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Di certa dimessità del sublime, di Loris Maria Marchetti

Le 9 Muse

Scrisse Umberto Saba in una delle sue più tipiche e provocatorie Scorciatoie: «LETTERATURA  ITALIANA Potrebbe rimanere, di secoli di noia, un verso: il più bello, il più inutile, il più melanconico, il più perfetto che sia mai stato scritto:

            E chiaro nella valle il fiume appare». [1]

Arduo sarebbe dissentire dal poeta triestino sulla bellezza e sull’ammaliante risonanza che il verso leopardiano ha in sé e genera intorno a sé (pur se qualche riserva sarà certo legittima sul personalissimo ricorso a un superlativo così radicale, ogni lettore potendo registrare un piccolo o grande repertorio di poetiche predilezioni), uno di quei versi portentosi, capaci di creare spazi fisici e mentali d’infinita diffrazione in virtù dell’assunzione sobria e priva di enfasi (ma non certo esente dai più sottili e consumati artifici della retorica) nel cielo della poesia dei dati naturali, degli oggetti, delle azioni, delle nozioni più comuni e usuali, che – a loro volta – si trovano ammantati di una nuova e insospettata dignità non solo letteraria o, per meglio dire, che l’investitura prodigiosa della poesia restituisce alla sfera dell’esistenza nobilitati, quasi consacrati. 

Il verso, settimo della serie di ventiquattro componenti la prima strofa de La quiete dopo la tempesta, merita comunque i supremi onori per l’armonia radiosa con cui un’estrema economia di mezzi (un aggettivo, due sostantivi e un verbo dei più comuni, sapientemente combinati, ma con riguardo alla semplicità più aurea) sa creare appunto una visione di dimensioni spaziali ed interiori aperte all’infinito. Sulla densa pregnanza comportata dal verso ed a riprova che in Leopardi scorrevolezza e scioltezza non sono affatto spontanee ma dure e faticate conquiste, non sarebbe inopportuno rammentare un paio di rilievi del Flora: «E chiaro: appare nettamente il fiume sul qual la nebbia ha un po’ più indugiato: appare meglio nel cresciuto volume delle sue acque. Ma quel chiaro ha anche un suono, e par sentire l’allegro corso del fiume. […] Aveva scritto un verso assai bello: E chiaro nella valle il fiume splende. Ma per il tono generale di questo canto l’immagine era troppo forte, e non esitò ad abbandonarla».[2]

Noi non vogliamo adesso entrare in gara con Umberto Saba (del quale pure si potrebbe isolare qualche verso di feconda e memorabile umiltà), ma non sappiamo vincere la tentazione di offrire agli amici delle Muse, come nostro dono sommesso e cordiale, un altro verso, di Pascoli questa volta, che per molti aspetti, e con le debite e marcate differenze, potrebbe affiancare quello evocato dal lirico triestino:

            M’affaccio alla finestra, e vedo il mare:

Che cosa di più semplice, di più colloquiale, di più piano, di più ovvio se si vuole, di questo incipit di Mare (in Myricae)? Un’esperienza elementare, che implica due azioni comunissime e consequenziali come affacciarsi a una finestra e da lì scorgere qualcosa, per poi riferirle in prima persona a un ipotetico ascoltatore o lettore (impiegando in tutto due verbi e due sostantivi). Nulla di più banale. Solo che ciò che si scorge è il mare, con tutto quanto di suggestivo, di sconfinato, di immenso, di mitico, di storico, di naturalistico, di simbolico, di esoterico contiene… Non è casuale, in questa circostanza, che il verso sia un incipit[3] terminante non con un punto fermo ma con due punti: dopo i quali si schiude un delicatissimo notturno, intessuto di guizzi di stelle e di palpiti di onde, di sospiri di acque e di aliti di vento, una magìa notturna di suoni luci colori (come, diversamente e diurnamente, in Leopardi) degna di certi incanti sonori di Debussy, al culmine della quale si distende sulle acque una striscia argentea di riflessi lunari, un ponte misterioso gettato per ignote creature verso fantastici e sconosciuti reami…

Ma attenzione: non si cada nella facile trappola di mitizzare il verso iniziale perché ad esso fanno séguito altri sette, fra i più meravigliosi dettati dal Pascoli, che esemplificano la visione ottenuta dall’affacciarsi alla finestra, che rappresentano le fantasmagorie aventi come protagonista  o come sfondo quel mare che si vede. La forza stregante del verso sta tutta nel suo corpo, in quegli indicativi presenti perentori e netti m’affaccio e vedo, spalancati su ogni possibile universo reale o immaginario virtualmente contenuto in quell’unica breve parola, magicamente illimitata, che è mare.

L’immotivata presunzione di affiancare allo spunto sabiano uno di nostro conio si potrà in parte perdonare se almeno si riscontri nei versi coinvolti in un in fondo innocente jeu littéraire caratteri analoghi di assoluta regolarità grammaticale e ortodossa normalità lessicale a sostegno di enunciati rigorosamente nudi e oggettivi (acque di un fiume illuminate dalla luce del sole, un signore che affacciandosi a una finestra scorge il mare), atti peraltro a moltiplicare una gamma incalcolabile di suggestioni, ma comunque privi di connotazioni e tratti aprioristicamente già eccedenti la normale esperienza della realtà quotidiana.

È il rispetto per questa omogeneità che ha fatto sì che nel nostro gioco non presentassimo accanto a quello leopardiano un altro verso del Pascoli da sempre installato nella nostra memoria, dentro al nostro essere vorremmo dire, denso di una icasticità davvero strabocchevole ma già inglobante in corpore, preordinatamente, una palese accentuazione simbolistica:

            Due barche in panna in mezzo all’infinito.

È evidente che il verso, successivo ad uno già di per sé intrigante (Due barche stanno immobilmente nere) e suggellante con perentoria asserzione una quartina[4], non appartiene alla famiglia dei due sopra considerati, che ad un primo assaggio si qualificano – ripetiamo – come una spoglia enunciazione di dati realistici e oggettivi, del tutto verisimili. Le barche in mezzo all’infinito hanno naturalmente una loro formidabile e poderosa espressività, e Pier Paolo Pasolini citò l’endecasillabo quale «esempio minimo di un verso delle Myricae che si potrebbe attribuire agli Ossi» a conforto della sua tesi che «tutto il vocabolario della metafisica regionale o terrigena del Montale (e quindi di tutta la vastissima area montaliana) è, sia pur rozzamente, elaborata dal Pascoli»[5] .


[1]U. SABA, Prose, Mondadori, Milano 1964, p. 372. Le Prime Scorciatoie, a cui il brano appartiene, risalgono agli anni 1934-35.

[2]F. FLORA, Commento a Giacomo Leopardi, Canti, Mondadori, Milano 1961 (13a  ediz.), p. 295.

[3]Mare si può considerare una sorta di madrigale costituito da una quartina di endecasillabi a rima alternata (ABAB) seguita da due distici, pure endecasillabici, a rima baciata (CC, DD).

[4]Il verso è tratto dalla seconda sezione di Dalla spiaggia (sempre in Myricae), componimento formato da due parti di struttura identica, in realtà due madrigali ‘fruibili’ anche autonomamente, ciascuno di schema metrico identico a quello di Mare (uguale, forse non a caso, è anche l’ambientazione marina). Il verso Due barche in panna in mezzo all’infinito conclude con un respiro immenso la quartina del secondo madrigale, a cui segue un distico di ancor più intensa e solenne valenza simbolica (e simbolistica): E le due barche sembrano due bare / smarrite in mezzo all’infinito mare).  

[5]P. P. Pasolini, Pascoli, in Passione e ideologia, Garzanti, Milano 1960, p. 271.

6 Dicembre 2021/da user-pannunzio
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