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Benjamin Constant ( 1767-1830 ), a duecent’anni dal “Discorso”, di Giuseppe Brescia

Saggi

Benjamin Constant, venga pure ancora tra noi, maestoso, ieratico e imponente, come nel ritratto a tutt’altezza serbato a Parigi, all’ingresso del Jeu de Paume, venga in un paese di politici sprovveduti e improvvisatori, dove partiti e movimenti sono comunisti senza dirlo e altri si proclamano liberali senza esserlo; torni a farci sentire il suo elevato Discorso tenuto all’ Athénée Royal il 1819 De la liberté des anciennes comparée à celle des modernes, “La libertà degli antichi paragonata a quella dei moderni”, la libertà politica fondata sulla partecipazione e l’autorità del potere e la libertà civile basata sui diritti individuali. – “Si aveva un bel ripetere con Rousseau: le leggi della libertà sono cento volte più austere di quanto sia duro il giogo dei tiranni. Di tali legge austere non voleva saperne e, nella sua stanchezza, arrivava a credere che il giogo dei tiranni sarebbe stato preferibile. L’esperienza è venuta e l’ha disillusa. Ha visto che l’arbitrio degli uomini era ancora peggiore delle leggi più cattive. Ma anche le leggi devono avere i loro limiti”. Contro il filosofo della “volontà generale”, che, “trasferendo ai nostri tempi moderni un’estensione di potere sociale, di sovranità collettiva che apparteneva ad altri secoli, quel genio sublime, animato dall’amore più puro della libertà, ha fornito funesti pretesti a più di un genere di tirannia”. Quanto vero, oggi, dopo il terrore, il marxismo e ogni genere di “costruttivismo” sociale, di “plasmazione” dell’uomo, del modello spartano contro Atene, vagheggiato dagli epigoni di Rousseau ! – “Siamo dei moderni, che vogliamo godere ciascuno dei nostri diritti, sviluppare ciascuno le nostre facoltà come meglio ci sembra, senza nuocere ad altri; vegliare sullo sviluppo di tali facoltà nella prole affidata dalla natura al nostro affetto, che è tanto più illuminato quanto è più vivo, mentre abbiamo bisogno dell’autorità solo per riceverne gli strumenti generali d’istruzione ch’essa può riunire, allo stesso modo in cui i viaggiatori accettano da lei le grandi strade, senza farsi dirigere nella via che vogliono seguire”. 

Certo, “anche le leggi devono avere i loro limiti”, precede e prepara l’assioma dei “quattro sensi delle guise”, vichianamente le ‘regole’ o modalità, le ‘forme’ di attività storica, le ‘mediazioni’ e relazioni tra le forme, e la ‘guisa delle guise’, o il Giudizio, chiamato a ‘Jus-dicere’, con la “pena del giudice”, il travaglio della decisione ( dirà dopo un secolo e mezzo Carlo Antoni ), accompagnando il commento alla Scienza della legislazione dell’illuminista napoletano – l’amico, altrettanto “vichiano” – Gaetano Filangieri ( 1822-1824 ). I diritti individuali, la libertà di stampa e di associazione, il commercio e la proprietà privata, financo la “sapienza dispersa” precedono e preparano, notabilmente, il teorema di Friedrich von Hayek, delle ‘conseguenze non intenzionali di azioni umane intenzionali’, della scuola austriaca di economia. – “Ma tra di noi gli individui hanno diritti che la società deve rispettare e l’influenza individuale è, come ho già osservato, talmente dispersa tra una moltitudine d’influenze, uguali o superiori, che ogni vessazione, motivata dalla necessità di diminuire tale influenza, è inutile e di conseguenza ingiusta” ( 1819 ! ) Ancora: “Il commercio dà alla proprietà una qualità nuova, la circolazione: senza circolazione, la proprietà non è che un usufrutto; l’autorità può sempre influire sull’usufrutto, potendo privare del suo godimento; ma la circolazione pone un ostacolo invisibile e invincibile a questa azione del potere sociale” ( 1819 ).

– “Di qui viene, o Signori, la necessità del sistema rappresentativo”. E proviene l’anticipazione di Sir Karl R. Popper, avvezzo ad ammonire instancabilmente che la “Libertà è un’eterna vigilanza” e che, “se le guarnigioni sono buome, anche la difesa delle istituzioni liberali è buona”. – “Allo stesso modo i popoli che, nell’intento di godere della libertà che conviene loro, ricorrono al sistema rappresentativo, devono esercitare una sorveglianza attiva e costante sui loro rappresentanti e riservarsi, a scadenze che non siano troppo lontane tra loro, il diritto di allontanarli se hanno disatteso le loro aspettative e di revocare i poteri di cui avessero abusato”.

E c’è poi il problema dei problemi a proposito della libertà liberatrice: “liberismo economico” o “liberalismo etico-politico” ? ‘Mercato’ come base indispensabile per la libertà politica, o ‘religione della libertà’ ? Non ripeterò i termini della abusata, più che dibattuta, questione intercorsa tra Croce ed Einaudi un secolo e passa dopo, se non per ricordare, da un lato, che la libertà è “indivisibile”, e dall’altro, che, forzando la mano, si è voluto vedere in Croce qualcosa di più di quanto da lui detto, sostenendo che il filosofo italiano non fosse un “pensatore liberale”, proprio da chi ha studiato anche il Constant e la “Storia del pensiero liberale” ( G. Bedeschi ).

– “Il pericolo della libertà moderna è che, assorbiti nel godimento dell’indipendenza privata e nel perseguimento dei nostri interessi particolari, rinunciamo con troppa facilità al nostro diritto di partecipazione al potere politico. I depositari dell’autorità non mancano di esortarci a ciò. Sono così disposti a risparmiarci ogni tipo di noia, tranne quella di obbedire e pagare! Ci diranno: ‘Qual è in fondo il fine dei vostri sforzi, l’obiettivo delle vostre attività, l’oggetto di ogni vostra speranza ? Non è la felicità ? Ebbene, questa felicità, lasciateci fare, e ve la daremo. No, Signori, non lasciamo fare; per quanto sia toccante un così tenero interessamento, preghiamo l’autorità di restare nei suoi confini. Ci incaricheremo noi di essere felici. Ci basterebbero i godimenti per esserlo, se questi godimenti fossero separati dalle garanzie ? E dove troveremmo queste garanzie, se rinunciassimo alla libertà politica ? Rinunciarvi, Signori, sarebbe follia simile alla pretesa di chi, con la scusa che abita solo al primo piano, volesse costruire sulla sabbia un edificio privo di fondamenta. D’altronde, Signori, è proprio vero che la felicità, di qualsiasi tipo essa sia, costituisca l’unico fine della specie umana ? In tal caso, il nostro cammino sarebbe davvero ristretto e la nostra destinazione ben poco elevata. Non c’è uno solo tra noi che, a voler abbassarsi, restringere le sue facoltà morali, svilire i suoi desideri, sconfessare l’attività, la gloria, le emozioni generose e profonde, non potrebbe abbrutirsi ad essere felice. No, Signori, chiamo a testimone la parte migliore della nostra natura, quella nobile inquietudine che ci perseguita e ci tormenta, la brama di ampliare i nostri lumi e sviluppare le nostre facoltà; non è alla sola felicità, è al perfezionamento che il nostro destino ci chiama; e la libertà politica è il mezzo più possente e il più energico di autoperfezionamento che il Cielo ci abbia dato.”

E’ una alta visione non “utilitaristica” né “edonistica” ma “etica” della libertà. – L’uomo è antropomorfo, nato a formar l’angelica farfalla, dirà in un aforisma il giovane Croce uscito dalla tragedia di Casamicciola. L’autoperfezionamento è la “nobile inquietudine che ci tormenta”; è già, in nuce, “dialettica delle passioni”; è già “religione della libertà”. E da essa prenderanno avvio e conforto i padri del Risorgimento, il repubblicano francese Edgar Quinet con le sue Religions d’Italie (1865), il repubblicano tranese Giovanni Bovio con le sue dottrine e le sue epoigrafi; il ferrarese Max Ascoli teorico del diritto e Croce con l’ “accordo di mente e animo”, il “dovere della borghesia nelle province meridionali”, la Conclusione della Storia d’Europa nel secolo decimonono (1932), la ripresa di Constant e Jellinek: intorno alla differenza tra la libertà degli antichi e quella dei moderni ( in Etica e politica, Bari 1924, pp. 294-301 ); quindi con gli ultimi saggi sulla “Storia del comunismo in quanto realtà politica” e su “Giustizia e libertà”; Lauro De Bosis e la “religione della libertà”; Adolfo Omodeo e la libertà liberatrice; in generale, tutta la famiglia crociana di “Come se Dio ci fosse”; e i “Quattro discorsi europei” di Giovanni Malagodi; il liberalismo cristiano di Wilhelm Roepke; l’antitotalitarismo di Vaclav Havel e Gustaw Herling; la testimonianza di Leo Valiani, detto “Mario” nel carcere di Vernet sui Pirenei da Arthur Koestler, in “Schiuma della terra”; la critica del sofisma e della menzogna politica di Orwell e Silone e Franchini; le “garanzie della libertà” di Vittorio De Caprariis e Nicola Matteucci; il costituzionalismo di Sartori, Frosini e Zanfarino; il “Carducci e Croce” di Giovanni Spadolini; il Congedo de “Il Mondo” di Mario Pannunzio e i “due concetti di libertà” di Isaiah Berlin; persino, le ultime schede su “vitale” e le “origini della libertà” dello stesso Croce.

– “Vedete dunque come una nazione ingrandisce alla prima istituzione che le rende l’esercizio regolare della libertà politica. Vedete i nostri concittadini di tutte le classi, di tutte le professioni, uscire dalla sfera delle loro attività abituali e della loro industria privata, trovarsi inprovvisamente al livello  delle funzioni importanti che la costituzione affida loro, scegliere con discernimento , resistere con energia, scoraggiare le astuzie, sfidare la minaccia, resistere nobilmente alla seduzione. Vedete il patriottismo puro, profondo e sincero trionfare nelle nostre città e arrivare fino ai villaggi con la sua forza vitale, attraversare le nostre officine, rianimare le campagne, penetrare del sentimento dei nostri diritti e della necessità delle garanzie l’animo giusto e retto del coltivatore utile e del mercante operoso, che, esperti nella storia dei mali che hanno subìto e non meno illuminati sui rimedi che tali mali richiedono, abbracciano con un solo sguardo la Francia intera e, dispensatori della riconoscenza nazionale, ricompensano con i loro suffragi, dopo trent’anni, la fedeltà ai princìpi, nella persona del più illustre fra i difensori della libertà. Lungi dunque, Signori, dal rinunciare ad alcuna delle due specie di libertà di cui vi ho parlato, occorre, come ho dimostrato, imparare a combinarle tra loro.Le istituzioni, come dice il celebre autore della storia delle repubbliche del Medioevo, devono compiere i destini della specie umana; raggiungono tanto meglio lo scopo quanto più innalzano il maggior numero possibile di cittadini alla più alta disnità morale”. Si colgono diffuse citazioni di La Fayette, Sismondi, Kant e Goethe. Nella sovrana eloquenza della prosa si domina il problema della libertà per tutta la delicatezza delle sue interne correlazioni e storiche alternative. “Oh bella Musa, ove sei Tu ? Non sento spirar l’ambrosia, indizio del tuo nume”, sarebbe bene da dire in una Europa che stenta a tracciare la “Guisa delle guise”, la propria retta via, sbattuta qual’ è tra gli opposti limiti del dirigismo burocratico e dei rigurgiti nazionalistici, etica ed economia, prospettive culturali e ideali verso consorterie ed affarismi. L’ “autoperfezionamento” morale è la perenne “riconquista” liberale quotidiana di Goethe. E’ il lascito di Pilo Albertelli, martire filosofo alle Fosse Ardeatine ( Parma 1907-Roma 1944 ), per cui “le concezioni morali, invece che possesso, sono conquista; e questa conquista noi dobbiamo operare continuamente nel nostro animo” ( Il problema morale nella filosofia di Platone, Roma 1939; visitato da Vittorio Enzo Alfieri, con la “religione della libertà”, in Pilo Albertelli, Spes 1984; I presupposti filosofici del liberalismo crociano, in Filosofia e filologia, Napoli 1967; Dizionario del liberalismo italiano, Rubbettino 2015, vol. II, pp. 14-16 e 24-26 ).

Per dirla con Dino Cofrancesco, nella sua Prefazione a La libertà degli antichi, paragonata a quella dei moderni ( Edizione “Corriere della Sera”, “I Classici del pensiero libero”, Milano 2011, p. 7, alla cui traduzione mi attengo ): “Nel Discorso sono mirabilmente compendiati tutti i temi della sua filosofia”; ed anche – aggiungo – di quella “avvenire”. Per tanto, bisogna però ripartire dall’asserto “Certo, anche le leggi hanno i loro limiti”, tessendolo con Vico e Filangieri, continuati per i “quattro sensi delle guise” e in particolare con l’assioma: “E’ quando si sommano due o più opposti errori, che prende avvio e si svolge il declino delle nazioni”; dipanando pazientemente ogni filo della catena di errori commessi dall’altro, appunto nello scioglimento della attuale “com-plessità” ( da * cum-plexus ). In eminente esempio, tolto dal campo delle relazioni politiche economiche e internazionali, l’ Occidente può ben intrattetenere rapporti economici e commerciali con la Cina; ma non vedere risolto in quella enorme nazione informata al ferreo controllo di regime e alla cosiddetta “cyberdittatura” il problema delle garanzie e del rispetto della libertà. E’ il caso sintomatico ( affiancabile all’altro della Russia di Putin ) dello scarto che si può costituire tra religione della libertà e mercato. Che fare ? Crocianamente, bisogna ricorrere alla mano sinistra e alla mano destra, perché la “libertà regge il tutto”; a provvedimenti conservatori e a concessioni progressive; nella “drammaticità della scelta, quando il rapporto tra libertà e eguaglianza si fa a somma zero e il dosaggio risulta difficile” ( Cofrancesco ); chiudere e riaprire i dazi, “Se Hong Kong guarda a Occidente” ( Maurizio Molinari ), sempre in una storicità “a zig-zag” ( per dirla con il vecchio Antonio Labriola a colloquio col giovinetto Croce nella revisione di alcuni concetti e dottrine del marxismo ). “Troppe volte  nella Storia recente l’Occidente ha guardato cinicamente dall’altra parte mentre popoli in rivolta chiedevano aiuto anelando alla libertà: lo fece a Budapest 1956, Praga 1968 e Tienanmen 1989 così come lo ha ripetuto a Teheran 2009 ed in Siria negli ultimi otto anni. Hong Kong può essere ora il luogo dove l’Occidente ritrova la passione per ciò che più lo distingue e definisce: la difesa dei diritti degli individui” ( “La Stampa”, 18 agosto 2019, p. 23 ). 

7 Marzo 2020/da Redazione
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