Della libertà del singolo contro la libertà dei “sovranismi, di Alessio Magaddino
Il diciannovesimo secolo vide il nascere della moderna idea di nazione, l’affinarsi di qualcosa già presente a livello embrionale nel pensiero politico precedente ma destinato a trovare la sua forma piena e matura soltanto con il Romanticismo e con i fermenti che condussero in seguito alla Primavera dei Popoli.
Due modelli nettamente distinti presero piede, l’uno di matrice più spiccatamente romantica e legato all’ idea del primato delle singole nazioni, l’altro più sobriamente contrattualistico.
Del primo indirizzo il frutto più celebre sono i Discorsi alla nazione tedesca di Fichte, poi distorti da alcuni come anticipazione di certe tendenze del nazionalsocialismo ma in realtà totalmente lontani, neppurr germinalmenre, da quella nefasta temperie.
Il nazionalismo romantico di Fichte era giocato sull’ idea del Volk, del primato della nazione tedesca, della nazione come comunità della lingua, delle tradizioni e della cultura in cui, peraltro, la nazione stessa era strumento dell’elevazione dell’Io assoluto, dell’autotrascendimento dell’individuo.
Semmai in Fichte assistiamo ai prodromi di uno Stato etico non ancora, per fortuna, venato dalle perverse connotazioni che esso assumerà in seguito, e, insieme, al battesimo di tutto il filone ottocentesco dei primati nazionali che da noi ebbe il suo frutto più cospicuo in Gioberti.
Per contro, in pensatori come Ernest Renan si affacciò invece quella più misurata idea di nazionalità che meglio risponde alle esigenze moderne.
Nel suo celebre scritto Qu’est-ce qu’une nation? Renan insisteva su una maggiore fluidità dell’idea di nazione, chiara in apparenza ma facile a essere gravemente fraintesa.
La nazione di Renan è innanzitutto una costruzione spirituale cui concorrono il singolo e la collettività insieme.
“L’ essence d’ une nation est que tous les individus aient beaucoup de choses en commun, et aussi que tous aient oublie’ bien des choses”.
La nazione non dipende pertanto da criteri esterni e materiali ma dal retaggio dei ricordi e dello spirito collettivo che si è venuto costruendo nella tradizione dei secoli.
La razza, la lingua, la religione, i confini geografici non bastano da soli a formare una nazionalita’.
La nazione è un plebiscito collettivo che viene riformulato e riconfermato ogni giorno, un deposito di memorie e tradizioni comuni saldato da un contratto pubblico di comune identità e convivenza e da un progetto comunitario futuro.
L’ idea corretta della nazione, quella congruente con i principi liberali, è radicata nella difesa dell’individuo e il progetto comunitario parte in essa sempre dal singolo per irradiarsi poi alla collettività e non nella direzione opposta, come vorrebbero le visioni improntate al collettivismo.
Federico Chabod sottolineò come il senso della nazionalità equivalesse al senso stesso dell’individualità storica.
“Si giunge al principio di nazione in quanto si giunge ad affermare, contro le tendenze generalizzatrici ed universalizzante, il principio del particolare, del singolo”.
Imbevuto di influssi mazziniani, Chabod riaffermava vigorosamente come la nazione non fosse mai fine a sé stessa ma fosse sempre strumentale, mezzo altissimo, necessario, ma mezzo, per il compimento del bene dell’umanità intesa come “la Patria delle Patrie, la Patria di tutti”.
Un ideale universalistico ma insieme radicato nella difesa del singolo, della realtà viva e pulsante dell’individuo.
L’ identità nazionale così intesa è agli antipodi della perversione nazionalistica, prodromo invece dei regimi dittatoriali o totalitari.
Il nazionalismo politico ed economico è la più pericolosa insidia che possa essere tesa alla libertà individuale.
Nelle altissime meditazioni delle sue Pagine sulla guerra, Benedetto Croce, nel pieno deflagrare di quella che defini’ “l’orrenda mischia” (come suonano simili le parole del laico Croce a quelle dell'”inutile strage ” di Benedetto XV!), rigettò aspramente ogni idea di nazionalismo e Stato etico.
Egli, che era stato fermamente neutralista prima dell’ingresso dell’Italia nella Grande Guerra (proprio mentre si assisteva al più vergognoso abbaiare filobellicista da parte degli “intellettuali”), allorché la nostra nazione fu coinvolta nel conflitto non mancò di sostenerla ma sempre ponendo un confine nettissimo fra il patriotismo, il senso dell’appartenenza nazionale, e il nazionalismo, prodotto degenere delle peggiori pulsioni irrazionali dell’essere umano.
Croce si rifiutò sempre, ad esempio, di vilipendere il popolo e la cultura tedesca, che tanti frutti altissimi avevano dato alla civiltà, e questo proprio mentre la cagnara dei nazionalisti guerrafondai metteva tutto nello stesso calderone.
Perfino di fronte alla vittoria dell’Italia Croce rifiutò le celebrazioni più retoriche e preferì invece fare un’accorata meditazione su popoli che uscivano stremati e decimati dall’ orrendo conflitto, su imperi secolari che venivano dissolti, e ricordava gli eroi di Shakespeare, modelli di umanità, che dinanzi al nemico ucciso non hanno che parole di elogio per l’uomo di cui provocarono, essi, la morte.
Purtroppo, periodicamente a riaffacciarsi nell’ umanità è proprio la tendenza più belluina e becera alla difesa nazionale e autarchica in quanto tale.
Si creano artificialmente concetti inesistenti e coniati per mire strumentalmente politiche come quello di sovranismo o, all’ opposto, di mondialismo: categorie di cartapesta fabbricate in laboratorio da ideologi di estrema destra e oggi tristemente sdoganate nel lessico politico odierno.
L’ estrema degenerazione del trumpismo è un termometro eloquente di come le peggiori tendenze demagogiche, il dilettantismo e la magniloquenza siano oggi molto più premianti in termini elettorali di qualsiasi analisi.
Anche il ritorno quasi medievale a dazi universali e indiscriminati e a un protezionismo già ampiamente fallito (il disastroso precedente della Tariffa Smoot Hawley di Herbert Hoover, che fece sprofondare ancora di più gli Stati Uniti nella Grande Depressione non ha insegnato nulla!) sono la spia eloquente di come la restrizione della libertà economica e il nazionalismo politico e monetario inneschino spirali incontrollabili e sempre negative.
La retorica rozza dell’onagrocrazia trumpiana e l’abbaiare all’ America First hanno prodotto anche qui in Italia movimenti che si riallacciano a quella facile demagogia di pancia per proporre un’improbabile Italy First, un asserragliarsi su un’autocrazia falsata in partenza e su slogan tipo “l’Italia agli Italiani” che davvero risuonano del peggio del ventennio fascista.
Retorica sguaiata e ciabattona, costruita col cemento della paura, in cui il “sovranismo” ripetuto come un mantra è la nuova maschera dei peggiori nazionalismi, del riaffacciarsi con nuovo linguaggio e nuovi volti della perenne fascinazione dell’essere umano nei confronti della figura del demagogo, dell'”uomo forte”.
Il solo antidoto a un veleno così insidioso e destinato ad entrare in circolo così rapidamente può essere solo il ritorno alle fonti della cultura, l’appello alla serietà e al rigore dell’analisi.
Analisi che richiede però fatica e sudore e che le poco pensanti menti dei teorici attuali del sovranismo si guarderanno bene dall’ applicare per non pregiudicare ulteriormente lo stato già deteriorato delle loro connessioni cerebrali.



