Dio e la norma, di Marco Calzoli

       La sociologia delle religioni evidenzia come si possa parlare di religione solo se sussistono tutti e cinque questi elementi:

  • Un sistema di credenze
  • Un sistema di pratiche
  • Un sistema di principi etici
  • Una organizzazione sociale
  • Un sistema di esperienze vissute, per le quali un gruppo vive un cammino spirituale assieme.

Per quanto riguarda il primo punto, Brelich osservava come ogni religione veramente tale ha almeno due aspetti:

  • Una differenza tra il mondo qui e quello al di là
  • Una istanza di salvezza.

        Nell’antichità le varie religioni erano fenomeni complessi che strutturavano nel profondo l’intero vivere sociale. La religione, infatti, permetteva ciò che nei popoli primitivi e in quelli a venire era la società, come affermava Durkheim, il padre della sociologia: vale a dire la distinzione tra la sfera del sacro e la sfera del profano. Sempre per questo grande studioso, tale differenza capitale era determinata dal tabù, inteso  come ciò che è vietato. In questo senso il tabù operava mediante la paura, soprattutto quella della esclusione sociale, qualora il divieto fosse stato violato.

           Dal canto suo, Radcliffe-Brown affermava che i divieti, le leggi e i tabù avrebbero come scopo quello di creare negli esseri umani una costante paura, cosa che porta al rispetto delle norme, senza le quali ci sarebbe la disgregazione della società.

           Per questa ragione tutte le religioni prevedono delle norme. Nei paesi musulmani queste norme religiose sono ancora anche civili, invece nei paesi occidentali la religione è stata separata dallo stato laico a partire dalla Rivoluzione francese (1789), pertanto la norma religiosa spesso non è anche civile.

                    Leggiamo il capitolo 3 del libro dell’Esodo:

1 Ora Mosè stava pascolando il gregge di Ietro, suo suocero, sacerdote di Madian, e condusse il bestiame oltre il deserto e arrivò al monte di Dio, l’Oreb. 2 L’angelo del Signore gli apparve in una fiamma di fuoco in mezzo a un roveto. Egli guardò ed ecco: il roveto ardeva nel fuoco, ma quel roveto non si consumava. 3 Mosè pensò: «Voglio avvicinarmi a vedere questo grande spettacolo: perché il roveto non brucia?». 4 Il Signore vide che si era avvicinato per vedere e Dio lo chiamò dal roveto e disse: «Mosè, Mosè!». Rispose: «Eccomi!». 5 Riprese: «Non avvicinarti! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è una terra santa!». 6 E disse: «Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe». Mosè allora si velò il viso, perché aveva paura di guardare verso Dio.

7 Il Signore disse: «Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sorveglianti; conosco infatti le sue sofferenze. 8 Sono sceso per liberarlo dalla mano dell’Egitto e per farlo uscire da questo paese verso un paese bello e spazioso, verso un paese dove scorre latte e miele, verso il luogo dove si trovano il Cananeo, l’Hittita, l’Amorreo, il Perizzita, l’Eveo, il Gebuseo. 9 Ora dunque il grido degli Israeliti è arrivato fino a me e io stesso ho visto l’oppressione con cui gli Egiziani li tormentano. 10 Ora va’! Io ti mando dal faraone. Fa’ uscire dall’Egitto il mio popolo, gli Israeliti!». 11 Mosè disse a Dio: «Chi sono io per andare dal faraone e per far uscire dall’Egitto gli Israeliti?». 12 Rispose: «Io sarò con te. Eccoti il segno che io ti ho mandato: quando tu avrai fatto uscire il popolo dall’Egitto, servirete Dio su questo monte».

13 Mosè disse a Dio: «Ecco io arrivo dagli Israeliti e dico loro: Il Dio dei vostri padri mi ha mandato a voi. Ma mi diranno: Come si chiama? E io che cosa risponderò loro?». 14 Dio disse a Mosè: «Io sono colui che sono!». Poi disse: «Dirai agli Israeliti: Io-Sono mi ha mandato a voi». 15 Dio aggiunse a Mosè: «Dirai agli Israeliti: Il Signore, il Dio dei vostri padri, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe mi ha mandato a voi. Questo è il mio nome per sempre; questo è il titolo con cui sarò ricordato di generazione in generazione.

16 Va’! Riunisci gli anziani d’Israele e di’ loro: Il Signore, Dio dei vostri padri, mi è apparso, il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, dicendo: Sono venuto a vedere voi e ciò che vien fatto a voi in Egitto. 17 E ho detto: Vi farò uscire dalla umiliazione dell’Egitto verso il paese del Cananeo, dell’Hittita, dell’Amorreo, del Perizzita, dell’Eveo e del Gebuseo, verso un paese dove scorre latte e miele. 18 Essi ascolteranno la tua voce e tu e gli anziani d’Israele andrete dal re di Egitto e gli riferirete: Il Signore, Dio degli Ebrei, si è presentato a noi. Ci sia permesso di andare nel deserto a tre giorni di cammino, per fare un sacrificio al Signore, nostro Dio. 19 Io so che il re d’Egitto non vi permetterà di partire, se non con l’intervento di una mano forte. 20 Stenderò dunque la mano e colpirò l’Egitto con tutti i prodigi che opererò in mezzo ad esso, dopo egli vi lascerà andare.

21 Farò sì che questo popolo trovi grazia agli occhi degli Egiziani: quando partirete, non ve ne andrete a mani vuote. 22 Ogni donna domanderà alla sua vicina e all’inquilina della sua casa oggetti di argento e oggetti d’oro e vesti; ne caricherete i vostri figli e le vostre figlie e spoglierete l’Egitto».

        Dio vuole salvare il suo popolo e si rivela a Mosè. Il capitolo 3 dell’Esodo contiene quindi una grande speranza. Compare il territorio di Madian, che è l’Arabia. Mosè pascolava il gregge nel deserto del Sinai, che separa l’Egitto dall’Arabia. Arrivato oltre il deserto, egli giunge all’Oreb: in questa parte dell’Arabia Mosè ricevette la rivelazione di Dio.

        L’angelo di Dio gli apparve in un roveto che brucia senza consumarsi. Nella Bibbia spesso l’angelo è una personificazione di Dio, il quale è definito in ebraico Qadosh, Santo, ma etimologicamente vuol dire “separato” dal mondo degli uomini, quindi non si può manifestare direttamente. “Angelo del Signore” è un genitivo di apposizione, cioè una definizione ulteriore del soggetto: l’angelo cioè Dio. Infatti è Dio che chiama Mosè nel mezzo del roveto che arde.

         Dio gli dice: Mosè, Mosè. Il ripetere più volte il nome di colui che è chiamato si trova spesso nella Bibbia e è una figura retorica: l’epizeusi (dal greco epízeuxis, “congiungere”), che consiste nella ripetizione immediata e consecutiva di una parola o di una breve espressione all’interno di una frase per rafforzarne il significato, dare enfasi, ritmo o per creare un effetto espressivo, come in “lenta, lenta, lenta”. È una forma specifica di epanalessi, ma si distingue per la contiguità delle parole ripetute, senza intervallo.

           In prima istanza, nella Bibbia la santità non ha valenza morale, ma indica ciò che è consacrato, “separato” e quindi riservato a Dio. Quindi l’espressione “terra santa” vuole dire “terra separata”, in quanto vi è Dio. Certamente la santità ha anche connotati morali, ma sono secondari.

             Quando è presente il pronome personale (“Io sono il Dio di tuo padre …”) il testo dà una grande enfasi, e qui questo pronome compare cinque volte, che è il numero caratteristico dell’Alleanza.

            Atti 7, 32: Mosè non ardiva alzare lo sguardo. Così in questo brano dell’Esodo. Infatti chi guardava Dio doveva morire.

            “Dio diceva”: Dio si rivela mediante la sua parola. È un concetto fondamentale nella Bibbia, che è intesa da ebrei e cristiani quale Parola di Dio. Ebrei 1, 1: Dio ha anticamente parlato molte volte e in svariati modi. In Esodo 3 abbiamo Dio che parla e la espressione rivolta a Mosè (Dio diceva) compare in tutto l’Esodo 49 volte. 

             Al v. 7 vi è un’altra figura retorica, il poliptoto, che è la ripetizione dello stesso verbo coniugato in diverso modo (“ho osservato”:  nell’originale ebraico suona ra’oh ra’iti) per dare enfasi. La grazia di Dio, siglata dall’Alleanza, si esprime ancora nel numero cinque: osservare, udire, conoscere, liberare, far uscire (cinque verbi). Invece i popoli pagani sono sei, il numero dell’imperfezione (il Cananeo, l’Hittita, l’Amorreo, il Perizzita, l’Eveo, il Gebuseo).  

             Quando si parla di Dio, “voi servirete Dio …”, c’è la particella ‘et e l’articolo determinativo, che vuol dire “proprio quel Dio”, specificando molto il Dio del quale si sta parlando. Inoltre la liberazione è associata al servizio del popolo verso Dio: non esiste vera libertà senza la norma religiosa.

              Mosè chiede il nome di Dio. Dio risponde in due modi: “Io sono colui che sono” (‘eyeh asher ‘eyeh) e “Io sono” (’eyeh) . Non è proprio il verbo essere italiano, che è statico, ma in ebraico tale verbo è dinamico: io diventerò ciò che diventerò. Dio si manifesta in ogni epoca nel modo in cui si manifesta, diventa ciò che diventa, assume il ruolo consono al contesto specifico. Quando è creatore, quando è salvatore, quando è santificatore. YHWH è una terza persona, egli diviene a essere, cioè YHWH è il nome di Dio quando gli altri parlano di Lui, cioè è lo stesso nome di Dio visto da un’altra prospettiva. Pensiamo anche a Apocalisse 1, 4: Dio è colui che è, che era e che ha da venire.

            E qua arriviamo al punto. Dio chiede al suo popolo il servizio, disciplinato da norme religiose, ma tali norme mutano nel tempo. Gli ebrei di tremila anni fa avevano dei precetti che ora, almeno per i cristiani, non sono totalmente validi. Dio chiede quindi di essere servito con il mutare dei tempi.

            Perché? Al v. 16 c’è un altro poliptoto: “sono venuto a vedere” (paqod paqadti), per dare enfasi al fatto che Dio si interessa delle sorti del suo gregge. Proprio per questo gli dà delle norme affinché il popolo si salvi.  L’espressione “siete pecore senza pastore” è un’immagine biblica, usata da Gesù (Matteo 9, 36; Marco 6, 34), che descrive persone smarrite, senza guida, che necessitano di insegnamento e compassione, come una folla stanca e sfinita, riflettendo il bisogno di una guida spirituale e di senso nella vita. Indica una mancanza di direzione e di cura, un senso di abbandono che porta a sentirsi disorientati e vulnerabili, spesso in cerca di una vera guida, che sia divina o umana, per trovare un orientamento e un supporto.

           Secondo la tradizione ebraica, dopo che Dio ha dato la Torah, il popolo deve cavarsela da solo. Invece nel Nuovo Testamento Dio assiste continuamente il suo gregge di cristiani e li guida con il pane della vita, l’Eucaristia.

            Quando Gesù istituì l’Eucaristia, disse “questo è il mio corpo”, per un ebreo di allora il “corpo” indicava la persona stessa. L’Eucaristia guida e assiste la chiesa, è la fonte di tutte le grazie, la fonte e il culmine della vita cristiana.

             Nella vita della chiesa la norma più grande è quella di andare a Messa per ringraziare Dio del suo dono a tutta l’umanità. Propriamente è questo il fulcro di tutto il cristianesimo: un atto di amore!  Dio che si fa carne in Cristo e dà la vita per la salvezza del mondo intero e scende in un pezzo di pane trasformandolo nel suo corpo, nel suo sangue, nella sua anima e nella sua divinità.

            Come scriveva Benedetto Croce, ogni storia è contemporanea, in quanto ha sempre da dirci qualche cosa. Il vangelo non solo ha da insegnarci qualcosa ma è la Parola di Dio! Quindi il vangelo è sempre attuale.  La chiesa è presente nel mondo per annunciare il messaggio di Cristo di duemila anni fa ad ogni creatura sulla faccia della terra.

            In ogni religione c’è del buono. Nel 1926 il pastore e teologo luterano Rudolf Otto firmò un saggio fondamentale, intitolato Mistica orientale, mistica occidentale: interpretazione e confronto. In esso emerge che la esperienza mistica cristiana e quella indiana sono molto vicine. Non per nulla la Madonna che appare a Medjugorje diceva che in ogni religione c’è del buono e il Concilio Vaticano II affermava che anche i credenti di altre religioni possono salvarsi se seguono la retta coscienza, in cui Dio si manifesta.

            Ma sull’intera faccia della terra la salvezza (vita eterna in paradiso) è permessa unicamente per i meriti di Cristo, del suo sacrificio in croce, che si rinnova sull’altare in ogni santa Messa. Per questo Dio vuole che la sua norma religiosa fondamentale – andare a Messa e comunicare con il suo corpo risorto – sia estesa a tutti gli uomini.

            “Vangelo” vuol dire in greco “buona notizia” e per questa sono morti schiere innumerevoli di martiri, e muoiono ancora. La parola “martire” deriva dal greco e vuol dire “testimone”. Di cosa? Della buona notizia che Dio è venuto a salvare l’intero genere umano.

           San Paolo (Ebrei 12) scriveva:

1 Anche noi dunque, circondati da un così gran nugolo di testimoni, deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, 2 tenendo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede. Egli in cambio della gioia che gli era posta innanzi, si sottopose alla croce, disprezzando l’ignominia, e si è assiso alla destra del trono di Dio. 3 Pensate attentamente a colui che ha sopportato contro di sé una così grande ostilità dei peccatori, perché non vi stanchiate perdendovi d’animo. 4 Non avete ancora resistito fino al sangue nella vostra lotta contro il peccato …

        Lo psicoanalista Massimo Recalcati (La legge del Desiderio) osservava che la fretta è una difesa contro la paura di fermarsi. Quando ci fermiamo corriamo il rischio di riflette su quelle parti di noi stessi che non accettiamo. Questa è una fretta patologica!

          Esiste poi la fretta delle vergini che vanno incontro al loro Sposo.  Nella Parabola delle Dieci Vergini (Matteo 25,1-13), dieci vergini, cinque sagge (con olio) e cinque stolte (senza olio), aspettano lo sposo (Cristo), simboleggiando la Chiesa in attesa del ritorno del Signore; solo le sagge entrano alle nozze eterne, esortando tutti a vegliare con fede e opere per essere pronti all’incontro finale, poiché l’olio rappresenta la grazia e la sapienza divina, non trasferibile.

           Quindi osservare la norma di Dio equivale ad avere fretta, la fretta quella santa di unirsi al Creatore. E ogni volta che comunichiamo al Santo Altare si rinnova in noi e nel mondo l’opera della salvezza. Nell’ostia vi è qui presente Cristo, vero agnello di Dio, che si sacrifica per il bene di tutti.

            I santi insegnano che la vera libertà è fare la volontà di Dio, piegandosi alle sue norme religiose. Cosa ci facciamo del tempo se non abbiamo Dio nel cuore? Cosa ci facciamo degli affetti, degli amici, del denaro, della casa se poi non salviamo l’anima?

           Ascoltiamo quindi la Parola di Dio e meditiamo su ogni singolo versetto. Apriamo gli occhi e riconosciamo quale grande grazia ci ha dato il Signore. Il Salmo 147 così canta:

1 Alleluia.

Glorifica il Signore, Gerusalemme,

loda il tuo Dio, Sion.

2 Perché ha rinforzato le sbarre delle tue porte,

in mezzo a te ha benedetto i tuoi figli.

3 Egli ha messo pace nei tuoi confini

e ti sazia con fior di frumento.

4 Manda sulla terra la sua parola,

il suo messaggio corre veloce.

5 Fa scendere la neve come lana,

come polvere sparge la brina.

6 Getta come briciole la grandine,

di fronte al suo gelo chi resiste?

7 Manda una sua parola ed ecco si scioglie,

fa soffiare il vento e scorrono le acque.

8 Annunzia a Giacobbe la sua parola,

le sue leggi e i suoi decreti a Israele.

9 Così non ha fatto con nessun altro popolo,

non ha manifestato ad altri i suoi precetti.

Alleluia.

            In questo splendido affresco letterario compare la città di Gerusalemme, le cui sbarre sono rinforzate, indicando allora una situazione di sicurezza e pace interna. Probabilmente, quindi, il salmista allude al post-esilio, quando dopo l’opera di Neemia la città ebbe stabilità, intesa nel Salmo come compiuta (infatti si usa il perfetto).

          Mediante un giuoco fonetico (beriḥe berak banajik beqirbek) si passa al grembo (qereb) della città come il suo luogo più interno, ma che mantiene la doppia valenza della immagine: la benedizione, infatti, era vista anticamente come una energia di fecondità (su uomini e terra), pertanto quando Dio benedice fa fruttificare soprattutto il grembo delle madri.

          La Parola di Dio investe sia il cosmo (fa soffiare il vento e scorrono le acque) sia l’animo del suo popolo, diventando legge e decreto. San Paolo scriveva (Romani 9, 4-5):

Essi sono Israeliti e possiedono l’adozione a figli, la gloria, le alleanze, la legislazione, il culto, le promesse, i patriarchi; da essi proviene Cristo secondo la carne, egli che è sopra ogni cosa, Dio benedetto nei secoli. Amen.

        Dopo l’esperienza terribile dell’esilio, da quando Neemia ricostruì Israele, il popolo eletto ebbe la certezza della pace divina mediante le leggi date da Dio stesso, in particolar modo la Torah.

         La parola ebraica biblica per benedizione è berakah, derivata dalla radice barak, che significa “inginocchiarsi”. Questa etimologia suggerisce che una benedizione sia intrinsecamente legata all’inchinarsi, all’agire con umiltà o al presentare un dono. Una berakah funziona come una benedizione, una preghiera di ringraziamento o di lode che riconosce Dio come fonte di ogni bene.

          Ma questo atto di omaggio verso Dio segue il dono, infatti è motivato dalla grazia della fecondità. Infatti la radice ebraica allude all’atto sessuale, il ginocchio è un eufemismo degli organi genitali.

          Pertanto Dio, quando benedice, non solo fa fruttificare i campi e dà l’anima ai figli, ma dona anche le sue leggi e i suoi decreti, manifestando in questa maniera un altro tipo di fecondità, quella dello spirito.