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Nata a Pisa l’11 agosto 1912, Maria Luigia Guaita trascorse l’infanzia a Torino per poi raggiungere Firenze nel 1926. Suo padre costruiva aeroporti come quelli di Pisa, Asmara e Addis Abeba. Studiò con il fratello Giovanni al liceo Galilei di via Martelli.[1] Grazie a lui,[2] iniziò a frequentare gli ambienti dell’antifascismo di estrazione liberalsocialista e fece amicizia con personaggi come Nello Traquandi, animatore del periodico clandestino «Non Mollare» e del Circolo di Cultura Politica di Borgo S. Apostoli. Conobbe anche Enrico Enriques Agnoletti e altri componenti del Partito d’Azione fiorentino. Nel 1941 ottenne un impiego presso una filiale fiorentina della Banca Nazionale del Lavoro e utilizzò la sua attività a contatto con il pubblico per trasmettere documenti e messaggi collegati alla sua attività clandestina che allora consisteva soprattutto nel procurare carte d’identità agli ebrei e ai ricercati politici.

Dopo l’8 settembre 1943, sospettata di attività antifascista, la Guaita entrò nella piena clandestinità. Operò come staffetta occupandosi, in particolare, del reperimento di documenti falsi per partigiani e perseguitati politici nonché del collegamento fra il Comitato militare fiorentino e le varie formazioni armate della Toscana. Collaborò a radio Cora e fu tra gli organizzatori della fuga di Luigi Boniforti[3] dalla clinica dove era ricoverato sotto sorveglianza.[4] Dopo la liberazione di Firenze,[5] alla quale partecipò organizzando il servizio staffette, fu coordinatrice con Dino Gentili, Carlo Lodovico Ragghianti, e Luigi Boniforti, della casa editrice “Edizioni U”. Si trattò di una breve esperienza che Dino Gentili aveva concepito durante il viaggio di ritorno dall’America. Con questa iniziativa il gruppo intendeva «soddisfare quella fame di cultura dell’Italia dopo venti anni di censura fascista e diffondere il pensiero di una generazione che non si era piegata. I suoi aderenti volevano «divulgare gli ideali di Giustizia e Libertà e raccontare le storie di coloro che avevano fatto parte della resistenza, spiegare la maturazione teorica e le battaglie di chi aveva passato nell’esilio gli anni della dittatura».[6] Nella collana “Giustizia e Libertà” diretta da Aldo Garosci oltre alla prima traduzione italiana di Socialismo Liberale di Carlo Rosselli, uscita nel 1945,[7] figuravano nel catalogo di quell’anno, opere di Emilio Lussu,[8] Aldo Garosci,[9] Barbara Allason,[10] Lionello Venturi,[11] Roberto Battaglia,[12] Stefano Terra e la traduzione italiana di un’antologia di saggi che Valiani aveva pubblicato in Messico sulla Storia del socialismo nel XX secolo.[13] Nella “Collana Storica” apparve, sempre in quell’anno, La sorte dell’Italia, di Gaetano Salvemini e Giorgio La Piana. Il catalogo si arricchì di nuovi titoli negli anni successivi come, ad esempio, Arrivo e partenza di Arthur Koestler.[14] Le opere venivano stampate presso la tipografia di Enrico Vallecchi che incoraggiò il gruppo nel suo lavoro.

Nonostante l’impegno editoriale, le “Edizioni U” chiusero nel 1948 e la Guaita entrò a fare parte della ditta “Dreyfuss Gentili” che Dino Gentili aveva aperto a Prato nel 1946 per l’importazione della lana australiana. Gentili era un industriale antifascista milanese, immigrato a Londra per motivi raziali e rientrato in Italia come interprete per l’esercito alleato. La società ottenne buoni risultati e successivamente cambiò nome in “Imex Lane”. Sebbene dedicata al proprio lavoro, Maria Luigia sentì progressivamente il bisogno di riavvicinarsi al mondo della cultura.

Nel 1954 la Guaita cominciò a collaborare con «Il Mondo» e nel 1957 pubblicò il suo libro di memorie sulla Resistenza, La guerra finisce. La guerra continua, che vinse il Premio Prato del 1958.[15] Poco soddisfatta del suo lavoro non in sintonia con l’ambiente politico e religioso locale, la Guaita lasciò Prato per raggiungere un’amica a Edimburgo, dove conobbe la pittrice Anne Redpath (1895-1965) che faceva litografie su pietre della Baviera».[16]

Tornata a Firenze nel 1959, vendette parte della sua quota “Imex Lane” e fondò la stamperia “Il Bisonte” con l’aiuto del pittore e incisore Rodolfo Margheri e di due stampatori: Raffaello Becattini e Franco Pistelli.[17] Cominciò così un periodo di intenso lavoro che la Guaita affrontò con il suo consueto entusiasmo e che neppure l’alluvione dell’Arno del 4 novembre 1966 – che sommerse il laboratorio nel quartiere San Niccolò – riuscì ad attenuare. Fra i tanti che aiutarono la Guaita nel periodo difficile della ricostruzione della stamperia ci fu l’artista inglese Henry Moore che, nel 1968, presso il Bisonte pubblicò una cartella di 6 litografie. Nel 1972 la Guaita sposò l’editore Enrico Vallecchi, figlio di Attilio fondatore della casa editrice. Nel 1982, di fronte all’avanzare della fotolitografia, l’editrice chiuse la stamperia trasformando il Bisonte in una Galleria con annessa una Scuola Internazionale di Specializzazione per la grafica d’arte (1983) i cui corsi si tenevano nella sede di via Giardino Serristori, in quelle che erano state le scuderie del palazzo.

L’anno prima, il presidente Sandro Pertini le aveva conferito il titolo di Commendatore della R. I. Dal 1990, dopo la morte di Enrico Vallecchi, la Guaita si trasferì in un appartamento sopra la scuola. Nel 2005 realizzò la “fondazione il Bisonte” per lo studio dell’arte grafica. Morì il 26 dicembre 2007. Nel maggio del 2009 la Fondazione il Bisonte inaugurò una mostra per il 50 anni della sua costituzione dal titolo significativo: Il Bisonte sono io! Artisti e amici di Maria Luigia Guaita per il 50 anni del Bisonte.

«Il Mondo» della Guaita

Ne Il segno impresso, Maria Luigia Guaita nell’evocare l’insostituibile amicizia con Carlo Lodovico Ragghianti, ricordava che doveva a lui anche la sua collaborazione a «Il Mondo» perché fu proprio Ragghianti a mandare «al direttore, Mario Pannunzio, la lettera che gli avevo scritto per raccontargli l’incredibile storia dei “concubini di Prato”, città dove lavoravo alla Imex-lane, che avevo fondato con Gentili dopo la chiusura delle Edizioni U. La storia coinvolse il vescovo di Prato monsignor Fiordelli, e per me ebbe conseguenze pesanti, ma in un certo senso fortunate. Dovetti lasciare il mio lavoro e andare da una mia amica a Edimburgo, dove conobbi la pittrice Anne Redpath (1895-1965) che faceva litografie su pietre della Baviera».[18]

La vicenda dei due coniugi pratesi che nel 1956 si erano sposati solo con rito civile scatenando le ire del vescovo, era stata oggetto di grandi polemiche fra cattolici e liberali. Aveva inoltre aperto gravi fratture nei rapporti fra Stato e Chiesa assumendo ulteriori significati politici per l’importanza dei personaggi coinvolti nel processo che ne era seguito.[19] Sicuramente la Guaita aveva preso parte attiva a questa vicenda su qualche organo di stampa locale ma non sulle pagine de «Il Mondo».

In realtà la scrittrice aveva cominciato a collaborare con «il Mondo» nel dicembre del 1954, quindi due anni prima di quanto da lei stessa affermato. Difficile dire se lo sbaglio proveniva da una semplice dimenticanza, oppure da un “errore” volontario, da una sorta di “rimozione” poiché, in realtà molti dei racconti editi sul settimanale furono pubblicati nel suo libro del 1957, o con il medesimo titolo oppure cambiato, cioè nell’opera da lei considerata il vero e unico consuntivo della sua esperienza di donna e di partigiana. Dall’archivio Pannunzio risulta che nel 1956 la Guaita gli inviò «allegata documentazione relativa ad un articolo … su Montecatini Terme, tra cui copia della denuncia presentata il 4 settembre 1956 al Tribunale di Pistoia relativa contro un circolo di Montecatini Terme, copia di un mandato del Consiglio Comunale di Montecatini (s.d.) e il dattiloscritto Rapporti fra popolazione e clero».[20] È possibile quindi che fosse proprio questo l’articolo a cui accennava la Guaita, che fra l’altro rimase nell’archivio de «Il Mondo» e non fu mai pubblicato. Pannunzio, del resto, faceva attenzione a prendere parte attiva ad alcune battaglie locali che non rientravano fra i suoi obiettivi primari.

L’attività della Guaita come giornalista per il settimanale si concentrò fra il 1954 e il 1959. In quegli anni pubblicò sul periodico di Pannunzio 25 articoli. Non molti rispetto ai 413 di Giulia Massari, agli 84 di Leonetta Pieraccini Cecchi, ai 62 di Elena Croce Craveri, ma abbastanza per inserire l’autrice fiorentina nella cerchia ristretta delle scrittrici non estemporanee del settimanale.[21]

Dopo un articolo di esordio intitolato I reclusi dell’isola, dedicato alla Gorgona e altri 4 riuniti nella rubrica “Posta da Firenze”, nel 1955 l’autrice pubblicò sette racconti sulla guerra partigiana, quelli che come già ricordato, confluirono nel libro La guerra finisce, la guerra continua. Anche per lei, quindi, come per moltissimi altri scrittori, la rivista rappresentò un’occasione importante per l’anticipazione di un lavoro più ampio.

Il bisogno di raccontare con sincerità e immediatezza «la verità di quegli uomini e di quegli animi, la crudezza di quel patire» come scriveva Ferruccio Parri nell’Introduzione al libro, era quindi cominciata proprio sulle pagine del settimanale di Pannunzio che incoraggiava i propri autori a testimoniare le esperienze vissute durante gli anni di guerra.

Racconti sull’esperienza della lotta di liberazione pubblicati su «Il Mondo» nella rubrica “guerra partigiana”

 I 7 racconti sulle sue esperienze di partigiana nelle file di “Giustizia e Libertà” pubblicati su «Il Mondo» confluirono nel suo libro del 1975 o con il medesimo titolo, oppure con qualche variazione nell’intestazione e nel contenuto come sottolineato nello schema seguente.

Titolo articolo Su «Il Mondo«CollocazioneConcordanza libro
Incerti del mestiereVII, 30, 26 luglio 1955, p. 14Incerti del mestiere, IV
In viaggio con i tedeschiVII, 31 2 agosto 1955, p. 10In viaggio con i tedeschi, VI
L’ufficiale di aviazioneVII; 34, 23 agosto 1955, p. 10Una rosa per premio, VII
Rivoltella e sigaretteVII, 36, 6 settembre 1955, p. 10La valigia di Ugo, IX
Una bomba a Santa Maria NovellaVII, 39, 27 settembre 1955, p. 12La bomba dimenticata, VIII
Un tedesco a buon mercatoVII, 47, 22 novembre 1955, p. 10Il tedesco che non fu ucciso, X
Assalto alla QuesturaVII, 49, 6 dicembre 1955, p. 10Assalto alla Questura, XI

Ma, oltre ai racconti riproposti per intero ne’ La Guerra finisce, la guerra continua ve ne erano altri scritti dalla Guaita per il settimanale di Pannunzio – precedenti alla serie sulla Resistenza – che contenevano elementi anticipatori. Per esempio, Brunelleschi al neon, racchiudeva diverse frasi e concetti che si ricollegavano al testo pubblicato sul libro con il titolo La società di Cremazione. In ambedue la Guaita parlava, infatti, della torre che ospitava un incisore amico che realizzava timbri falsi per i partigiani e che fu fatta saltare dai tedeschi assieme ai ponti a Por Santa Maria e Borgo San Iacopo.

Se si esclude il V racconto, Le Cornate, forse uno dei più problematici, tutto il corpo centrale del libro formato dai capitoli, IV, VI, VII, VIII, IX, X, è composto con materiale già pubblicato su «il Mondo». Si possono fare quindi due ipotesi: che i racconti editi sul periodico abbiano suggerito all’autrice l’idea di una raccolta più ampia delle sue memorie di partigiana, oppure che la Guaita abbia volutamente anticipato su «Il Mondo» parte del materiale da lei già predisposto per il suo libro. Il fatto singolare è che nessun studioso, neppure nelle due successive edizioni del libro, abbia sottolineato questa vicinanza a «il Mondo» dell’opera più conosciuta di questa scrittrice. Accanto a quelli già pubblicati sul settimanale di Pannunzio, la Guaita aggiunse nel libro altri 8 racconti, provenienti sempre dalla sua esperienza nelle file di “Giustizia e Libertà”. Cioè:

  1. La guerra finisce, la guerra continua
  2. La Società di cremazione
  3. I conigli

V.        Le Cornate

VIII.     La bomba dimenticata

XII.      Undici agosto, ore 5

XIII.     Lanciotto, primo morto

XIV.     Gli impiccati di Figline

Nel riordinare il materiale per il libro, l’autrice seguì un ordine cronologico che, nei primi tre racconti, esprimeva soprattutto la sua esperienza personale durante i primi mesi di attività nella Resistenza. Proseguendo sempre cronologicamente, attraverso altri racconti, giungeva agli ultimi due dedicati alla memoria dei tanti che avevano sacrificato la propria vita per la libertà. Fra questi la Guaita ricordava Lanciotto Ballerinni da Campi, il primo partigiano morto in Toscana il 3 gennaio 1944, molto vicino al Partito d’Azione e a Carlo Lodovico Ragghianti. «Il Magni di Prato, il corridore, si vantava di averlo ucciso». Attraverso la testimonianza di un suo compagno rimasto accanto a Lanciotto quando fu ammazzato, il Barinci di Sesto, la Guaita ripercorreva le ore terribili precedenti la sua morte: l’agguato fascista, lo scontro terribile fra partigiani e fascisti, il voluto distacco dei carabinieri che evitavano di colpire i ribelli. Il ricordo del sacrificio di tante giovani vite ritornava anche nel racconto gli Impiccati di Figline, ma qui alla desolazione per tanto dolore, si aggiungeva una domanda ancora più dolorosa: alla luce della situazione post bellica, a cosa erano valsi il sacrificio di tanti uomini, le torture, le paure, le privazioni di un’intera generazione? È questa domanda che dà un senso a tutto il libro senza, forse, trovare una risposta. Vale la pena, a questo proposito, riportare direttamente quanto scritto dalla Guaita: «Se devo necessariamente adoperare le parole che esprimono i concetti di libertà e di giustizia, ho un attimo di esitazione, spesso ricorro a una perifrasi: “Giustizia e Libertà” mi ha cantato troppo nel cuore, per tutti gli anni della lotta clandestina. Allora mi sforzavo soltanto di essere disciplinata, ma sempre con un sottile struggimento di non fare abbastanza, anche per le perdite dolorose di tanti compagni, i migliori; e ognuno di loro si portava via una parte di me. Venne la liberazione; affascinata da questa parola sperai nell’affermarsi delle forze socialiste. Poi le giornate di Roma, il Congresso al teatro Italia. Ricordo Ragghianti che tratteneva Parri per la giacchetta, il volto duro e caparbio di Carlo, quello tagliente e tirato di Pippo, la dialettica di La Malfa: il crollo del Partito d’Azione. Pensavo che i sacrifici di tanti compagni (e così di nuovo mi bruciava nel cuore il dolore per la loro morte) sarebbe stato sufficiente a disciplinare le forze, attutire gli screzi, frenare le ambizioni. Allora! Ma in questi dieci anni, tanti altri interessi ho visto giocare a vantaggio delle forze politiche in lotta al solo scopa di prepotere sugli altri, e ridursi, adattarsi e troppo spesso frantumarsi quegli ideali, per i quali si erano superate le tempeste fianco a fianco, sicuri di un domani più giusto».[22]

Sul piano letterario, già nel 1975 Gian Carlo Ferretti segnalava La guerra finisce, la guerra continua, fra le opere più importanti del filone memorialistico uscite quell’anno. Assieme ai lavori di Guido Nozzoli (Quelli del Bülow, Editori Riuniti, 1975; di Luciano Bergonzini (Quelli che non si arresero, Editori Riuniti, 1957), di Nando Dunchi (Memorie partigiane, la Nuova Italia, 1957) e di Armando Gavagnin (Vent’anni di resistenza al fascismo, Einaudi 1957). Ma il 1957 era anche l’anno in cui Anna Maria Ortese lavorava al suo romanzo tutto proiettato sullo sfondo della guerra e della lotta antifascista, quello della Ciociara di Moravia, del Un matrimonio del dopoguerra di Carlo Cassola dove tornava il mondo degli alabastrai partigiani di Volterra e il disorientamento e lo sbandamento degli ex partigiani del dopoguerra.

Un anno importante, quindi, per quella generazione di mezzo. Per quegli scrittori antifascisti e spesso militanti della Resistenza che portavano nelle loro pagine tante inquietudini e la dolorosa constatazione che quegli ideali per cui avevano lottato non avevano inciso positivamente sulla società italiana, tanto meno sui partiti che avrebbero dovuto trasformare gli ideali della Resistenza in un’azione politica basata proprio su quei principi di giustizia e di libertà.


[1] Parte consistenze di questa ricostruzione della biografia della Guaita è tratta dalla nota biografica pubblicata sul sito della Fondazione il Bisonte. ved. http://www.ilbisonte.it/foundation/mlguaita-biografia/

[2] Giovanni sposò nel 1940 Orietta Alliata, sorella di Topazia Maraini, moglie dello scrittore e etnologo Fosco Maraini e madre della scrittrice Dacia. Testimoni alle nozze Enzo Enriquez Agnoletti e Anna Maria Ichino. Ved. Giovanni e Orietta Guaita, Isola perduta, Super Bur, …

[3] Nato a Pisa nel 1900, morto a Firenze il 23 dicembre 1962, avvocato.

Attivo nella lotta antifascista clandestina, negli anni del regime prese parte alle iniziative del gruppo fiorentino “Non mollare” e del movimento “Italia Libera”. Alla caduta del fascismo, Boniforti rappresentò il Partito d’Azione, al quale aveva aderito nel 1937, nel Comitato delle opposizioni di Firenze. Subito dopo l’armistizio partecipò alla Guerra di liberazione, attuando numerosi colpi di mano e trasporti di armi. Nell’ottobre del 1943, l’avvocato fu arrestato dalla polizia. Era in pessime condizioni di salute e non c’erano prove a suo carico, perciò i fascisti decisero di piantonarlo in casa. Un gruppo di resistenti del P.d’A. si organizzarono allora per liberarlo, ma l’azione di forza non fu necessaria: approfittando di un bombardamento aereo, Boniforti era riuscito ad eludere la sorveglianza dei militi ed a fuggire. Le minacce di rappresaglia delle SS nei confronti dei suoi famigliari convinsero dopo qualche giorno l’avvocato a costituirsi. Rimasto nelle mani del nemico, l’esponente azionista corse più volte il pericolo di essere fucilato, ma nel giugno del 1944 la “Sezione d’assalto” del P.d’A. riuscì a liberare definitivamente il prigioniero. Dopo la Liberazione a Luigi Boniforti, che era secondo presidente del Comitato toscano di liberazione nazionale, fu affidata la presidenza della Camera di commercio di Firenze. L’avvocato azionista è stato presidente del Consiglio federativo toscano della Resistenza e membro della Giunta nazionale della FIAP.

[4] Ved. «Quaderni del Circolo Rosselli» n. s., XXXIV, n. 120, 2014 a cura di Mirco Bianchi. In questo numero, viene riproposto il racconto La guerra finisce, la guerra continua (pp. 20-26) assieme a un importante resoconto biografico sull’autrice desunto da fonti archivistiche tratte dall’AISRT, (Fondo Partito d’Azione, b. 13 fasc. Biografie dei dirigenti del Pda. Profilo politico di Maria Luigia Guaita e Relazione dell’attività svolta dalla compagna Turziani Eleonora durante il periodo clandestino, Ivi, b.11, fasc. 130: Documenti relativi all’attività di vari compagni nel periodo clandestino). Assieme all’intervento della Guaita compaiono testimonianze di Carlo Francovich, Giorgio Bassani, Tristano Codignola, Nello Niccoli, Giorgio Spini, Piero Calamadrei, Carlo Levi, Enzo Enrique Agnoletti, Carlo Lodovico Ragghianti, Eugenio Montale, Valentina Supino.

[5] Nel suo Profilo politico redatto per il Partito d’Azione la Guaita aveva scritto: «Dalla fine del 1940 collaborai con Gianni Guaita, Enzo Agnoletti ecc. al creare cellule, alla diffusione stampa ecc. Nel 1942 vi contribuii con più attività, fui capo cellula e nel 1944 capo settore. Subito dopo l’8 settembre organizzai la fabbricazione di carte d’identità false per gli ebrei, ricercati politici, prigionieri di guerra, fuggiaschi e partigiani. Con Nello Traquandi mi occupai di procurare carte annonarie in regola  per lo stesso genere di persone a cui procuravamo carte d’identità. Tenni in casa un magazzino di viveri per le nostre prime bande, costituitosi a Monte Marcello (Lanciotto) e a Pistoia (Pippo). Per le stesse raccolsi tutto quanto era possibile raccogliere comprese armi. In collaborazione con i comunisti cercai di fornire il più possibile di documenti falsi il partito per qualsiasi genere e qualsiasi uso ma in modo particolare per scopi militari, come licenze, convalescenze, tessere delle S.S. italiane, documenti della T.O.D, tessere del fascio, permessi di coprifuoco, di viaggio, di porto d’armi, di lingue ecc. Dal dicembre al giugno 44 tenni collegamenti con agenti dell’VIII armata (Domenico) della V Armata (Rosa e Ferruccio) e fino a che non si recò nel parmense con agente del S.I.M. (Tolleri). Dal febbraio al giugno fino all’arresto di Piazza d’Azeglio feci il collegamento per i servizi di lancio con bande partigiane e durante i viaggi necessari procurai informazioni militari per il nostro servizio radio e portai quando potei dalle bande in città ordini di sabotaggio lanciati dagli alleati. Dopo l’arresto della Paoletto, rimasti senza possibilità di stampare trovai nel marzo 44 con l’aiuto di Anna Maria Enriques il tipografo Bonechi e tenni contatti con lui, che veramente lavorò molto bene fino all’arrivo degli alleati non avendo più nessuna interruzione della regolare distribuzione della stampa. dal giugno dopo gli ultimi arresti resultando per me troppo rischioso viaggiare ancora aiutai Alberto nell’organizzazione delle squadre di città e nel periodo dell’emergenza e nei giorni della liberazione di Firenze fui staffetta del Comando Marte. Dopo la Liberazione feci parte del Consultivo».

[6] Sulle “Edizioni U” ved. E. Savino, La diaspora azionista. Dalla resistenza alla nascita del Partito radicale, Milano, Franco Angeli 2010, pp.132-136.

[7] C. Rosselli, Socialismo liberale, Roma, Firenze Milano, Edizioni U, 1945.

[8] E. Lussu, La catena, Roma, Firenze Milano, Edizioni U, 1945.

[9] A. Garosci, La vita di Carlo Rosselli, Roma, Firenze Milano, Edizioni U, 1945.

[10] B. Allason, Memorie di un antifascista (1919-1940), Roma, Firenze Milano, Edizioni U, 1945.

[11] L. Venturi, Storia della critica d’arte, Roma, Firenze Milano, Edizioni U, 1945.

[12] R. Battaglia, Un uomo, un partigiano, Roma, Firenze Milano, Edizioni U, 1945.

[13] E. Savino, La diaspora azionista. Dalla resistenza alla nascita del Partito radicale, Milano, Franco Angeli 2010, p. 135.

[14] A. Koestler, Arrivo e partenza, Roma, Firenze Milano, Edizioni U, 1945.

[15] M.L. Guaita, La guerra finisce, la guerra continua, Firenze, La Nuova Italia, 1957. Il libro era inserito nella collana “quaderni del Ponte” che comprendeva già i seguenti lavori: M. Delle Piane, Funzione storica dei Comitati di Liberazione, A. Levi, Ricordi dei fratelli Rosselli, E. Lussu, Diplomazia clandestina, A. Capitini-C. Magni-L. Borghi, G. Peyrot, La libertà religiosa in Italia, N. Dunchi, Memorie partigiane. Nella presentazione del libro della Guaita, Ferruccio Parri scriveva: «Ma non tema l’autrice il giudizio dei lettori degni, anche se materialmente lontani da quelle vicende. La freschezza e vivacità nel raccontare che è la sincerità e l’immediatezza del suo sentire, la verità di quegli uomini e di quegli animi, la crudezza di quel patire sino allo spasimo tra sacrifici e tragedie e atrocità immani, e soprattutto la purezza di quell’operare e di quel soffrire che fu la grandezza della resistenza: l’aver ridato lo spirito e l’aria del tempo, questo è il pregio, questo è il dono di un libretto che sarebbe stato meglio intitolare «Storie di un anno grande». Per questo motivo la seconda edizione del 1975 presso la casa editrice La Nuova Italia, portava il titolo Storia di un anno grande. Ved. inoltre, M. L. Guaita, Storia di un anno grande: settembre 1943-agosto 1944, Roma, ed. Giuntina, 2014.

[16] Ved. Il segno impresso cit., p. 11.

[17] Sull’importante attività de “Il Bisonte” ved. l’opera pubblicata a cura del Comune per i 40 anni della sua attività: Il segno impresso. Il Bisonte. Storia di una stamperia d’arte, a cura di L. Gensini, Firenze, Giunti, 1999.

[18] Ved. Il segno impresso cit., p. 11. [18]ed. inoltre R. Colozza, Partigiani in borghese. Unità popolare nell’Italia del dopoguerra, Milano, Franco Angeli, 2005, pp. 182-187.,

[19] Questa vicenda, iniziata nel 1956, spaccò l’Italia in due fronti contrapposti. Da una parte la Chiesa di Pio XII e dall’ altra lo schieramento laico. Mauro Bellandi e Loriana Nunziati, due giovani pratesi si erano sposati in Comune col rito civile invece che in chiesa. aveva militato con onore nella divisione Arno, comandata da “Potente”, e da Bruno Fanciullacci, medaglie d’ oro della Resistenza. Il Vescovo di Prato monsignor Pietro Fiordelli, venuto a sapere del matrimonio, fece leggere dal pulpito ai suoi parroci una pastorale in cui i coniugi Bellandi erano definiti “pubblici peccatori”, che vivevano in scandaloso concubinato. Ne seguì un processo in cui Achille Battaglia e Leopoldo Piccardi difesero i coniugi. La causa che ne seguì riportava in discussione i Patti Lateranensi e i rapporti tra Stato e Chiesa trent’ anni dopo il Concordato. Il Tribunale di Firenze, nel marzo del 1958, decise che il vescovo di Prato, monsignor Pietro Fiordelli, doveva essere condannato a 40.000 lire di multa, e il parroco don Danilo Aiazzi invece assolto per aver obbedito ad un ordine superiore. La notizia della sentenza del Tribunale di Firenze provocò una forte reazione del Vaticano che organizzò manifestazioni di solidarietà col vescovo di Prato creando un clima difficile fra cattolici e difensori dei diritti civili. Ved. G. Crainz, Storia del miracolo italiano. Culture, identità, trasformazioni fra gli anni Cinquanta e Sessanta, Roma, Donzelli, 2005, pp. 61-62.

[20] Inventario del fondo Mario Pannunzio a cura di L. Devoti, Camera dei Deputati, “Quaderni dell’Archivio Storico, n. 9”, Roma, 2003, p. 50, busta 27 [0016 (107)], Direttore 1956

[21] Ved. C. Sodini, «Il Mondo» al femminile. Giornaliste e scrittrici nelle pagine del settimanale, in «Libro aperto», n. 96, gennaio-marzo 2019, pp. 151-159.

[22] M. L. Guaita, Gli impiccati di Figline, in La guerra finisce, la guerra continua cit., pp.101-102.

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