Dagos did it ! Quando il nemico era l’ Italiano, di Alessio Magaddino
La propaganda è per sua natura il perfetto ribaltamento e l’antitesi del giudizio storico.
Mentre il giudizio storico si fonda sul tentativo di pervenire a una visione il più possibile depurata dagli istinti, dalle animosità, oltre gli angusti limiti delle simpatie o antipatie, che attengono alla sfera strettamente psicologica, la propaganda diffonde il proprio veleno proprio sobillando la nostra sfera pulsionale e meno mediata dal filtro della ragione.
La natura della storiografia è teorica e semmai preparatoria all’ azione pratica ma non è per sua intima essenza legata alla prassi; la propaganda è invece pratica nel suo senso più grezzo, volta a dirigere i comportamenti e le azioni prescindendo dal loro radicarsi nella verità.
In uno dei suoi saggi più memorabili Umberto Eco ha descritto con straordinaria esattezza la tecnica della costruzione del nemico, di un “Altro” da odiare e demonizzare che permette di costruire la propria identità, in assenza di altri pensieri e valori, proprio attraverso questa polarizzazione negativa.
L’ arsenale della peggiore retorica e le proiezioni della nostra più bassa istintualità gareggiano nel condensare queste pulsioni in un’immagine distorta e caricaturale del nemico da abbattere.
A variare è il nemico di turno, la sua composizione etnica o appartenenza religiosa, ma il processo che sta a dietro alla perversa opera di costruzione del nemico è sempre il medesimo, con un’unità strutturale di fondo di temi e motivi.
A lungo, soprattutto nel contesto degli Stati Uniti e degli enormi flussi migratori verso di essi nella seconda metà dell’Ottocento e nel primo Novecento, il nemico principale, subito dopo gli afroamericani, fu costituito dalle popolazioni europee di religione cattolica.
Cronologicamente il primo “nemico” fu costituito dagli Irlandesi, emigrati in grandissimo numero dalla loro isola dopo la Carestia delle Patate, la Great Famine che li privo’ della loro principale fonte di sussistenza alimentare.
La base prevalentemente Whasp e protestante della popolazione statunitense indirizzo’ i propri veleni verso gli Irlandesi prima e, quando decenni dopo iniziarono le migrazioni di massa dei nostri connazionali, verso gli Italiani poi, col reiterarsi ossessivo degli stessi schemi e stereotipi.
Gli Italiani furono spregiativamente denominati Dagos o Whops o Guineas ed esercitarono a lungo mestieri modesti e malamente retribuiti, in condizioni abitative e lavorative spesso terribili, senza protezioni sindacali di sorta.
Le caricature dei giornali satirici li raffigurava come indolenti, corrotti, criminali e tale rappresentazione si allargherà in seguito anche a certa letteratura, al cinema (pensiamo ai film gangsteristici degli anni Trenta), ai fumetti, dando vita a una serie di luoghi comuni sull’ Italiano divenuti poi quasi inscalfibili.
Col tempo alla virulenza razzista si è venuto gradatamente sostituendo una sorta di bonario paternalismo, di visione macchiettistica mai riveduta né approfondita che si perpetua ancora oggi nella cinematografia a stelle e strisce.
Ma, nell’ America profondamente lacerata del secondo Ottocento, ancora scossa da una Guerra Civile la cui pacificazione era largamente incompiuta, l’odio etnico era all’ordine del giorno e si tradusse spesso in azioni di sangue non solo verso gli afroamericani, ma verso i nostri connazionali, già associati alla mafia oppure ai movimenti socialisti ed anarchici guardati dalle élites Whasp con profonda paura.
I due casi più famosi ed efferati ebbero luogo entrambi in Louisiana, nel profondo Sud americano.
A New Orleans, nel 1891, diciannove Italiani furono accusati dell’omicidio del capo della polizia cittadina, David Hennessy.
Arrestati e processati, nel procedimento giudiziario risultarono assolti malgrado il martellamento della propaganda e il tentativo di fabbricare ad arte prove contro di loro.
Tuttavia, il verdetto anziché sedare l’animosità verso di loro concorse ad inasprirla.
Martellata dall’ incessante propaganda dei politici e della stampa verso gli Italiani, una folla di migliaia di persone assaltò la prigione della città e lincio’ 11 nostri connazionali, nessuno dei quali condannato, alcuni ancora in attesa del processo.
Il linciaggio fu elogiato dal futuro Presidente Theodor Roosevelt e dal futuro Governatore della Louisiana, John Parker, e condusse a una clamorosa crisi diplomatica fra Stati Uniti e Italia poi risolta da un risarcimento voluto dallo stesso inquilino di allora della Casa Bianca, Benjamin Harrison.
Alcuni anni dopo, nel 1899, nella stessa Louisiana, a Tallulah, ebbe luogo un altro linciaggio di Italiani.
Cinque nostri compatrioti finirono in carcere per uno scontro col coroner della cittadina, nel cui terreno era sconfinata una loro capra.
Incidente di scarsissimo rilievo che dette però l’occasione per fare venire a galla l’antiitalianismo che serpeggiava nella società.
In un tragico ripetersi del linciaggio di New Orleans, una folla inferocita assalto’ la prigione e impiccò gli Italiani incriminati.
Altri linciaggi di questo tipo di verificarono in quegli anni nella stessa Louisiana, nel Mississippi e a Waldenburg, in Colorado.
Come si vede anche da questi scheletrici cenni il malanimo verso la componente italiana era ben vivo e serpeggiante molti anni prima della clamorosa esecuzione di due anarchici anch’ essi innocenti dei reati di cui erano stati incriminati, Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti.
Il caso di Sacco e Vanzetti, oggi ben più noto al pubblico grazie anche al cinema, fu solo il momento culminante di un sentimento d’ odio elaborato per decenni.
Leggendo tempo fa il vecchio libro sul Ku Klux Klan dello storico William Peirce Randel ho appreso che la sinistra organizzazione segreta cui il Griffith della Nascita di una nazione aveva eretto, come disse Eizenstejn, un monumento in celluloide, non si indirizzo’ solo contro i Neri d’ America ma, soprattutto nei Roaring Twenties, aizzò ripetute campagne di intimidazione e violenza antiitaliana.
Gli argomenti erano gli stessi: la corruzione,a violenza innata che sarebbero state nostre prerogative, l’associazione fra gli Italiani in quanto tali e il crimine organizzato, l’idea che la manodopera a bassissimo costo dei lavoratori italiani sottraesse occupazione agli Americani.
Se si scorre l’insistita propaganda che fu messa in circolo negli USA dalla seconda metà del diciannovesimo secolo agli anni Venti del Novecento si può compiere una perfetta sovrapposizione fra i Leitmotiv che improntano tale propaganda e l’odierna tendenza di marca islamofoba ad accomunare tutta l’emigrazione odierna alla criminalità.
Perfino la famigerata teoria di Renaud Camus del Grand Remplacement, della sostituzione etnica, si rivela la scoperta dell’acqua calda perché le argomentazioni dei suoi sostenitori odierni, anche se in questo caso volte ad altre componenti etniche, combaciano perfettamente con quelle dell’italofobia americana tra Otto e Novecento.
Non scomodiamo il fantomatico Piano Kalergi, attribuito a una nobile figura dell’europeismo e coniato invece in anni piuttosto recenti nell’ambito del negazionismo neonazista!
Piuttosto il “Dagos did it!”, “Lo hanno fatto i Dagos!” della propaganda di allora è lo stesso identico spauracchio del “Mamma li Turchi” antico e dei fantasmi che vengono ora agitati facendo leva sulla paura e sulla retorica securitaria.
La rappresentazione dei migranti di Pasolini nella sua celebre poesia “Alì dagli occhi azzurri”, con i maghrebini “sulle barche varate nei regni delle Fate”, ci suona oggi irrimediabilmente oleografica, quasi idillica seppur nella sua generosa visione di una contaminazione fra popoli che avrebbe corretto il consumismo e la degenerazione della società italiana.
Tali fenomeni si sono rivelati ben più problematici e drammatici di come con ingenuità da poeta li canto’ Pasolini.
Eppure, solo lo sguardo distanziante dello storico e la visione di questi fenomeni nella periodizzazione della lunga durata può sottrarli a una visione grettamente e unilateralmente xenofoba per illuminare, invece, su come nella storia tutto sia ciclico e ricorsivo e come antichi spauracchi vengano inalberati periodicamente per sobillare paure non davvero sociali ma profondamente ancestrali.



