Basta le messe cantate per Gobetti, di Pier Franco Quaglieni

Non ho partecipato alla celebrazione di Piero Gobetti al Teatro Carignano, malgrado la presenza del Capo dello Stato obbligherebbe un Cavaliere di Gran Croce ad essere presente, e neppure in ultima fila, esistendo un preciso cerimoniale. Non ho ricevuto l’invito, che credo sia stato inviato dal Centro Gobetti. Il Comune mi invita sempre a tutte le iniziative. È quasi un onore non essere invitati da un covo di filo-comunisti che vive nella luce molto spenta di Antonicelli, sostituito da un ignoto Polito, fac-totum del Centro Gobetti come fu il “factotum” dell’ultimo Bobbio. Lo storico Narciso Nada, fondatore nel 1961 del Centro Gobetti, lasciò il Centro, non potendo accettare il clima di asfissia che lo caratterizzava dopo il ’68. Soprattutto dissento totalmente dall’aver affidato al solo Zagrebelsky il ricordo di Gobetti, che non mi risulta essere uno storico o uno studioso di Gobetti, ma un noto giurista. È evidente che la vulgata gobettiana ha avuto il sopravvento, ma a cento anni dalla sua morte non è lecito celebrare, in suo suffragio ideologico, le solite messe solenni, perché si impone la storia, che è sempre fatta di luci e ombre. Qualche titolo chi scrive in materia lo può vantare, se il noto prete-giornalista Pier Giuseppe Accornero ha citato un ampio passo di un mio vecchio saggio su Gobetti. Ma non ci sono solo io: c’è Bedeschi, c’è Cofrancesco, c’è Nicolosi. La lettura liberale di Gobetti non può essere cancellata da quella generata dal gramscianazionismo torinese. Dopo cent’anni deve circolare aria nuova. In questa Torino politicamente bigotta siamo ancora fermi a invitare al Carignano solo gli amici, anzi i compagni. Queste faziosità non le faceva neppure Antonicelli, che mi invitava al “Gobetti” di via Fabro. Carla Gobetti, nuora di Gobetti, mi fece avere una fotografia di Piero per la sede del Centro Pannunzio e venne a sentirmi parlare del suocero alla Scuola di Applicazione, quando affrontai le differenze tra Burzio e Gobetti. Sentii il dovere di parlare a braccio, tralasciando di servirmi di citazioni che l’avrebbero imbarazzata.