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Léon-Paul Fargue – uno dei più ragguardevoli poeti francesi della prima metà del Novecento, la cui poetica, muovendo dal tardo Simbolismo, conduce a quello che è stato definito «classicismo verbale» – si suole includere tra i rappresentanti della École fantaisiste, che raccolse – con piena e libera cittadinanza alle individualità – poeti quali Paul-Jean Toulet, Francis Carco, Jean-Marc Bernard, Jean Pellerin, Tristan Derème, Valéry Larbaud. Nato a Parigi il 5 marzo del 1876, allievo del liceo Janson-de-Sailly ebbe tra i suoi insegnanti Stéphane Mallarmé. Attivissimo come giornalista (nel 1924, insieme a Paul Valéry e a Larbaud, assunse la direzione della rivista «Commerce» fondata da Marguerite Caetani) e come consulente editoriale, fu in relazione, spesso con sentimenti sinceramente amichevoli, con i maggiori scrittori e artisti francesi del suo tempo e si configurò come una presenza vivacissima e versatile nel cosmo culturale del suo Paese. Nominato  Chevalier de la Légion d’honneur nel 1925, nel 1946 (un anno prima della morte che lo colse il 24 novembre del ’47) fu insignito del “Gran Premio della città di Parigi”.

                        La sua poesia (Poëmes, 1894; Nocturnes, 1905; Tancrède, 1911; Poëmes, 1912; Pour la musique,1914; Ludions, 1923; Espaces, 1929; ecc.) si esprime in invenzioni metriche di raffinata elaborazione, per lo più ricorrenti a versi brevi, pur se non esclude un ampio spazio a splendidi poèmes en prose; con una tavolozza di toni smorzati talora crepuscolareggianti e preziose sfumature di  pennellata impressionista  rappresenta con accattivante eleganza una varietà di temi in apparenza dimessi o di portata comune o scontata (la quotidianità, la vita cittadina, la sfera sentimentale ovviamente) in ordine ai quali tenerezza e malinconia, nostalgia e commozione convivono e si amalgamano con spunti ironici, umoristici, onirici, fantastici.

                        Ugualmente importante è la vasta produzione del Fargue prosatore (Vulturne, 1928; Epaisseurs, 1928; Sous la lampe, 1929; Haute solitude, 1941; Refuges, 1942; Déjeuners de Soleil, 1942; Lanterne magique, 1944), che, oltre ad argomenti personali e autobiografici, a saggi artistici e letterari, spazia con la consueta sensibilità e perspicacia su argomenti di universale risonanza, ma colti nell’umiltà del quotidiano e del casalingo, come l’amore appunto, l’amicizia, la vecchiaia, la solitudine, la delusione, il disinganno, l’alcolismo… Particolarmente incisivi, d’altronde, sono gli scritti relativi alla realtà urbana, tra i quali spiccano quelli dedicati all’adorata Parigi (D’après Paris, 1932; Le Pièton de Paris,1939; ecc.) raffigurata e sollecitata con inesausta passione e afflato poetico in tutte le sue prerogative architettoniche, artistiche, storiche, civili, atmosferiche… Da queste e da altre pagine di spettro più allargato e generale nasce un panorama oltremodo vivido e suggestivo della società e dello spirito non solo francesi tra le due guerre. 

                        Quello per la letteratura non fu il solo grande amore di Fargue, quello per la musica (lo provano le differenti musicalità della sua poesia e in specie della sua prosa) essendo quasi equivalente. Attratto giovanissimo dal pianoforte, fece parte del cenacolo Les Apaches (I teppisti) che, fiorito dall’inizio secolo fino al 1914, comprese, tra gli altri, compositori (Maurice Ravel, Manuel de Falla, Florent Schmitt, Maurice Delage, André Caplet, Lucien Garban anche editore), direttori d’orchestra (Désiré-Emile Inghelbrecht), pianisti (Ricardo Viñes), critici musicali (Michel Dimitri Calvocoressi, Émile Vuillermoz), pittori (Edouard Benedictus, Paul Sordes, Georges Mouveau), scultori (Cipa Godebski), poeti (Tristan Klingsor), accomunati da una concezione artistica scevra da pastoie accademiche, spontanea, audacemente libera e originale. Fargue entrò in dimestichezza anche con Claude Debussy, sue poesie furono musicate da Erik Satie (Ludions, 1923), Ravel (Rêves, 1927), Georges Auric.

                        Fino a poco tempo fa il lettore italiano doveva accontentarsi di solo un paio di pubblicazioni intestate a Fargue: l’antologia Poesie 1886-1933, tradotte con una eccellente Introduzione e nota bio-bibliografica da Luciana Frezza, Einaudi, Torino 1981; e Music-Hall, a cura e con Postfazione di Marco Dotti, con uno scritto di Philippe Soupault e illustrazioni di Luc-Albert Moreau, Medusa, Milano 2008. Qust’ultimo volume, ormai introvabile (e a cui dedicò un gioiello di recensione Guido Ceronetti, «La Stampa/Tuttolibri», 5 aprile 2008), raccoglie scintillanti pagine sulla vita dello spettacolo e del teatro parigini degli anni Trenta riferita soprattutto al mondo del Tabarin («queste donne vestite da gladiatori, altre volte da marchesi, lacerate dal jazz, solenni come frutti da esposizione…», «la gioia di contemplarle non finisce mai… Ma forse non provocano che un pubblico smorto, che nessuna forma riesce più a far disperare…», «gli intellettuali non frequentano queste grotte di passamaneria e di carne viva, se non per srotolare le loro tesi orribilmente inutili…»), degli chansonniers (uno per tutti Maurice Chevalier), del circo (uno per tutti il clown Grock)… 

                        Di recente (2021) la bibliografia italiana del nostro scrittore si è arricchita di un singolare  e   utilissimo volume pubblicato nella collana “Musica e Letteratura” diretta da Giorgio Pestelli e Alberto Rizzuti per le Edizioni dell’Orso di Alessandria: Léon-Paul Fargue, Maurice Ravel e Per la musica, con Prefazione di Barbara Pascarel (assidua studiosa di Léon-Paul) e Premessa, Introduzione, traduzione e note di Pietro Milli. Il libro è bipartito. La prima sezione consiste in uno  scritto sul compositore, la seconda in una nuova versione delle poesie di Pour la musique, già in buona parte tradotte dalla Frezza nell’antologia da lei curata. Fargue conobbe Ravel nel 1903 e ne nacque un’amicizia durata fino alla prematura scomparsa del musicista nel 1937. Ravel accompagnava spesso l’amico nelle interminabili flâneries notturne per le strade e i quartieri di Parigi e saldamente nel corso degli anni si venne costituendo un reciproco dare-avere di intima conoscenza, di idem sentire, di lettura d’anima. «Ravel guardava con gli occhi di Fargue e questi ascoltava con le orecchie di Ravel» scrive il musicologo Michel Faure[1]. Nel 1939 il poeta partecipò, con alcuni amici dello scomparso tra cui Delage e Vuillermoz, al volume collettivo Maurice Ravel par quelques-uns de ses familiers, e nel 1947, nel decennale della morte, pubblicò il volumetto Maurice Ravel presso le edizioni Fata Morgana di Parigi (è il testo ora tradotto sulla più recente edizione del 2014). Non si tratta di un saggio critico, ma di una affettuosa e commossa rievocazione memoriale –  ricca di dati notizie testimonianze determinanti per un’approfondita comprensione del musicista ma anche dell’uomo Ravel –  che ne abbraccia sinteticamente vita, opere, personalità, influenze, interpreti, fino alla morte dovuta a una ancor oggi abbastanza misteriosa malattia cerebrale. Le pagine introduttive di Pietro Milli (ricercatore presso l’Université de Rouen Normandie) sono un’ottima guida alla lettura dei paragrafi partecipi, ammirati, ironici, gustosi, informati di Fargue.

                        Ma Milli è anche il traduttore delle undici liriche che costituiscono Pour la musique (1914)e sùbito s’impongono, inevitabili, due considerazioni, quella sulla traduzione letteraria, e in particolare della poesia, e quella del confronto con la versione di Luciana Frezza. Dato per scontato che la poesia è per sua natura intraducibile dall’idioma che la sostanzia (a cominciare dal primo elemento che è proprio la sua “musica”) e che ogni traduzione non può che essere un tentativo di approssimazione, si può riflettere su criteri e meriti di ogni tentativo di approssimazione appunto. La versione di Frezza (che fu poetessa valente in prima persona), limitata a nove testi, ci appare orientata verso la traduzione-ricreazione d’autore, che, consapevole dell’”impossibilità” originaria, tende a rendere il senso più che il suono o il numerus dei versi, prendendosi qualche libertà espressiva più che lecita. La versione di Milli ci sembra volgere a una più contenuta fedeltà, che sa raggiungere con una resa limpida, elegantissima, dotata di una sua musica ammirevole rispetto al titolo intimidente della raccolta…  Paritaria lode, quindi, ai traduttori, a maggior gloria di Léon-Paul Fargue e Maurice Ravel.


[1]Citato da Enzo Restagno, Ravel e l’anima delle cose, Il Saggiatore, Milano 2009, p. 470 (opera indispensabile per la conoscenza del compositore).