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Aspettando la primavera, di Luca Martina

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Le vittime attribuite ufficialmente alla pandemia hanno superato in questi giorni i 5,7 milioni ma gli scienziati sono purtroppo concordi nel considerare questo numero solo una loro, molto pallida, stima per difetto. Proveremo nelle prossime righe a fornire un quadro più preciso, raccogliendo le diverse analisi disponibili e sottolineandone le principali caratteristiche (ed i punti di debolezza). Per potere arrivare ad ottenere numeri più vicini alla realtà occorre affidarsi ad un confronto con i tassi di mortalità esistenti negli anni precedenti l’esplosione del Covid19. La prima, e forse più nota, analisi è quella pubblicata dal settimanale britannico The Economist secondo la quale la reale stima delle vittime si aggirerebbe intorno ai 21 milioni (con un intervallo dei potenziali decessi compreso tra i 12 ed i 23 milioni). Per arrivare a queste cifre gli analisti inglesi hanno fatto ricorso anche ai “big data”, ottenuti scandagliando in rete tutte le informazioni che potessero essere utili a fornire un quadro più vicino alla realtà.  Il tema è, come si può immaginare, molto delicato e complesso da analizzare.  Un fattore che potrebbe sfuggire nel “semplice” confronto con i dati pre-pandemici è l’invecchiamento che la popolazione subisce (specie nei più maturi Paesi industrializzati) anno dopo anno. In Germania, ad esempio, le statistiche mostrano un eccesso di mortalità del 5% nel 2021 rispetto al 2020 ma una volta “aggiustato” per la struttura demografica, l’età  della popolazione, questo numero si riduce al “solo” 1%.  Studi più sofisticate sono state fatti da, Ariel Karlinsky, un economista della Hebrew University di Gerusalemme, e Dmitry Kobak, un “data scientist” dalla University of Tübingen, in Germania. Utilizzando i dati resi disponibili dal World Mortality Dataset per 116 Paesi (con 4,1 milioni di morti “ufficiali”, il 10% del totale dei decessi) le loro stime hanno condotto ad un numero di 6,5 milioni (pari al 16% del totale).  Una critica ricorrente è quella che il numero dell’incremento delle vittime incorpora anche coloro che si sono trovati nella sfortunatissima situazione di non potere fare ricorso alle cure ed ai controlli necessari a causa della congestione degli ospedali (o perché scoraggiati dal prendersi cura di sé stessi). Nel Regno Unito ad esempio è stato accertato che nei primi mesi della pandemia (ad aprile-maggio 2020) la mortalità dovuta ad Alzheimer, ipertensione, asma e diabete è quasi raddoppiata. Vi sono per fortuna anche alcuni rari casi confortanti come la Nuova Zelanda dove la mortalità negli ultimi due anni è scesa grazie del crollo delle vittime dell’influenza (la cui diffusione è scesa drasticamente). In generale, comunque, l’ “eccesso di mortalità” rimane il miglior modo di misurare l’impatto della pandemia. I dati del  World Mortality Dataset  utilizzati sopra non includevano però vaste aree del mondo come l’Africa, la Cina e l’India. Proprio in quest’ultimo Paese The Economist stima vi sia una della più macroscopiche sottovalutazioni del danno prodotto dal Covid19: le vittime reali sarebbero state infatti ben 5 milioni, 10 volte i dati ufficiali. Anche per la Cina si sospetta che le cifra fornita dal governo, pari a 4.600, sia ben inferiore a quella effettiva ma la “tolleranza zero” adottata sin da subito da Pechino è stata verosimilmente efficace nel mantenere la mortalità molto al di sotto della stima, di 750.000 decessi, dello studio del settimanale economico. Rimane il fatto che se il numero di vittime stimate nei Paesi ricchi è al di sopra di quelli censiti di “appena” il 30% quello dei Paesi a basso reddito (come classificati dalla Banca Mondiale) potrebbe essere pari a 10-20 volte tanto. Non basta, infatti, a spiegare la bassissima incidenza della pandemia sulla popolazione dei Paesi in via di sviluppo, la minore età della popolazione.  Un’ultima stima autorevole è quella fornita dall’ Institute for Health Metrics and Evaluation (IHME), un ente indipendente della Università di Washington.  Il modello dell’ IHME arriva a un numero totale compreso tra i 9 ed i 18 milioni. In conclusione possiamo dire che il pesante fardello imposto alla popolazione mondiale negli ultimi due anni è stato probabilmente più vicino ai 20 milioni di morti che ai quasi 6 dei dati ufficiali. Si tratterebbe di circa un sesto delle morti totali (pari a quasi 120 milioni) del biennio 2020-21. L’epidemia di spagnola del 1918-20 (quando la popolazione mondiale era un quarto di quella attuale) si stima abbia mietuto circa 50 milioni di vittime (con stime estremamente ampie, tra i 10 ed i 100 milioni). Guerre ed epidemie hanno sempre, nella storia, operato delle severe falcidie alla popolazione mondiale e possiamo solo augurarci che anche il nostro secolo abbia, con questa pandemia, pagato il suo dazio, che si possa presto tornare a fare conti meno tristi e a guardare il futuro con ottimismo. Perché, come scriveva Pablo Neruda, potranno recidere tutti i fiori ma non potranno (mai e poi mai) fermare la primavera.  

6 Febbraio 2022/da user-pannunzio
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