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Terra Incognita, di Luca Martina

Politica

Non sappiamo se la dichiarazione di guerra (commerciale) pronunciata da Trump derivi da una inconsapevolezza delle sue potenziali conseguenze, se sia una precisa strategia (mal concepita) di “conquista” dei mercati mondiali o semplicemente un passo, più lungo della gamba, della volontà di imporre agli altri Paesi le sue regole di negoziazione. Quello che è certo è che gli atti di ostilità commerciali (e si spera restino solo tali) si stanno moltiplicando con una violenza impensabile anche solo pochi mesi fa e la possibilità di una decisa contrazione degli scambi internazionali (uno dei maggiori motori della crescita mondiale degli ultimi ottant’anni), dalle conseguenze imprevedibili, è diventata estremamente reale. Non voglio dilungarmi oltre sull’analisi di quanto sta ponendo in atto l’inquilino della Casa Bianca in quanto diventerebbe obsoleta prima ancora che l’inchiostro abbia il tempo di asciugarsi…o così almeno si sarebbe detto nell’era della carta stampata. Quello che volevo affrontare è, invece, il comportamento dei mercati finanziari. È ben noto come gli investitori detestino le situazioni d’incertezza: è impossibile attribuire un valore ad un’azienda (è questo che fanno i mercati azionari attraverso le loro quotazioni) se non si riesce a prevedere quale sarà il loro andamento futuro e con quale livello dei tassi di interesse si attualizzeranno i loro flussi di cassa futuri (il valore di una somma percepita va riportata ad oggi, scontandola per un tasso di interesse). Quando sta avvenendo costituisce senza dubbio il massimo livello di indeterminatezza alla quale abbiamo mai assistito e fa impallidire le crisi russa e dei paesi asiatici dei primi anni ‘90, la bolla dot-com del 2000 e la grande recessione del 2007-8 nonché l’esplosione della pandemia scatenata dal Covid. Stiamo parlando di quella che verrà probabilmente ricordata come la prima recessione consapevolmente (?) auto-indotta.Come reagire di fronte a un simile salto nell’ignoto? L’unica arma in possesso degli investitori è quella di vendere ciò che è in loro possesso, provocando così pesanti ribassi dei listini.Il meccanismo è destinato ad esaurirsi quando l’incertezza si riduce o, nel caso peggiore, quando le vendite hanno svuotato completamente i portafogli degli investitori più emotivi. Va, infatti, ricordato, per citare Warren Buffet, che “il mercato azionario è un meccanismo (infernale, n.d.r.) per trasferire la ricchezza dagli impazienti ai pazienti” e che occorre “essere impauriti quando gli altri sono avidi e avidi quando tutto sono impauriti”. Ma, si sa, la storia, la logica e il sano buon senso tendono ad essere ignorati quando ci si convince (non sempre a torto) che a governare i mercati (e il mondo) sia l’imponderabile. Ma allora chi ha ragione? Chi vende per evitare atterraggi ancora più duri, conseguenti ad un salto nel vuoto, o chi si tappa le orecchie, come Ulisse, per evitare di essere ammaliato (terrorizzato) dalle sirene (di allarme)? Nel breve termine, spesso vendere diventa una via d’uscita non solo ragionevole, serve per alleggerire il pesante fardello psicologico delle notizie che quotidianamente funestano umore e portafogli, ma anche corretta (se non si vende sui minimi assoluti, per qualche tempo si avrà la sensazione di essere usciti “bene”, viste le circostanze). Nel medio e lungo termine, al contrario, si potrebbe trattare (la storia insegna, anche se sul futuro non possiamo avere certezze) di una scelta inopinata in quanto le fasi negative (correzioni temporanee o più prolungati “bear markets”) sono sempre state brillantemente superate: l’economia prima o poi migliora, e con lei i profitti aziendali, e il progresso (sociale, tecnologico…) riprende il suo cammino senza guardarsi troppo indietro. In questo momento i mercati stanno indicando chiaramente la via da seguire, “suggerendo” la negoziazione di tariffe ragionevoli (se proprio devono essere imposte) e consentendo così all’economia di evitare di subire più di una semplice “recessione tecnica” (di breve durata), ritornando velocemente al suo percorso di crescita che potrebbe essere rinforzata presto dal completamento dell’agenda elettorale, composta in larga parte da tagli delle tasse e deregolamentazioni. Ma cosa succederà allora nella situazione assolutamente unica che stiamo vivendo? Occorre, innanzitutto, ricordare che tutto passa e che il presidente degli Stati Uniti non è un sovrano assoluto. Questo significa che buona parte delle decisioni del presidente devono essere approvate o possono essere bloccate dal Congresso. Purtroppo il “Trade Act of 1974”, una legge approvata dal Congresso durante la presidenza di Gerald Ford, attribuisce al presidente l’autorità di imporre dazi allo scopi di proteggere le industrie domestiche dalle importazioni estere (Safeguard Measures: acciaio e pannelli solari sono stati in passato oggetto di dazi per questo motivo), come risposta a pratiche scorrette (Unfair Trade Practices: una di queste è il caso dei dazi sulle esportazioni USA superiori a quelli imposti dagli Stati Uniti) o per proteggere la sicurezza nazionale (National Security: nei confronti delle importazioni che minaccino l’approvvigionamento da parte delle industrie nazionali di settori chiave, come quello militare o aerospaziale). Ciononostante, in un Paese democratico è difficile (vorrei dire impossibile) governare a lungo senza il consenso del proprio corpo elettorale (e dei rappresentanti eletti) e da qualche settimana la compattezza della maggioranza repubblicana incomincia pericolosamente a scricchiolare. Inoltre, a novembre 2026 le Midterm elections rinnoveranno tutta la camera dei rappresentanti ed un terzo dei senatori oltreché una buona parte dei governatori: arrivare a quella data nelle attuali condizioni porterebbe ad una severa sconfitta del partito del presidente (che ha promesso di cancellare l’inflazione e di innescare un boom economico) tramutandolo in una goffa e impotente “anatra zoppa” per il resto del suo mandato. Questo potrebbe creare una situazione di stallo nell’economia (con un forte rischio di stagflazione, bassa crescita ed inflazione) o, nel caso più favorevole, incoraggiare al ritorno al tavolo negoziale, correggendo e limitando gli errori fatti nei primi mesi del nuovo mandato. L’azione del presidente è ancora una volta la dimostrazione che cercare di forzare i meccanismi dei liberi mercati genera instabilità, incertezze e un danno economico (lo si vedrà nei prossimi mesi) e finanziario (già “contabilizzato” da azioni e obbligazioni). Infatti, gli impatti disordinati delle forzature (è bastato l’effetto annuncio dei dazi) si sono già potuti vedere chiaramente non solo sui prezzi delle azioni (come ricordato in precedenza) ma anche sui tassi di interesse, sul tasso di cambio e sui prezzi delle materie prime. La prospettiva di una guerra commerciale all’ultimo sangue con la Cina pone a rischio la sottoscrizione in massa delle emissioni di bond statunitensi (lo si è ben osservato nel balzo dei tassi delle scadenze più lunghe). Questo, unitamente alla possibilità che i forzieri cinesi decidano di iniziare a vendere parte dei titoli governativi statunitensi detenuti, rende più oneroso il debito e rischia così di avere un effetto recessivo. Il dollaro, in balia dei timori sulla sua futura centralità negli scambi internazionali, sembra a sua volta avviato ad indebolirsi ulteriormente e ad essere così meno attrattivo per gli investitori. Le materie prime risentono, infine, del peggioramento delle prospettive economiche e, nel caso del petrolio e del gas naturale, della possibilità di un eccesso di produzione sollecitato dall’agenda di Trump (Drill, baby, drill). Gli Stati Uniti hanno costruito la propria grandezza sul libero mercato e pensare di renderla “nuovamente grande” riportando in auge pratiche protezioniste sembrava fin dall’inizio una pessima idea. Farlo con i modi propugnati in questi primi mesi di presidenza rischia davvero di generare delle conseguenze molto severe per l’economia mondiale. Per fortuna, sembra proprio il caso di dirlo, un presidente non è per sempre (il mandato è quadriennale) e i danni provocati da una mal concepita politica economica sono destinati ad essere limitati: possono essere molto gravi ma contenuti nel tempo e, perciò, non arrivare a cambiare in modo irrimediabile il mondo che ci sembrava di conoscere così bene, a partire almeno dalla fine della Seconda guerra mondiale. Siamo certamente in viaggio verso una Terra Incognita e chissà dove ci porterà ma la storia insegna che proprio uno di questi viaggi ha consentito, per puro caso, la scoperta del continente nel quale si è sviluppata poi la prima superpotenza del pianeta; proprio quella dalla quale provengono adesso segnali così preoccupanti… Agli investitori spaventati e disorientati non si può allora altro che ribadire il mantra reso celebre dallo sfortunato film “Il corvo”: non può piovere per sempre… Pur gocciolanti e infreddoliti non rimane che attendere che in cielo si riaffacci il sole che, anche se accecati dalle gocce d’acqua non lo vediamo, è sempre lassù, sornione e sorridente, dietro le nuvole, pronto a tornare a risplendere.

La versione originale di questo articolo è stata pubblicata al seguente indirizzo: https://en.irefeurope.org/publications/online-articles/article/terra-incognita/  dall’Institute for Research in Economic and Fiscal Issues (IREF)

5 Maggio 2025/da Redazione
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