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Per capire fino in fondo la battaglia che si svolse nei cieli inglesi nell’estate del 1940, bisogna fare ampie premesse; sono quasi certo che il lettore non me ne vorrà.

Premesse strategiche e strutturali.

Correva l’anno 1704, quando John Churchill I Duca di Marlborough vinse la battaglia di Blenheim, punto di svolta, insieme all’assedio di Torino 1706, della Guerra di Successione Spagnola. Furono così frustrate le ambizioni egemoniche di Luigi XIV. Il Duca tornò in Inghilterra accolto come un eroe e la Regina Anna lo premiò concedendogli di costruirsi una residenza, attingendo ai danari del regno. Peccò di ingenuità nel sottovalutare la megalomania del Marlborough; quando la cifra divenne esorbitante, intervenne il parlamento, forte della Magna Carta di King John, a bloccare le spese. Il risultato è una delle più maestose e solenni residenze inglesi (nella foto). Lo stile squadrato, militaresco, ricorda in ogni angolo la battaglia vinta ed il simbolo del leone (inglese) che divora il gallo (francese) rammenta a chiunque che nessuno può mirare ad unificare l’Europa, senza che gli inglesi intervengano militarmente per impedirlo, tutelando i loro interessi. Blenheim Palace passò quindi, di generazione in generazione, all’erede del Duca. In questo contesto e con questo peso sulle spalle, vi nacque nel 1874 Winston Churchill, di cui è ancora oggi possibile vedere, tra le altre cose, la culla. Il Re Sole non fu l’unico ad essere fermato dagli inglesi, nel sogno di unificare l’Europa, lo fu anche il Kaiser, bloccato nel 1914 sulla Marna. Filippo II di Spagna e Napoleone, invece, vittoriosi sul continente, ma insidiati dai blocchi navali, furono contrastati sul mare, rispettivamente nel 1588, con la sconfitta della Invincibile Armata e nel 1805 con la Battaglia di Trafalgar, in cui si immolò Horatio Nelson.

Nel maggio 1940, la travolgente blitzkrieg (guerra lampo) piega la Francia in sei settimane, il corpo di spedizione inglese deve essere reimbarcato velocemente a Dunkerque, la difesa inglese si affida nuovamente alla marina. Con una variante rispetto ai secoli precedenti: lo sviluppo dell’aviazione militare. A quel punto è già chiaro che una flotta non può opporsi ad un massiccio attacco aereo; lo sarà in modo inequivocabile con le battaglie del Pacifico, da Pearl Harbour a Midway che segneranno il declino della corazzata ed il subentrare della portaerei, oggi regina incontrastata dei mari. I tedeschi sanno di non avere una flotta minimamente comparabile con quella inglese, ma confidano nel fatto che una netta superiorità aerea, pur limitata ad alcuni giorni, consenta loro di trasbordare indisturbate oltre Manica alcune divisioni corazzate. Gli inglesi sanno di non avere difese terrestri e, almeno all’inizio, nemmeno un esercito in Gran Bretagna (non essendo la Home Guard molto più che postini con un fucile) che possa contrastare un invasione. Tutto quindi si gioca sulla capacità della RAF (Royal Air Force) di impedire alla Luftwaffe di raggiungere la supremazia nei cieli.

Le due forze aeree che si vengono a scontrare sono, però, profondamente diverse per concezione, progettazione e finalità di impiego. Negli anni ’30, i militari tedeschi guardano alle vicende della Prima Guerra Mondiale e ripensano alle tattiche di infiltrazione che li hanno condotti ad alcuni successi, Caporetto su tutti. Sviluppano così l’idea di cercare la superiorità schiacciante in un punto, aprire una breccia nel fronte nemico e sfruttarla in profondità, andando a colpire i centri nevralgici della struttura organizzativa avversaria, invece di allargarla, attaccando le truppe ai lati. Per ottenere il successo sono necessarie sorpresa, potenza, limitatamente alla zona interessata, e velocità. Nasce così il concetto di blitzkrieg, un attacco portato a fondo, da unità così veloci da non dare al nemico il tempo di riorganizzarsi tappando la falla: le divisioni corazzate. Il punto non è il numero di carri armati, ma il modo in cui sono organizzati. La Panzer-Division è una unità autonoma, in cui tutti i componenti sono motorizzati, anche i servizi, che avanza senza attendere l’arrivo delle unità di fanteria a presidio delle zone occupate. Il che pone un problema: è troppo rischioso mandare da sole, a grande distanza, unità monoarma, è necessario il supporto complementare di almeno un’altra arma che non può essere la fanteria, né l’artiglieria, troppo lenta e pesante. Può esserlo l’aeronautica: si concepisce così un’arma aerea il cui compito è spianare la strada e sostenere l’avanzata dei carri, non solo in termini di osservazione, collegamento e rifornimento, ma essenzialmente di fuoco. Si sviluppano, per questo scopo, aerei in grado di colpire obiettivi a terra, postazioni di artiglieria, bunker, carri nemici. Il più adatto allo scopo è lo Stuka (Junkers Ju 87) a tuffo, cui seguono bombardieri medi veloci quali Heinkel 111 e Dornier 217; si trascura invece la costruzione di quadrimotori pesanti che non possono eseguire l’attacco in picchiata. L’Heinkel 177 entrerà in servizio solo nel 1942. Il problema di questi bombardieri, concepiti per il supporto ad operazioni di terra, è la vulnerabilità nei confronti della caccia nemica, per cui lo Stuka deve essere ritirato sin dai primi giorni e gli altri necessitano di scorta. La Luftwaffe ha un ottimo caccia il Messerschsmidt BF109, ma la sua autonomia è molto limitata e spesso è costretto a rientrare prima dei bombardieri, specie se ingaggiato, quindi si adatta male al servizio di scorta. Il caccia a lungo raggio Messerschsmidt BF110 non è all’altezza delle aspettative, in particolare contro gli ottimi Spitfire ed Hurricane. Detto in altri termini, la Luftwaffe non è concepita per una guerra aerea perché non ha sviluppato un bombardiere strategico quale il Boing B-17 «fortezza volante», da cui poi deriveranno il B-29, primo a sganciare la bomba atomica, ed il B-52, protagonista del film di Kubrick Il dottor Stranamore, tutt’ora in servizio.

Se gli anni prebellici erano serviti ai tedeschi a sviluppare l’attacco intorno all’idea di blitzkrieg, servirono agli inglesi a mettere a punto un sistema difensivo in caso di attacco aereo. Costituito da una prima linea costiera di cinquantuno radar, cui se ne affiancò una seconda, più interna, era supportato da un migliaio di posti di osservazione a terra, in grado di rilevare numero, velocità e direzione degli aerei nemici. Tutte le informazioni erano convogliate alla centrale operativa che le visualizzava collocando e spostando pedine su una mappa e reagiva inviando i caccia in numero ed al momento più opportuni. Inoltre questo sistema consentiva di allertare gli obiettivi presunti con anticipo e di evitare un costante pattugliamento in volo, con conseguente risparmio di mezzi. L’intera organizzazione funzionò egregiamente sia per la capacità di analisi e visualizzazione dei dati (che oggi chiameremmo infografica), sia per la centralizzazione delle decisioni presso il Fighter Command, posto alle dipendenze del maresciallo Dowding.

La battaglia.

A questi svantaggi strutturali, si aggiungono, per la Luftwaffe altri svantaggi operativi. In primis l’inizio delle operazioni ad estate inoltrata, anche a causa delle settimane perse nell’organizzare la vittoriosa parata a Parigi, dà una finestra troppo breve, interrotta da giornate di maltempo, consentendo alla RAF di riprendere fiato. Quindi il fallimento del servizio di intelligence tedesco che sopravvaluta le perdite e sottostima la produzione inglese, fuorviando l’alto comando tedesco. Inoltre, una capacità di produzione industriale superiore a quella tedesca in fatto di velivoli. Infine un effetto «campo», dato dalla possibilità, per i piloti inglesi abbattuti e paracadutati, di rientrare in servizio in poche ore, mentre i loro avversari sono internati nei campi di prigionia.

Pesa, in aggiunta, una non chiara definizione degli obiettivi da conseguire. L’idea è che la Luftwaffe realizzi una finestra di superiorità aerea per consentire uno sbarco, ma esercito e marina tergiversano e discutono sulle modalità di come debba essere attuato. Per la marina sarebbe meno rischioso uno sbarco su una zona ristretta tra Dover ed Eastbourne, dati gli scarsi mezzi in dotazione, per lo più chiatte sottratte al naviglio mercantile fluviale tedesco, in parte bombardate nei porti dal nemico; per l’esercito sarebbe meglio ampliare ad ovest la fronte di sbarco per consentire una più ampia manovra offensiva a terra. In tutto ciò, i preparativi sono effettuati con scarsa convinzione, rimanendo in attesa che l’aviazione svolga il compito principale. Gli obiettivi stessi della Luftwaffe sono più volte modificati in poche settimane.

In una fase preliminare, nel mese di luglio, si attacca il naviglio mercantile nel Canale della Manica, con l’obiettivo di attirarvi i caccia inglesi, ma a prevalere è la prudenza di Dowding che già durante le ultime fasi della campagna di Francia aveva utilizzato i propri mezzi con grande parsimonia. Le perdite sono in rapporto di due ad uno in favore della RAF. Fra il 13 ed il 19 agosto ha inizio la battaglia vera e propria con attacchi alle stazioni radar, per cui solo una, sull’isola di White, è gravemente danneggiata, ma non se ne coglie l’importanza. Già nei primi giorni si ritirano i vulnerabili Stukas, inoltre subisce gravi perdite ed è ritirata dalla battaglia la Luftflotte 5, stanziata in Novegia. Le perdite quotidiane oscillano tra le due e le tre, contro uno. Dal 19 al 23 si impone una sospensione per maltempo. Il 24 agosto, mutamento di tattica, ci si concentra contro le stazioni di settore, vitali centri di comunicazione ed i campi avanzati dei caccia, arrivando vicini all’obiettivo di portare la RAF al collasso. Nelle due settimane che precedono il 6 settembre, le perdite sono complessivamente quasi pari, con un lieve vantaggio tedesco, ma in fatto di caccia il rapporto è di due aerei inglesi abbattuti, contro uno nemico. Questo è il momento in cui la Luftwaffe è più vicina alla vittoria ma, per l’incapacità di valutare correttamente la situazione, causa il pessimo servizio informazioni, non coglie l’attimo, muta nuovamente tattica ed inizia i pesanti bombardamenti su Londra, abbandonando più sensibili obiettivi militari. La motivazione è di carattere psicologico e politico. Il giorno 23, per errore, è colpito il centro di Londra, invece che fabbriche e depositi. La sera vi è effettuata una rappresaglia su Berlino, poi reiterata tra il 28 ed il 29. I danni materiali sono minimi, quelli morali enormi, su un popolo convinto che la guerra sia sostanzialmente finita e vinta. Hitler parla al popolo il giorno 4 settembre, promettendo che le città inglesi saranno rase al suolo, dal 7 al 15 Londra viene bombardata giorno e notte, la RAF può così riprendersi: il giorno 15 i bombardieri sono attaccati e dispersi dai caccia di Sua Maestà. Le perdite dell’ultimo periodo tornano ad essere due contro uno, a svantaggio per la Lufwaffe. Il 17 settembre l’operazione di Seelöwe viene rinviata a tempo indeterminato, per il mancato obiettivo di superiorità aerea, poi definitivamente annullata, per non potersi svolgere lo sbarco durante il periodo invernale.

Interpretazioni e conseguenze.

Vi sono almeno due differenti interpretazioni storiche sulla effettiva volontà di occupare la Gran Bretagna con uno sbarco ed una battaglia di terra. Liddle Hart Storia di una sconfitta (Milano, Rizzoli, 1949), sostiene che i preparativi per lo sbarco fossero sostanzialmente un bluff atto a piegare gli inglesi ad un accordo; tentativo reiterato con i bombardamenti sulla popolazione civile, allo scopo di fiaccarne il morale e suscitare una rivoluzione. La cosa non fu efficace anche per un’analisi che il governo inglese aveva commissionato anni prima, sulle conseguenze di un simile scenario: il rapporto, tenuto segreto, era di gran lunga più catastrofista di quanto poi avvenne, ipotizzava infatti l’evacuazione di tre quarti della popolazione urbana, distruzione di servizi, milioni di persone con esaurimento nervoso. Con queste aspettative, a fronte della sostanziale tenuta del tessuto sociale, Churchill fu ancor più determinato a resistere. La seconda visione è quella di Shirer Storia del Terzo Reich (Torino, Einaudi, 1959) secondo cui, invece, lo sbarco fu organizzato concretamente ed Hitler non avrebbe avuto esitazioni di fronte a ragionevoli possibilità di successo, scongiurate dalla sconfitta nei cieli.

Vi sono vari indizi che mi fanno propendere per la prima ipotesi. L’operazione fu rinviata un paio di volte, quindi annullata, senza che fosse ripresa in considerazione nella più opportuna primavera del 1941, data la concentrazione di tutti gli sforzi verso l’invasione dell’URSS; però anche nell’autunno del 1939, i generali erano titubanti di fronte all’invasione della Francia, l’attacco fu rimandato quattordici volte ed infine attuato, del tutto stravolto con l’adozione del Piano Manstein, il 10 maggio 1940; la determinazione di Hitler aveva superato ogni ostacolo. Secondo indizio è il sostanziale disinteresse per lo scacchiere del Mediterraneo, di cui gli inglesi controllavano le costa africana ed orientale e le tre chiavi: Gibilterra, Malta e Suez. Contrariamente alla indicazioni del Grande Ammiraglio Reader, Hitler rinunciò a Gibilterra per non coinvolgere la Spagna nel conflitto, preferì Creta (maggio 1941) a Malta ed inviò l’Afrika Korps in Libia con due divisioni corazzate (febbraio 1941), quando ne erano state calcolate almeno quattro per vincere in Egitto; Rommel ottenne vittorie strepitose e fu poi vittima delle stesse aspettative che aveva creato, ma la sensazione è che fosse stato mandato per pareggiare, riequilibrando una situazione compromessa, non per vincere. Da ultimo non mi risulta che alcun comandante tedesco sia stato silurato per aver perso la Battaglia di Inghilterra, a differenza di quanto avvenne nel dicembre del 1941, quando Guderian fu destituito per aver mancato la conquista di Mosca. A cadere in disgrazia l’indomani della vittoria fu, invece, il Maresciallo Dowding: misteri delle gerarchie militari.

Le conseguenze furono una situazione di stallo, non di pace, sul fronte occidentale e meridionale. Hitler ritenne che la sconfitta dell’URSS avrebbe deciso le sorti del conflitto, rendendo inattaccabile il Reich, anche in caso di intervento americano. Tuttavia ciò non avvenne, in parte per le forze sempre crescenti che dovette tenere di stanza in Norvegia, Olanda e Francia o impegnate in Nord Africa, poi in Italia dal 1943. Se avesse rimandato l’Operazione Barbarossa al 1942, dedicando tutte le risorse all’invasione dell’Inghilterra ed al Mediterraneo nel 1941, forse oggi scriveremmo una storia molto diversa. Il non averlo fatto è sintomatico della scarsa centralità attribuita a questi obiettivi: nel futuro immaginato dalla fervida mente del Fuhrer, utopico per i tedeschi ariani, distopico per tutti gli altri, la Russia faceva parte del lebensraum, lo spazio vitale tedesco, l’Inghilterra no. Anzi, si pose addirittura il problema se versare del sangue tedesco, per la sua conquista, non avrebbe finito con l’avvantaggiare altre potenze (Giappone, Stati Uniti e Russia) che se ne sarebbero spartite facilmente l’impero.

L’idea di fondo è che ci fosse spazio per un accordo, una spartizione di sfere di influenza, tra la Germania continentale e la Gran Bretagna marittima. Per questo la volontà di Hitler di sottometterla non fu così caparbia come nei confronti di Francia e Russia. Non valutò correttamente quanto fosse, invece, tenace la volontà inglese, ben rappresentata da Churchill, forte di cinque secoli di storia alle spalle, di non accettare alcun accordo con una potenza egemone sul continente europeo. Se Hitler avesse potuto visitare Blenheim Palace, forse, se ne sarebbe reso conto.