati adulti: il cranio arrotondato, la fronte alta, gli occhi grandi rispetto al viso, la scarsa peluria, la postura relativamente eretta e flessibile; sono tutte caratteristiche che nei primati si trovano nei cuccioli, non negli adulti. Homo sapiens adulto assomiglia morfologicamente a un cucciolo di scimpanzé’ molto più di quanto non assomigli a uno scimpanzé’ adulto. Siamo rimasti, in un certo senso, eterni giovani biologici. Questo ha implicazioni che vanno ben oltre l’anatomia. La curiosità, la tendenza al gioco, la capacità di meravigliarsi, l’apertura all’apprendimento: caratteristiche che negli altri animali tendono a scomparire con la maturità, nell’essere umano restano presenti per tutta la vita. Un adulto umano è ancora capace di imparare una lingua straniera, di cambiare idea, di stupirsi di fronte a un’idea nuova. Questa plasticità cognitiva prolungata è neotenia applicata al comportamento: è il cucciolo che rimane attivo nell’adulto. Non esagero dicendo che la civiltà umana, la scienza, l’arte, la filosofia, la tecnologia, è figlia di questo cervello che non ha mai smesso di fare domande con la curiosità di un bambino. Mentre gli altri animali, raggiunta la maturità, si stabilizzano in repertori comportamentali relativamente fissi, noi restiamo aperti, modificabili, sorprendenti anche per noi stessi.

È ironico, se ci si ferma a pensarci: la specie dominante sulla Terra non è quella con gli artigli più affilati, né quella con i muscoli più potenti, né quella con i sensi più acuti; è quella che nasce più indifesa, che impiega più tempo a diventare autonoma, che ha il parto più pericoloso e la curva di apprendimento più lenta. Ma anche quella che impara di più, che si adatta meglio, che coopera su scala impensabile per qualsiasi altro animale, e che ha trasformato la propria fragilità iniziale in uno strumento di potenza senza precedenti. La neotenia è una strategia evolutiva ad altissimo rischio e ad altissima resa; richiede protezione, cura, trasmissione culturale: tutte cose che possono fallire, che sono costose in termini di risorse e di tempo. Ma quando funziona, produce qualcosa che nessun’altra traiettoria evolutiva ha mai prodotto: un animale capace di modificare il proprio ambiente invece di adattarsi ad esso, un animale che costruisce mondi invece di subirli. Siamo rimasti bambini e per questo, con tutto il carico di responsabilità che ne deriva, abbiamo vinto.

Quanto sarebbe felice Giovanni Pascoli leggendo questo? Non abbiamo bisogno di serbare il fanciullo che è in noi: noi siamo il fanciullo, sino alla fine dei nostri giorni!