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     “Ma non sono le facilitazioni quelle che fanno le cose; le aiutano bensì ma non le fanno: chi le fa sono quelle che si chiamano perciò cause efficienti. Ora, tra le cause efficienti del vendere, una essenzialissima è la volontà di chi deve comprare” ( Alessandro Manzoni, “Ai commercianti di Praga”. Indipendenza politica e liberismo economico, “La Concordia”, 15 settembre 1848 )

    “Se manca l’animo libero, nessuna istituzione serve, e se quell’animo c’è, le più varie istituzioni possono secondo tempi e luoghi rendere buon servigio” ( Benedetto Croce, “New Republic”, 1937 )

    “Un linguaggio disossato, enigmatico, conciliante, invade giornali, convegni, riviste e comizi”

( Mario Pannunzio, Ai lettori, “Il Mondo”, n. 890, 8 marzo 1966 )

Classico rimane, per la scelta etico-politica del liberalismo, il Congedo ‘Ai Lettori’ dettato da Mario Pannunzio ( Lucca 1910. – Roma 1968 ), direttore e fondatore de “Il Mondo” ( 1949-1966 ) e prefatore – tra l’altro – del volume di Vittorio De Caprariis, Le garanzie della libertà ( Il Saggiatore, Milano 1965 ), nell’ultimo numero de “Il Mondo”, 890, 8 marzo 1966, p. 1. “E’ uno strano spettacolo. In questi giorni, tutta l’Italia, unanime, rende omaggio a Benedetto Croce ma ha sempre votato spensieratamente per tutti gli avversari di Croce. La cultura politica che negli anni della resistenza aveva dato grandi esempi di intransigenza morale e di vigore intellettuale sembra in gran parte prostrata davanti ai nuovi potenti, ai nuovi sortilegi, e cerca conforto nei surrogati della sociologia e nel dialogo esistenziale tra mistici e materialisti. Un linguaggio disossato, enigmatico, conciliante, invade giornali, convegni, riviste e comizi. Questo clima, questo linguaggio non sono mai stati nostri. Non ci piacciono le mezze verità; non ci piacciono la deferenza e l’unzione ( non: ‘l’unione’ ) per le idee che detestiamo. Ci siamo sempre battuti per dare il loro nome ai fatti e ai personaggi. Problemi ideali e problemi concreti non stanno su piani diversi. Gli intellettuali, per noi, non si trovano soltanto tra i poeti e i novellieri. Né tanto meno fanno parte di una corporazione  privilegiata, separata dalle altre. L’intellettuale per noi è una figura intera” ( cfr., ancor oggi, Mario Pannunzio, L’estremista moderato. La letteratura, il cinema, la politica, a cura e con prefazione di Cesare De Michelis, Saggi Marsilio, Venezia 1993, pp. 405-408). Il Congedo sul “Mondo”, Ai lettori, non era firmato ma per noi giovani appassionati “lettori”, Drinkers of Infinity, per dirla con Arthur Koestler, rappresentò un autentico colpo durante gli studi perugini: v. Le fiaccole liberali di Mario Pannunzio, Premio “Pannunzio” di Torino 2013 ( riedizione in cui ho corretto l’evidente refuso di ‘unione’ con ‘unzione per le idee che detestiamo’ ).

Benedetto Croce è tra le guide morali, oltre che tra i maestri intellettuali, del giovane Pannunzio. Il filosofo ( Pescasseroli 1866 – Napoli 1952 ) è stato condiviso, seguito, proseguito durante gli anni del fascismo, del “Contromanifesto Croce” ( 1° maggio 1925 ), del 1933 ( l’anno de “Il mondo va verso…”, citato nobilmente da Pannunzio, sempre nel numero di chiusura della sua serie de “Il Mondo” ), del 1938 ( l’anno delle leggi razziali e della Storia come pensiero e come azione ), del 1946 ( l’anno de L’Anticristo che è in noi e della lezione torinese al Regio La fine della civiltà ) e delle estreme indagini a proposito della “Vitalità” e sulle “origini della dialettica” ( anni 1946-1952 ), apparse come stimolanti “schede” giusto sulle pagine de “Il Mondo”.

Con Croce, collaboravano a “Il Mondo” il giovane Vittorio De Caprariis, che finiva prematuramente i suoi giorni trentanovenne ( Napoli 1924 – Roma 1964 ), il filosofo triestino traslucido e geniale Carlo Antoni ( Senosecchia 1896 – Roma 1959 ), il napoletano e originale ‘prosecutore’ Raffaello Franchini ( 1920 – 1990 ), lo storico Giuseppe Galasso ( Napoli 1929 – 2018 ), il siciliano Rosario Romeo ( Giarre 1924 – Roma 1987 ), l’autore di Risorgimento e capitalismo e della fondamentale biografia di Cavour, nonché dell’articolo Il liberale esaminato sul“Mondo” del maggio 1953; e tanti altri.

Assumo così le date e i testi esponenziali – a mio parere – per la congiuntura storica e ideale di elaborazione del pensiero liberale, pensiero che sprigiona la propria forza nell’attrito con eventi drammatici, ‘turning points’ per le vicende stesse della storia d’Europa. Dall’inizio, il Croce aveva dato ampio consenso al progetto coraggioso del “Mondo” di Pannunzio anche con articoli e saggi, schede e recensioni di vasto spessore intellettuale, filosofico ed estetico. I temi da lui pregiati riguardavano i rapporti tra liberismo e liberalismo, le sorti del Partito Liberale, l’appoggio dato alle posizioni dell’ onorevole Villabruna, le riflessioni di estetica e critica letteraria quali Tornando sul Manzoni, lo stile e la tecnica in rapporto all’opera d’arte nella sua “pienezza umana”, la ricezione del grido d’allarme lanciato da George Orwell con il suo “1984”, sino a tutte le riflessioni – estremo lascito intellettuale – a proposito del rapporto tra il “vitale” e le dispiegate “forme” spirituali ( “trifoglio” o “quadrifoglio” che ne sia il “circolo” o la perenne crescia a “spirale”, come io con scherzosa serietà amo semplificare ).

Ma quel monito lanciato da Pannunzio nel 1966 sino a noi, ‘ultima nidiata’ dei ‘nipotini di Croce’, contro il “linguaggio enigmatico, disossato, conciliante”, non dismettendo la propria intatta attualità ( basti pensare a tanti leaders politici recenti e governanti ), sembra appartenere quasi alle categorie ricorrenti dello spirito meridiano, e sorta di “ideal-tipi”, come la generale ed invasiva, “ficcanasante” burocrazia ( dove l’epiteto è tratto dal dialogo platonico sulle virtù, il Protagora ).

E’ anche il monito di Francesco De Sanctis nel “Discorso di Trani” del 29 gennaio 1883. “La politica non è stata mai pere me una vocazione; io ero nato per vivere in mezzo a’ miei giovani, e ad essi predicare ciò che mi pareva il bello e il buono; e mi sentivo tanto felice in mezzo a quelli. Io non parlai loro mai di libertà, non parlai mai d’Italia; parlavo della dignità personale, e dicevo: – Guardate in tutto la la dignità della vostra persona: quello che voi dite è parte di voi, è la vostra personalità, e mentire alla vostra parola è un mutilare la vostra persona ! – Mantenete intatta e degna la vostra persona. E in questa parola c’era tutto: c’era la patria, c’era la libertà, c’era l’Italia, c’era la virtù. Allora durava ancora, e continua anche oggi, quel vizio ereditario della nostra decadenza, che divenne il tarlo dell’intelligenza italiana, e si chiama la rettorica, quella frase luccicante, che contenta e interessa per sé, e nasconde la vacuità del pensiero e la freddezza del sentimento, e genera un calore fittizio e morboso. E questa io combattevo non solo in nome del buon gusto, ma in nome della dignità umana, perché la rettorica è quell’altro dire ed altro fare, quel pensare che non è sentire, quel sentire che non è fare, che è stato per lungo tempo il carattere e la vergogna della razza italiana”.

Così, Benedetto Croce nella sua Storia del Regno di Napoli ( 1923 ), al capitolo II,  Il “viceregno” e la mancanza di una vita politica nazionale, trattando della cultura, cita il Serra e la sua critica di coloro che “conoscono la verità per la bugia e la bugia per la verità” annunziante il lavoro Della forza dell’ignoranza ( archetipo insospettabile ‘pre-orwelliano’, di cui mostrerò tra breve tutta l’insistenza ). E chiariva, il Croce: “Nel resto, gli studi che si coltivavano in Napoli potevano giovare come tradizione di lettere e di dottrina e apparecchiare le condizioni per una migliore cultura o piuttosto per una vera cultura; ma per sé non componevano questa cultura. Che cosa è la cultura vera ? E’ accordo di mente e d’animo, circolo vivo di pensiero e di volontà, ed è religione: non quella religione dell’ ‘antico errore’, l’errore della trascendenza, né quel torbido sensualismo mistico, che ora si procura rinnovare nella melensa religioneria dei nostri giorni con le sue vanitose esibizioni di falso fervore ( contro cui non lascerò mai fuggir occasione di manifestare disprezzo e disgusto, e che quasi mi fa oggi aborrire lo stesso sacro nome di ‘religione’ ) – ma la religione come unità dello spirito umano, e sanità e vigoria di tutte le sue forze” ( mie le sottolineature nei testi ). Siamo sulla linea che coerentemente conduce alla Storia d’Europa nel secolo decimonono ( 1932 ), dedicata a Thomas Mann, segnatamente ai capitoli I, La religione della libertà: “Si volle la sincerità della fede, la coerenza del carattere, l’accordo tra il dire e il fare, si rinnovò moralmente il concetto della dignità personale, e con essa il sentimento dell’ aristocrazia vera, con le sue regole, le sue rigidezze e le sue esclusioni, dell’aristocrazia che era diventata oramai liberale e perciò affatto spirituale” e II, Le fedi religiose opposte, tra liberalismo e cattolicesimo, “religione della libertà” e gesuitismo e marxismo, o all’ Epilogo: “Quando, dunque, si ode domandare se alla libertà sia per toccare quel che si chiama l’avvenire, bisogna rispondere che essa ha di meglio: ha l’eterno”. Sono questi i valori, gli ideali e i compendi su cui si basano il gruppo del “Mondo” e il pensiero di Mario Pannunzio, in particolare; pur con tutte le crisi e le delusioni su cui la contingenza storica li costringe a riflettere ( e negli ultimi anni della parabola, perfino impietosamente, quando la progressiva crisi del governo di centro-sinistra mette a dura prova il generoso tentativo riformatore auspicato e favorito dal “Mondo” ).

In fondo, per chiudere questo provvisorio arco prospettico, è lo stesso assillo, la grande domanda critica, che Giuseppe Galasso lascia risuonare in Mezzogiorno medioevale e moderno: “Che cos’è questo ethos che non riesce a diventare kratos e che non ha mai raccolto intorno a sé, in modo stabile e organico, l’anima del paese ?” ( Einaudi, Torino 1965, p. 27: ripreso nel mio Fede e programmi, in Questioni dello storicismo. II. Il tempo e le forme, Salentina, Galatina 1981, pp. 257-259 ).

Francesco De Sanctis, Benedetto Croce, Mario Pannunzio e Vittorio De Caprariis: nel campo di siffatta tessitura ideale, non può mancare soltanto, ma non relegarsi nemmeno in secondo piano, l’altro principe dei nostri ‘maggiori’, Alexis de Tocqueville, cui Pannunzio dedicò il saggio Le passioni di Tocqueville ( primo della Sezione “La politica della Libertà, 1943-1948”, nella raccolta citata L’estremista moderato, pp. 309-334 ). Il saggio è originariamente dell’agosto 1943, in “XX Secolo” ( pp. 49-74 ); poi andò nel “Mulino”, XVII, n. 118, giugno 1968, pp. 496-520, in morte del Pannunzio, a cura di Nicola Matteucci. Scrive il Pannunzio: “Parlare di passioni, nei riguardi di Tocqueville, non deve sembrare inopportuno. Passione è uno dei termini che lo scrittore più adopera. Le passioni, per lui importano quanto le idee”. Coonestando Tocqueville con il Croce, Pannunzio spiega poi: “Perché la libertà, o meglio ‘le libertà’, vivano, occorre un animo teso a farne il premio di una battaglia, e non tanto a difenderle, ma a conquistarle di volta in volta, come qualcosa di sempre nuovo e necessario. In altre parole, la libertà non si alimenta con le vaghe aspirazioni, essendo il frutto di formidabili esigenze, oltre che del costume, del carattere e delle tradizioni di un popolo”. “Orgoglio, ambizione, amore della libertà. Sono queste le passioni di Tocqueville”. Qui echeggiano, nella generazione pannunziana, la lezione di Croce, “Se manca l’animo libero…” e la lettera ad “Alberto Einstein” del luglio 1944; l’impegno esegetico di Vittorio De Caprariis; la lezione di Joseph Alois Schumpeter: “Con un supremo pur se involontario complimento, i nemici del sistema dell’impresa privata hanno giudicato saggio appropriarsene l’etichetta ( i.e..: di ‘aspirazioni e riforme liberali’ per le innovazioni sociali )”; e dello stesso Nicola Matteucci (1926-2006: Il liberalismo in un mondo in trasformazione, Il Mulino, Bologna 1972; La burocrazia, problema aperto, “Il Giornale”, di mercoledì 26 gennaio 1994, come Terza pagina ).

Nelle pagine finali, infatti, della Démocratie en Amérique, Tocqueville parla del “dispotismo paterno”. “Dispotismo, perché tratta il cittadino come un suddito; paterno con un potere immenso e tutelare”: perché “pensa solo ad assicurare il benessere e la felicità dei sudditi”, spiega il Matteucci riprendendo insieme Pannunzio e De Caprariis. E’ il fatale, necessario incontro fra “il dispotismo amministrativo e la sovranità popolare”, che crede di garantire la libertà individuale affidandola alla sovranità popolare. “Riduce ogni nazione a non essere più che un gregge timido e industrioso di cui il governo è il pastore”. “Tutti gli interpreti hanno visto in queste pagine la profezia dello Stato sociale; e il pensiero liberale contemporaneo ( pensiamo al grande Friedrich von Hayek ) si è mosso sulle fondamentali direttrici indicate da Tocqueville”. Marx previde, con la vittoria di Luigi Napoleone in Francia il 2 dicembre 1851, dopo la rivoluzione del ’48, la nascita di una “nuova classe”, la quale sostanzialmente avrebbe detenuto il potere: “la burocrazia”. Tocqueville dedica le ultime fatiche a ricostruire storicamente la nascita e l’affermazione di questa “burocrazia”, “il cui potere ( con i giacobini e poi con Napoleone, per i suoi tempi; e con Gramsci e il consociativismo politico derivatone, integriamo noi ) non è mai stato amico della libertà. Questo problema resta ancora oggi aperto”. E’ stato poi studiato, ma senza gravi né efficaci conseguenze sul terreno dell’azione politica, dal sociologo Jacob Talmon nel saggio Le origini della democrazia totalitaria ( Il Mulino, Bologna 1967 ).

 Non è possibile chiudere questo sondaggio sui rapporti politici e le trasmigrazioni ideali tra Croce e Pannunzio, senza riferirsi al “metodo” di lettura profonda del comunismo italiano ed europeo, e delle sue seduzioni più callide e raffinate, negli anni dell’ “Anticristo che è in noi” ( Croce 1946 ) e della battaglia per togliere i comunisti dal governo ( Pannunzio 1946 ).

In entrambi i casi si attingono vertici di lettura di carattere “pre-orwelliano”, resi possibili dalla sapienza dei secoli rivissuta da entrambi gli autori, dalla sintesi di dottrina e passione politica, capacità previsionale-prospettica e lucidità di pensiero, calate nella diretta testimonianza.

La “neolingua” e gli ossimori del Miniver di Orwell sono del “1984”, che esce – capovolgendo le cifre della data – soltanto nel 1948. Più tardi, Friedrich von Hayek nei suoi saggi cita un vecchio motto di Confucio, dagli Analects: “Quando le parole perderanno il loro significato, gli uomini perderanno la loro libertà”.

Ma sia Croce che Pannunzio, nell’urgenza del problema storico, contestano il “sofisma” callido e totalitario due anni prima. Per Croce, l’ Anticristo, “la figura del grande e totale nemico della luce, nemico del bene”, “non è un uomo, né un istituto, né una classe, né una razza, né un popolo, né uno Stato, ma una tendenza della nostra anima, che, anche quando non si fa sentire in essa operosa, vi sta come in agguato; e non sale dagli abissi a muoversi nel mondo né nasce umanamente di donna, sebbene taluni credano di averlo incontrato e individuato; non viene tra noi ma è in noi”. L’ Anbticristo è il capovolgimento dei valori in dis-valori, il dir di no al bene e sì al male, no alla libertà e sì al servaggio, non alla verità e sì alla menzogna totalitaria.

 Parallelamente, Mario Pannunzio su “Risorgimento Liberale” contesta Luigi Salvatorelli ne La storia di oggi ( luglio 1945 ): “Salvatorelli vuol dimenticare che i partiti estremi l’opposizione al governo la facevano sulle piazze, e qui a Roma, al Viminale, in Piazza Esedra, in Piazza Venezia. Non coi giornali ma con i randelli, ossia pure con i randelli avvolti nei giornali. Più tardi, restando al governo, l’opposizione hanno continuato a farla a Caulonia, ad Andria, a Minervino Murge, con i mitra e i mortai”. Negli articoli La tattica di Togliatti e Via dal governo i comunisti ! ( gennaio e dicembre 1946 ), Pannunzio, battendosi coraggiosamente in prima persona, attinge vertici di chiarezza e lucidità d’analisi, in termini francamente ‘pre-orwelliani’. “Metodico, paziente, mortificante è il piano tattico del partito comunista: disgregare e annientare gli avversari, usando a volta a volta le armi della legalità e quelle della illegalità, il sorriso e il randello. Prima tappa è la disgregazione del più diretto avversario, il partito socialista. I comunisti hanno già spalancato la bocca, come il serpente dinanzi alla mangusta: tocca alla mangusta saltarci dentro d’un colpo. Poi verrà la volta degli altri partiti, se saranno decisi a farsi ingoiare. Dodici anni fa Hitler conquistò il potere con mezzi altrettanto ipnotici e legalitari. Allora furono i comunisti a perdere il campo. La lezione ha servito. Non esiste una scuola in Russia di tattica comunista ? I partiti totalitari imparano gli uni dagli altri gli ultimi ritrovati della tecnica. La nuova tecnica comunista insegna che non c’è più bisogno di rivoluzioni. Basta la minaccia delle rivoluzioni, il lontano sentore che potrebbero anche scoppiare. Al potere oggi si va coi mezzi legali. Un giorno al potere, impareranno gli avversari cosa s’intende per legalità e quale sia l’accezione progressiva del termine democrazia” ( v. L’estremista moderato, cit., alle pp. 358-372: mie le sottolineature nel testo ).

E’ evidente che Pannunzio svolge direttamente sul terreno politico l’operazione di “dis-velamento” che Croce conduce sul piano filosofico, in una concorde e perfetta sintonia, credo mai notata.

Chiamo in particolare “pre-orwelliana” l’analisi del capovolgimento dei valori nell’ “Anticristo” del Croce; e lo scambio camaleontico delle parti tra “legalità” e “illegalità”, nella denuncia di Pannunzio. Si può vedere la mia prosecuzione ermeneutica, in proposito, con il “1994”. Critica della ragione sofistica ( Bari 1997 ), dove aggiorno in “Autonomy is Eteronomy” – “Illegality is Legality” e “Guarantee is Pain” i tre famosi ossimori di George Orwell “War is Peace” – “Slavery is Freedom” e “Ignorance is Force”. In via ideale eterna, ricordiamo che La forza dell’ignoranza era stato anticipata da quel nobile economista napoletano Gennaro Serra, citato da Croce nella Storia del Regno di Napoli.

Solo dopo, quando esce il “1984” in traduzione italiana, Croce corona il disegno ermeneutico e politico con la splendida recensione, giusto sul “Mondo” di Mario Pannunzio. E’ il saggio La città del Dio ateo, esemplare premonizione anche verso l’attuale “enantio-dromia”. “Certo, se la tecnica di mortificare nell’uomo la facoltà del pensiero e di sopraffarlo con l’asserzione della menzogna ( di queste cose ci informano gli eventi dei Paesi europei caduti sotto il regime russo ), a grado a grado avvolgesse l’intero mondo e lo consegnasse con meccanica precisione, quale l’Orwell lo rappresenta, il genere umano non si può dire neppure che tornerebbe alla vita animale, di sana animalità ( di generosa animalità, avrebbe detto il Vico ), prodromo di rinascente sana umanità, ma si disfarebbe e si annullerebbe nella morte di un mondo umano. (..) E in ogni caso, chi come l’Orwell ha guardato il mostro e non si è perso d’animo, e lo ha posto a sé, fuori di sé a fronte di sé, oggetto di disanima e di critica, ha scritto il suo libro non certo per rendergli omaggio ma per esortare a raccogliere le forze di resistenza di difesa e offesa, e perché non si dimentichi mai che nell’attuazione di quel sistema totalitario accadrebbe qualcosa di immensamente più vasto e profondo della caduta della civiltà greco-romana perché il genere umano stesso soccomberebbe senza speranza di resurrezione: morirebbe del gran peccato contro natura, contro la natura umana di aver corrotto in sé il pensiero, che è il preservatore di ogni corruttela”.

Di questo si tratta ancor oggi, avvertiti come siamo dalle denunce di Orwell e Croce e Talmon e Pannunzio ( per tacer d’altri ): al cui cuor del cuor è la crisi del pensiero ( come scrive Croce ), e del pensiero come logica dei ‘modi categoriali’ e del ‘diritto universale’, alla fin dei conti la chiave di volta per tutti gli archi e le strutture portanti della libertà e della democrazia. Per dirne una, dal ’68 in poi in Italia ( ma forse anche in Francia e all’estero, seppure con minore sistematicità ) si era presa la strada “rivoluzionaria”, da “rivoluzionari di professione” ( direbbe Luciano Pellicani ) di invocare a gran voce la “settimana dell’odio” ( sempre in termini neo-orwelliani ), ossia il periodo di “occupazioni” di scuole e istituti di istruzione secondaria e artistica, università e atenei vòlti alla ricerca scientifica. Ma tale pratica avrebbe comportato i reati di occupazione di suolo pubblico e interruzione di pubblico servizio: ecco allora la pronta ricetta degli agitatori di professione. “Chiediamo un collegio dei docenti mettendo all’ordine del giorno l’occupazione della scuola”; in tal modo, sarebbe stata legalizzata l’illegalità e poi un domani, chissà ( meglio, quando sarebbe stato ritenuto il momento politico opportuno ), si sarebbe ben potuta scaricare sul dirigente dell’istituto ogni responsabilità di tipo amministrativo, civile o penale, derivante dall’occupazione. Ecco quel che intende dire Pannunzio nel 1946 nei suoi mòniti e articoli di “Risorgimento Liberale”, lucidamente sviscerando la tattica comunista per la conquista del potere in Occidente, segnatamente dopo la “svolta di Salerno”: “usando volta a volta le armi della legalità e quelle della illegalità, del sorriso e del randello”. Ecco quel che mi spinse ad attualizzare gli ossimori di Orwell nel “1994”: “Illegality is Legality” – “Autonomy is Eteronomy” e “Guarantee is Pain”. Ma tutti – codesti nuovi assiomi – voglion significare la crisi pressocché irreversibile dello Stato di diritto, crisi che ancora scontiamo per la devastante situazione della giustizia e della magistratura.

 “Delle due teorie di Platone, che Ella richiama, – scrisse Croce ad Einstein il 28 luglio 1944 – non è stata, in verità, ricevuta, anzi è stata respinta, dal pensiero moderno, quella della repubblica perfetta, costruita e governata dalla ragione e dai filosofi; ma l’altra è stata serbata, che a lui non era particolare, del circolo delle forme, ossia delle forme necessarie in cui perpetuamente si muove la storia: con questo di più che quel circolo è stato rischiarato dall’idea complementare del perpetuo avanzamento ed elevamento dell’umanità attraverso il percorso necessario, o, secondo l’immagine che piacque al vostro Goethe, del suo ‘corso a spirale’. Questa idea è il fondamento della nostra fede nella ragione, nella vita e nella realtà” ( Alberto Einstein, Lettera a B. Croce e risposta del Croce, Laterza, Bari 1944 ). Questo pensiero del “circolo delle forme”, che riprendo volentieri con la formula parentiana dei “modi categoriali” ( memoria – sentimento – tempo ), per quanto riguarda il momento del “passaggio”, è anche alla base della dottrina economica del liberalismo; dove, se manca la “regulation” ( vedasi la crisi economica statunitense, poi internazionale, del 2008 ) entra in crisi lo stesso sistema del mercato; e se manca – d’altra parte – il limite cioè la regola alla “liceità d’indebitamento”, entra alla propria volta in crisi il “Welfare State” ( vedi il caso dell’Italia, ma non solo ). E’ il motivo per cui, di fronte alla polemica Croce – Einaudi su “Liberismo e Liberalismo” ( ognora rivisitata ), Carlo Antoni chiarì in “Biblioteca della Libertà” del 1966, Libertà indivisibile. Il dibattito era sempre vivo e acceso sulle pagine del “Mondo”, ad opera di alcuni dei pensatori e studiosi ricordati. E’ chiaro che anche Einaudi non disconosceva il valore ideale e regolativo della “religione della libertà”, mentre riaffermava la critica dei monopoli e la necessità di “limiti” e “regole” per l’esercizio del libero mercato; come è, d’altra parte, chiaro che nemmeno il Croce disconoscesse la fondamentale e basilare importanza della libertà economica, pur tessendola in una dimensione etica e religiosa. Se pensiamo, oggi, alla Cina, con cui il mondo intrattiene rapporti di libero scambio, siamo naturalmente indotti a chiederci se vi sia libertà religiosa, intellettuale, di ricerca scientifica e filosofica in quel regime comunista, “post-orwelliano” e “ultra-orwelliano”di potere. E’ evidente che no ! In questo senso, trattengono tutto il loro valore la crociana “religione della libertà” e la ricerca di “nuovi modi regolativi” per i commerci e le relazioni internazionali, specie di fronte al pericolo della “cyberdittatura” che non si paventava come tale ottanta o novanta anni fa ( ma che era forse in nuce nella premonizione del “Grande Fratello”, se non fosse che essa stessa risulta oggi fin troppo banalizzata, quando non tradotta nella nuova ermeneutica dei “modi” e delle “guise”, in cui si attua ).

 Sia consentita una ulteriore riesumazione storica. Il caro Alessandro Manzoni nella “Concordia” del 15 settembre 1848 ebbe il coraggio di dire: No, ai “Commercianti di Praga”, con l’articolo-lettera Iindipendenza politica e Liberismo economico ( fin “dove rimanessero pur liberi”, i lombardi ). Altro che asserire che il termine “liberismo” è stato “inventato” nella discussione italiana del Novecento tra Croce ed Einaudi, come indulge a fare il pur dotto Sergio Ricossa: termine che non esisterebbe – al suo dire – nella tradizione anglosassone, dimenticando che la sua area semantica era coperta proprio dalla filosofia dell’empirismo e della creatività individuale, lumeggiata esemplarmente da Carlo Antoni in Libertà indivisibile.

Piuttosto, la legge delle “tre forme” di Albert Otto Hirscham va ripensata nel seguente modo: “Cum-petere” – “De-Regulation” – “Voice”, per la forma della “Defezione” ( il sociologo ebreo-tedesco aveva sancito: “Loyalty – Exit – Voice” ); e in “Welfare” – “Liceity of Debt” – “Danger” ( oggi più propria rispetto alla originaria: “Perversity” – “Futility”” – “Danger”, a proposito della “Retorica delle Reazioni” ). Ma ciò richiederebbe un ben più esteso e particolare discorso, sviluppato in altra sede, a coronamento delle infinite tracce di “fatticità” e “attualità” consentite dalla splendida stagione liberale e disinteressata, vissuta nelle relazioni tra Pannunzio e Croce.

La generazione di cui faccio parte ha cercato e cerca tuttora di mantenere alta la fiaccola della libertà, con Luigi Compagna studioso delle istituzioni europee, Pier Franco Quaglieni custode delle tradizioni liberali piemontesi sabaude e risorgimentali, il compianto Antonio Jannazzo ( Palermo 1945 – 2006 ) critico del potere, dell’ “AntiCroce” e delle sue “variazioni”, e chi scrive indagatore della religione della libertà in ambito europeo ed in rapporto ai problemi del “tempo” e dei “modi categoriali”. E siffatto impegno si viene onorando in stagioni attraversate dai nuovi “Ossessi” à la Dostoevskj, i corvi neri di Uccellacci e uccellini citati da Totò nel film di Pasolini, dove fiere rampogne colpivano le cosiddette “vestali della classe media”, secondo una tipizzazione sarcastica dell’autonomia del pensiero e della funzione docente elaborata da una parte della scuola sociologica bolognese, o – con invenzione questa volta sì di nuovi termini – si censuravano la “separatezza dell’intellettuale” e le “radici culturali del fascismo”, rinvenute tout court nell’idealismo di Croce e Gentile  ( giusta l’ école barisienne di Beppe Vacca ), fino alla critica della “lezione frontale” dispiegata negli ultimi anni proprio da chi ora lamenta il “disumanesimo” della didattica a distanza.

Guai ad ammirare i film di Franco Zeffirelli, imputato di “miracolismo” per il Gesù e di “sentimentalismo” per Giulietta e Romeo; il Giardino di Bassani, censurato in primis da Umberto Eco come la “Liala del XX secolo”; il Dottor Zivago di Boris Pasternak; i dissidenti russi Alexander Solgenytsin e Vladimir Bukovsky; Andrej Sacharov;  Josuf Brodskj;il bielorusso Valery Buyval; il caso di Daniel e Siniavskj; e quant’altri, sino alla strage di giornalisti, politici, magistrati e sindacalisti dissenzienti dall’organicismo neo-marxista imperante. E’ stata una “pan-polemìa”, prima ancora che “pandemia” e “panpatia”, condotta giorno per giorno e palmo a palmo, anzitutto sul terreno culturale e ideale. Resta la “risposta di Croce”, “Il mondo va verso..”, evocata da Mario Pannunzio: “Non vi date dunque pensiero di dove vada il mondo; ma di dove bisogna che andiate voi per non calpestare cinicamente la vostra coscienza”. E, con essa e prima di essa ( ma tutt’uno con essa ), la “nobile inquietutine che ne tormenta” come spinta all’autoperfezionamento nel celebrato “Discorso” di Benjamin Constant del 1819; e la lezione di Tocqueville, ripresa dal Pannunzio: “Qui cherche, dans la liberté, autre chose qu’elle-meme est fait pour servir”.

Giuseppe Brescia – Società di Storia Patria per la Puglia.