Geo strategia dell’attacco all’Iran, di Paolo Vieta

Usa ed Israele hanno infine rotto gli indugi ed attaccato la Repubblica Islamica, come avevamo ipotizzato nel giugno 2025 (si veda Libertà per la Persia). In questa sede, analizziamo la situazione strategica di questa mossa, tralasciando considerazioni di carattere politico già espresse in precedenza. Occorre, infatti, avere ben chiara la distinzione tra il livello politico cui ci riferiamo abitualmente e quello strategico, troppo spesso ignorato, a detrimento della comprensione degli eventi. Distinzione non facile: al primo attengono tutte le considerazioni sui rapporti tra l’individuo e lo stato e qui si colloca la sfera della libertà, l’idea di democrazia, etc. Al secondo si collocano i rapporti, prevalentemente di pura forza, tra gli stati, dove troviamo la definizione di sovranità (si veda un accenno di questo concetto in Sovranità o libertà?): è il livello in cui domina il cinismo. Quindi oggi non ci occupiamo della libertà dei cittadini, iraniani o meno.

Ancora qualche anno fa, l’assetto strategico, consolidato da decenni, si presentava in questi termini:

  • la Russia appoggia e sostiene l’Iran,
  • l’Iran, in contrasto con i Paesi sunniti, fomenta rivolte in Yemen e sostiene il regime siriano di Assad,
  • la Siria, ospita basi russe, finanzia ed arma Hamas ed Hezbollah, in totale avversione ad Israele.

Oggi la situazione è completamente diversa. L’attacco del 7 ottobre 2023 (alla vigilia dello storico accordo, poi sospeso, di normalizzazione dei rapporti tra Israele ed Arabia Saudita) ha forzato la reazione dello stato ebraico contro Hamas, portando all’annientamento pressoché totale (anche se si è evitato l’attacco finale a Gaza City).

Dopo un anno circa, (8 dicembre 2024) è collassato il regime siriano con fuga in Russia di Assad. Nel frattempo le Idf hanno compiuto vari raid per distruggere gli accumuli di armi di Hezbollah, ricostruiti sotto lo sguardo distratto di Unifil, a dimostrazione della sua inefficacia.

Inoltre, diversi scontri diretti (aprile 2024, luglio 2024 uccisione di Haniyeh, ottobre 2024, giugno 2025 operazione Leone nascente) hanno reso sempre più evidente la scarsa capacità di reazione della Repubblica Islamica. Senza che Siria, Hamas ed in parte Hezbollah fossero in grado di reagire in modo coordinato. Tre anni fa sarebbe stato ipotizzabile un attacco massiccio contro l’Iran? O l’Iron Dome non avrebbe retto alla pressione contemporanea di migliaia di razzi, per quando modesti, lanciati simultaneamente da Gaza, Beirut, Damasco e Teheran?

La caduta siriana ha messo in luce tutta la debolezza, sia dell’Iran, sia della Russia impantanata in Ucraina da quattro anni, che prima aveva sorretto Assad per un decennio, dalle rivolte della Primavera Araba. Per contro Netanyahu ha dimostrato l’abilità di dividere e schiacciare i suoi nemici uno alla volta, come nella famosa battaglia degli Orazi e dei Curiazi.

Ora il momento è propizio per demolire l’Iran. Con quale obiettivo strategico? In primis la distruzione degli arsenali e della capacità di ricostruirli, in modo da cancellarlo come potenza regionale e come minaccia. In seconda battuta, una cambio di regime con apertura alla democrazia per riportarlo nella zona di influenza occidentale, sottraendolo a quella russa, ma anche cinese. Questo obiettivo strategico, coincide con l’obiettivo politico di dare libertà alla popolazione, specie se questa contribuisce rivoltandosi dall’interno, ma proprio perché si colloca sul piano politico, non è oggetto di questa disamina.

Gli attacchi sono essenzialmente aerei, quindi i primi obiettivi sono le batterie contraeree che potrebbero limitare la futura azione offensiva. Solo in un secondo momento le postazioni, di missili e droni, atte a scatenare controffensive su basi di partenza o paesi limitrofi. La decapitazione della linea di comando è un obiettivo militare, ma non risolutivo. Successivamente si può attuare un progetto politico o continuare a bombardare caserme, installazioni e infrastrutture militari o civili, ad esempio energetiche (quello che sta facendo la Russia in Ucraina), allo scopo di far regredire il paese e la sua industria.

Qualsiasi tipo di accordo è da escludersi a meno che non garantisca il disarmo e la distruzione degli arsenali missilistici, oltre che delle presunta capacità atomiche. Questo implica però un cambio completo di regime, sostituire i leader non basta, come ha dimostrato proprio il mancato disarmo di Hamas, pur promesso, con l’accordo che ha portato alla liberazione degli ostaggi.

In tutto questo l’Iran ha reagito, nel modo furioso e scomposto di un leone ferito, attaccando tutti i paesi circostanti, inclusi gli stati sunniti che avevano tentato di mediare fino all’ultimo. Colpendoli sulle infrastrutture energetiche e sul turismo (si vedano gli alberghi a Dubai), per massimizzare il danno economico. Con danni, ad oggi, contenuti che dovrebbero drasticamente calare nelle prossime settimane È una reazione suicida che si può interpretare solo con una consapevole accettazione della propria fine: muoia Sansone con tutti i filistei!. Sembra che qualcuno se ne stia rendendo conto, al punto che il Presidente Pezeshkian si è addirittura scusato (7 marzo 2026).

Il rischio che Usa ed Israele si sono presi è quello di non riuscire a realizzare il secondo obiettivo (rovesciamento del regime) e di veder prolungare la campagna, impantanandosi a loro volta, come accaduto in Iraq ed Afghanistan. A fronte dell’opportunità unica che si è presentata, il rischio è calcolato. Si ipotizza un eventuale intervento di terra, per procura, ad opera dei curdi, debitamente armati. Opzione già attuata più volte con problemi successivi, basti pensare ai talebani o ai partigiani italiani nel 1945 (di sui l’80%, comunista, auspicava una repubblica socialista sovietica). È evidente fin da ora che se i curdi accetteranno di combattere e morire non sarà per prendere il controllo dell’Iran, essendo comunque una minoranza, ma per fare del Kurdistan una stato, come era stato loro promesso nel 1920; promessa non mantenuta È altrettanto evidente, fin da ora, che i turchi e gli iraqeni saranno contrari ad armare i curdi.

Gli iraniani hanno dichiarato la chiusura dello Stretto di Hormuz e, a riprova, danneggiato una petroliera. Quanto può durare? Dipende da quale arma ne minaccia la chiusura e dalla facilità o meno con cui può essere intercettata e distrutta. Il che rientra nel primo obiettivo di demolizione delle capacità di reazione. Lo stretto è molto più angusto di quanto non dicano i giornali italiani, perché se è vero che la sua larghezza minima è di 33km, lo è alla superficie; ma le petroliere, a differenza di Gesù, non camminano sul pelo dell’acqua, bensì hanno un pescaggio profondo, il che riduce la zona navigabile ad un paio di chilometri, non essendo i fondali dello stretto squadrati, come quelli di una piscina. Quindi il suo controllo non è così difficile e, non è escluso che a mali estremi qualcuno tenti di bloccarlo del tutto, ostruendolo con l’affondamento di cargo carichi di pietre o cemento, atti ad impedire la navigazione e che sarebbe assai laborioso rimuovere.

A farne le spese gli acquirenti di prodotti petroliferi che stanno vedendo i prezzi schizzare in alto, perlopiù Europa e Cina, mentre gli Usa sono energeticamente indipendenti. La conseguenza immediata la troviamo sui mercati finanziari, ad una settimana dall’inizio del conflitto, rispetto alla chiusura del 27 febbraio: WTI +35,6%, Eurostoxx600 -5,5%, FTSE MIB -6,5%, DAX30 -6,7%, SEP 500 -2,0%, cambio €/$ +1,7%. Quando Wall Street ha il raffreddore, l’Europa prende la polmonite. Inoltre sembra invertirsi la narrazione dell’ultimo anno che ha visto il deprezzamento del Dollaro nei confronti dell’Euro: oggi è tornato ad essere valuta rifugio.

In conclusione, chi pensa che il Presidente Trump sia un pazzo avventuriero che agisce in modo umorale si sbaglia grandemente. La sua visione strategica è assolutamente lucida e ponderata, quanto determinata ed implacabile l’azione. Qualche rischio è presente, ma la caduta dell’Iran, dopo Siria e Venezuela, sancisce lo sgretolamento di quel sistema di alleanze post-sovietico che per decenni ha minacciato l’Occidente. L’America è di nuovo grande; l’Europa non può che accettare la sua subalternità, è il prezzo che paga, ad ottant’anni di distanza, per essersi fatta liberare dal nazifascismo; la Russia è umiliata, difficile pensarla ancora come una grande potenza; la Cina è avvisata, di fronte a questo sfoggio di potenza tecnologica e militare, ci penserà dieci volte prima di attaccare Taiwan.

Inoltre, cambia il controllo strategico sulle risorse energetiche, a farne le spese è Cuba che sarà la prossima a cadere (ne parleremo a breve), l’Europa e, in prospettiva, la Cina. Così si allontana il grande conflitto tra il pese emergente e l’incumbent (si veda Ascesa e declino delle grandi potenze, Paul Kenndy, Garzanti, 1989), ossia la Terza Guerra Mondiale, garantendo futura pace e prosperità al mondo.