Chi giustifica i fini della guerra? di Pier Franco Quaglieni

La guerra contro l’Iran suscita forti perplessità e può indurre a pensare che Donald Trump sia privo di una vera strategia internazionale, quella che pure esisteva quando si parlava di imperialismo americano, mentre spesso si dimenticava quello russo.

Oggi i due imperialismi sembrano essere riemersi, seppure in forme nuove. Gli Stati Uniti non perseguono più quella che un tempo veniva definita la “causa dell’Occidente”, anche se la retorica politica può ancora farlo credere; perseguono piuttosto interessi americani in senso stretto e talvolta miope. L’imperialismo russo, dal canto suo, ha ripreso vigore dopo il crollo sovietico, manifestandosi anche come erede della grande tradizione della Russia degli zar.

Si dice, e certamente con ragione, che l’ordine internazionale sia stato sconvolto e che il diritto internazionale sia stato più volte calpestato. Peccato però che alcuni si dimostrino difensori di quell’ordine soltanto a corrente alternata.

La pace resta l’obiettivo prioritario di ogni civiltà che non sia fondata sul dominio della guerra. I regimi democratici, di norma, si fondano sulla pace e perseguono la pace, ma non sono per questo pacifisti in senso assoluto. Coloro che citano soltanto le prime parole dell’articolo 11 della Costituzione, oltre a falsarne il significato complessivo, sembrano talvolta eredi di quei “partigiani della pace” che nel secondo dopoguerra erano pronti a schierarsi aprioristicamente con l’Unione Sovietica in ogni circostanza.

La guerra – ricordava Benedetto Croce – è un dato ineludibile della storia. Ma questa terribile constatazione non equivale certo a giustificarla. La guerra dovrebbe restare sempre l’extrema ratio, ammesso che il ricorso alla forza abbia davvero una ratio. In alcuni casi può avere una giustificazione politica; resta però uno dei fenomeni più longevi e ricorrenti della storia dell’umanità.

Spesso la guerra viene giustificata attraverso una frase erroneamente attribuita a Machiavelli: “il fine giustifica i mezzi”. Nelle guerre del Novecento e del nuovo secolo, tuttavia, il discorso è profondamente alterato dal coinvolgimento delle popolazioni civili, dalle città distrutte, dalla trasformazione di intere nazioni in territori di guerra. E ciò a prescindere dal rischio delle armi nucleari o dalle conseguenze devastanti che potrebbero derivare da bombardamenti su siti nucleari.

Colpisce la freddezza con cui molti commentatori parlano della guerra. Non si tratta di lucidità, ma spesso di una sorta di spettacolarizzazione televisiva, funzionale all’intrattenimento mediatico o alla propaganda politica.

Di fronte alla crisi iraniana – termine che appare ormai del tutto inadeguato – emerge con ancora maggiore evidenza la pochezza di molti politici italiani ed europei, e non solo loro. Ci si domanda allora se sia possibile giustificare i mezzi brutali della guerra in nome di un fine.

Innanzitutto, i fini di Trump non appaiono affatto chiari. Ma soprattutto sorge una domanda più radicale: chi può stabilire se quei fini siano giustificabili? Non esistono oggi autorità capaci di farlo. L’ONU appare profondamente indebolita, mentre il Papa resta un’autorità morale e religiosa, non politica.

Talvolta però ribaltare il ragionamento aiuta a comprendere meglio la situazione. Oggi non possiamo illuderci di prevedere nulla. I vecchi generali in pensione reclutati come commentatori televisivi risultano spesso poco convincenti quanto molti politici che si muovono in modo goffo e improvvisato.

Liberare l’Iran dal regime oppressivo che lo governa dal 1979 potrebbe essere considerato un fine legittimo. Difendere Israele può essere un altro obiettivo condivisibile. Ma fare il deserto e chiamarlo pace è cosa ben diversa.

È una verità antica, che già Tacito – uomo di un popolo guerriero e realista politico – aveva compreso: creare devastazione e chiamarla pace è una tragica illusione.

I costi umani della guerra sono quasi sempre ingiustificabili. Per questo la diplomazia resta la strada da percorrere. Ma, purtroppo, il Conte di Cavour non ha avuto veri eredi. E neppure Kissinger.