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Nel mondo esiste un titolo di studio così elevato che negli Stati Uniti gli hanno dedicato addirittura una serie televisiva. Si tratta del celebre Big bang theory, dove alcuni giovani dottorandi e, in seguito, dottori di ricerca divertono gli spettatori con le loro battute geniali. Poi c’è l’Italia, Paese in cui questo titolo di studio è stato introdotto da anni, ma, per usare un eufemismo, è misconosciuto. Le motivazioni di questa sottostima italica nei confronti di chi ha studiato sono molteplici e non è il caso di affrontarle in questo articolo. Tuttavia, si può fare un rapido confronto tra l’Europa e l’Italia sul modo in cui vengono giudicati coloro, che conseguono il più alto titolo di studio possibile. In Europa, i dottori di ricerca costituiscono un’élite, dato che si pensa che con la loro preparazione culturale – nella quale gli Stati investono non poco – possano dare un importante contributo alla scuola e alla società civile. In Italia, invece, essi vengono incasellati in due categorie: quella dei raccomandati, se alla fine riescono a inserirsi nel mondo accademico, oppure quella dei falliti, se non ottengono questo risultato. In Europa, essendo essi abilitati per l’insegnamento universitario, lo sono, di conseguenza, anche per i gradi inferiori. In Italia, no: i dottorandi di ricerca possono tenere lezioni all’università e nei corsi abilitanti all’insegnamento. Ma, al termine del loro percorso, non sono considerati abilitati all’insegnamento nelle scuole secondarie. Anzi, malgrado ogni anno si fatichi a reperire docenti, soprattutto per alcune discipline, il Ministero continua a mostrare una forte resistenza nel riconoscere loro la possibilità di entrare in ruolo come professori. Inoltre, sebbene periodicamente vengano banditi concorsi straordinari per assegnare cattedre a supplenti privi di abilitazione, ma in possesso di 24 o 36 mesi di servizio, per i dottori di ricerca (che all’università hanno lavorato tre anni, dopo essere stati selezionati tramite concorso pubblico) non è prevista alcuna scorciatoia. È difficile capire le ragioni di questa refrattarietà. A meno che si ipotizzi che, a differenza dei precari storici, i dottori di ricerca, per il loro numero esiguo, non costituiscano un corpo elettorale sufficientemente interessante per i partiti. Gli stessi partiti che, a cadenze prestabilite, si battono il petto di fronte alla fuga dei cervelli.