Esame di coscienza, di Giuseppe Cicogna
Di solito non si parte dal titolo quando si scrive un libro, una canzone, una poesia e neppure un articolo o una riflessione. In questo caso il titolo è un punto di partenza per affrontare la drammatica attualità.
L’esame di coscienza è il denominatore comune mancante quando gli avvenimenti, i loro riflessi e conseguenze ci colpiscono, a volte ci travolgono.
Negli anni ’70 la locuzione “esame di coscienza” era quasi un mantra giovanile, ci si riferiva ad una personale assunzione di responsabilità o almeno, in una sua ricerca. Più o meno sincero e profondo che fosse, almeno nelle idee e nelle parole, c’era il tentativo.
Oggi è quasi completamente sparito dal linguaggio. Si preferisce mettere in discussione la coscienza altrui, probabilmente per non dover affrontare il giudice più severo che esista: la nostra etica personale.
E’ la nostra etica personale che ci porta ad essere più vicini a Dio o all’Essere Supremo o all’entità di riferimento, per chi crede che non tutto sia materia. Anche chi crede che tutto sia materia si ritrova a fare i conti con se stesso in un modo o nell’altro.
Tentando di evitare di cadere nella retorica prendo in esame le Mete della religione che pratico, Scientology, in relazione al mio agire. L. Ron Hubbard, che le ha scritte ed ha speso una vita per insegnarci come conseguirle, inizia così: “Una civiltà senza follia, senza criminalità e senza guerre…”.
Eccolo l’esame di coscienza: quanto sono ancora lontano da questo ideale? In quanto praticante la mia religione, sto facendo tutto il possibile per conseguire quelle mete? Lo sto facendo sinceramente? Sono davvero le mie mete? E’ qui che posso andare a lavorare, impegnarmi di più per far andare bene le cose attorno a me.
Certo, è importante sostenere le proprie opinioni e possiamo controbattere quelle altrui, ma non può ridursi tutto a questo, soprattutto quando ciò che rimane è ulteriore conflitto e turbamento.
In questo momento la follia si mostra ovunque a cominciare dai leader – che invece dovrebbero guidare i popoli verso una società costruttiva e cooperativa – fino agli ambiti più delicati della società.
Si dirà che questa è la storia e il destino dell’umanità.
Allora perché tutte le grandi figure, i filosofi, i religiosi, i promotori dei Diritti Umani, hanno cercato la via per risolvere la conflittualità incistata nell’animo umano, per aiutarci a risvegliare la nostra fondamentale bontà e capacità di amare?
Perché la via c’è. L’hanno trovata. Sta a ciascuno di noi studiarla, approfondirla, capirla, impegnarci, praticarla. Il vecchio detto “aiutati che Dio ti aiuta” contiene una grande saggezza. Come del resto l’invito gandhiano ad essere il cambiamento che si vuole vedere nel mondo (“Be the change you wish to see in the world”).
Anziché spendere troppo tempo ed energie per sostenere quanto sciocchi o in malafede siano gli altri, chiunque essi siano, cominciamo a lavorare su noi stessi con maggiori impegno e competenza; cerchiamo di superare onestamente quel difficilissimo, ma salvifico esame di coscienza. Lo scrivo innanzitutto a me stesso, augurandomi che possa essere condivisibile.



