Un intellettuale scomparso troppo presto, di Pier Franco Quaglieni
Cento anni fa moriva in esilio a Parigi il 15 febbraio 1926 Piero Gobetti a cui verranno dedicate celebrazioni sontuose, in fondo assai poco gobettiane , se consideriamo il rifiuto della retorica che caratterizzò il giovane torinese, figlio di un droghiere di provincia trasferito a Torino . Gobetti e ‘ l’esempio di come una scuola seria possa riscattare le origini modeste ed aprire i giovani alla cultura . Questo resta il suo primo insegnamento del tutto trascurato .
Certamente fu un giovane prodigioso che seppe bruciare i tempi e diventare protagonista della vita culturale fin dai tempi dell ‘ Università . Bruciò le tappe di una vita difficile e molto impegnata sotto il profilo etico , intellettuale e politico .
Cio’ detto , e’ impossibile vedere in lui un pensiero compiuto e meno che mai maturo . Il suo fu e resta un pensiero in nuce , l’inizio di un percorso non privo di contraddizioni e contrasti . La morte improvvisa e precoce ha interrotto la sua storia . Dare giudizi precisi su di essa sarebbe disonesto : sia la mitizzazione acritica , sia la demolizione codarda .
Gobetti era in una fase di ricerca aperto a tutte le letture possibili . Sicuramente non comprese la portata oppressiva della Rivoluzione sovietica che giudico ‘ impropriamente liberale . Si entusiasmo ‘ delle tesi operaiste gramsciane ,pur senza aderire al comunismo. Non comprese il Risorgimento che considero ‘ “ senza eroi”, seguendo Oriani e trascurando Croce . Poteva essere comprensibile ribellarsi ad un Ridorgimento solo fondato sul mito sabaudo , ma il moto unitario fu tanto altro : da Cavour a Mazzini , da Garibaldi a Cattaneo , da Pisacane a Ferrari che Gobetti non fece a tempo a considerare .
Seppe sacrificare la vita a nobili ideali e capi’ subito la portata autoritaria del fascismo di cui subì la persecuzione . Il fascismo non fu un’auto biografia della Nazione , come egli sostenne , ma fu anche la risposta reazionaria della borghesia impaurita dal biennio rosso in cui non si covo ‘ la rivoluzione ,ma si manifestò l’estremismo violento già condannato da Lenin .
Resta comunque una delle coscienze più alte della prima metà del Novecento . Peccato che che poi la sua figura sia stata monopolizzata da un certo settarismo illiberale che ancora oggi si considera depositario unico del un pensiero complesso e, ripeto , anche contraddittorio . Diceva il gobettiano Carlo Dionisotti che l’espressione “ Rivoluzione liberale “ è un ossimoro perché i rivoluzionari sono assai poco liberali e i liberali sono assai poco rivoluzionari . Una osservazione che merita di essere considerata anche oggi quando sedicenti studiosi piuttosto grossolani discettano sul giovane torinese morto cent’anni fa . Dopo un secolo occorrono distacco, autonomia critica e rifiuto delle Messe cantate, per studiare Gobetti come davvero merita, evitando le strumentalizzazioni del passato e del presente .



