Fede e ragione, di Marco Calzoli
Nel capitolo 3 della Genesi, il primo libro della Bibbia, si menziona il “serpente”. Leggiamo l’intero capitolo:
1 Il serpente era la più astuta di tutte le bestie selvatiche fatte dal Signore Dio. Egli disse alla donna: «È vero che Dio ha detto: Non dovete mangiare di nessun albero del giardino?». 2 Rispose la donna al serpente: «Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, 3 ma del frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: Non ne dovete mangiare e non lo dovete toccare, altrimenti morirete». 4 Ma il serpente disse alla donna: «Non morirete affatto! 5 Anzi, Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male». 6 Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch’egli ne mangiò. 7 Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e si accorsero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture.
8 Poi udirono il Signore Dio che passeggiava nel giardino alla brezza del giorno e l’uomo con sua moglie si nascosero dal Signore Dio, in mezzo agli alberi del giardino. 9 Ma il Signore Dio chiamò l’uomo e gli disse: «Dove sei?». 10 Rispose: «Ho udito il tuo passo nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto».
11 Riprese: «Chi ti ha fatto sapere che eri nudo? Hai forse mangiato dell’albero di cui ti avevo comandato di non mangiare?».
12 Rispose l’uomo: «La donna che tu mi hai posta accanto mi ha dato dell’albero e io ne ho mangiato». 13 Il Signore Dio disse alla donna: «Che hai fatto?». Rispose la donna: «Il serpente mi ha ingannata e io ho mangiato».
14 Allora il Signore Dio disse al serpente:
«Poiché tu hai fatto questo,
sii tu maledetto più di tutto il bestiame
e più di tutte le bestie selvatiche;
sul tuo ventre camminerai
e polvere mangerai
per tutti i giorni della tua vita.
15 Io porrò inimicizia tra te e la donna,
tra la tua stirpe
e la sua stirpe:
questa ti schiaccerà la testa
e tu le insidierai il calcagno».
16 Alla donna disse:
«Moltiplicherò
i tuoi dolori e le tue gravidanze,
con dolore partorirai figli.
Verso tuo marito sarà il tuo istinto,
ma egli ti dominerà».
17 All’uomo disse: «Poiché hai ascoltato la voce di tua moglie e hai mangiato dell’albero, di cui ti avevo comandato: Non ne devi mangiare,
maledetto sia il suolo per causa tua!
Con dolore ne trarrai il cibo
per tutti i giorni della tua vita.
18 Spine e cardi produrrà per te
e mangerai l’erba campestre.
19 Con il sudore del tuo volto mangerai il pane;
finché tornerai alla terra,
perché da essa sei stato tratto:
polvere tu sei e in polvere tornerai!».
20 L’uomo chiamò la moglie Eva, perché essa fu la madre di tutti i viventi.
21 Il Signore Dio fece all’uomo e alla donna tuniche di pelli e li vestì.
22 Il Signore Dio disse allora: «Ecco l’uomo è diventato come uno di noi, per la conoscenza del bene e del male. Ora, egli non stenda più la mano e non prenda anche dell’albero della vita, ne mangi e viva sempre!». 23 Il Signore Dio lo scacciò dal giardino di Eden, perché lavorasse il suolo da dove era stato tratto. 24 Scacciò l’uomo e pose ad oriente del giardino di Eden i cherubini e la fiamma della spada folgorante, per custodire la via all’albero della vita.
Se leggiamo Apocalisse 20, 2, abbiamo la conferma che l’antica serpe è il diavolo, Satana. Viene detta “antica” in quanto si riferisce a Genesi.
In ebraico la parola “serpente” è nachash, da un verbo che vuol dire “luccicare”. Quindi il vocabolo ebraico identifica in primo luogo qualcosa che luccica, che brilla, che spande luce. Ma lo stesso termine vuol dire anche “serpente”.
Non è l’unica volta nella Bibbia in cui si associa lo splendore a qualcosa di altro, cioè esseri non umani. Infatti saraf vuol dire “splendente, infuocato” e in Isaia 6, 2 e 6, 6 la parola significa serafino, un tipo di angelo. Ma allo stesso modo al plurale (serafim) in Numeri 21 si usa per parlare dei serpenti ardenti, il cui morso procurava la morte. Al versetto 8 Dio comanda di fare un serpente ardente (saraf) e di metterlo sopra un’asta, ma al versetto 9 Mosè fece un serpente di bronzo e si usa nachash. Insomma sono parola intercambiabili per indicare sia qualcosa che arde sia qualcosa che striscia come un serpente.
Allora in Genesi 3 forse abbiamo a che fare con un essere che brilla. È inverosimile che Eva credette a un serpente che parla, è molto più probabile che le apparve un angelo, che la invitò a mangiare del frutto. Infatti in 1Corinzi 11, 14 si dice che il diavolo può apparire come un angelo di luce.
L’unico altro passo che ci racconta qualcosa del diavolo in termini simili a quelli di Genesi 3 è Ezechiele 28: si parla di due persone, il principe di Tiro e il re di Tiro. Il primo è chiaramente un essere umano, il secondo è un kerub, cioè un cherubino, vale a dire un angelo. Al versetto 13 si dice che era nell’Eden, come il nachash di Genesi 3. Era bello e perfetto sin dal giorno in cui fu creato, pieno di sapienza, ma poi si ribellò a Dio, corrompendosi a motivo del suo splendore, quindi fu gettato a terra da Dio. Questo corrisponde alle parole rivolte a Satana nel capitolo 3 di Genesi (ultima parte: “… polvere mangerai”). Poi, anche il nachash di Genesi 3 è “sapiente” (‘ā·rūm, che si può tradurre anche come “astuto”): non si dice che era una “animale selvatico”, in quanto hayyat significa letteralmente “essere vivente”. È significativo che la traduzione greca è zoon, termine impiegato in Apocalisse 4 per indicare gli angeli.
Allora “Il serpente era la più astuta di tutte le bestie selvatiche fatte dal Signore Dio” andrebbe meglio tradotto così: “L’angelo di luce era il più sapiente di tutti gli esseri viventi creati dal Signore Dio”.
Ci sono altri passi in cui nella Bibbia il diavolo è indicato come un serpente, ma, secondo una interpretazione, abbiamo a che fare con la figura retorica della ipocatastasi, in cui qualcosa viene sostituito da un altro elemento che non gli assomiglia in tutto ma ha solo per alcune caratteristiche in comune. In 2Timoteo 4, 17 Nerone è detto leone e in Luca 13, 32 Erode è detto volpe.
Il punto decisivo della nostra vita, quello che fa la differenza, è a chi dobbiamo credere per salvarci ed essere felici. Dobbiamo annaspare nei piaceri del denaro e della carne? Oppure dobbiamo seguire qualche guida spirituale? E quale?
Uno dei più importanti principi teologici formulati dal più grande teologo di tutti i tempi, san Tommaso d’Aquino, è che fede e ragione devono andare di pari passo.
Esiste la Bibbia e va letta, ma la interpretazione della Bibbia non va mai discostata dalla tradizione, che per fede abbiamo ricevuto il giorno del battesimo. È da più di duemila anni che la Chiesa Cattolica insegna la retta interpretazione della Bibbia, la quale non va mai soggetta a privata interpretazione (cfr. 2Pietro 1, 20-21).
I protestanti usano la ragione e rinnegano la fede. Gli atei e gli eretici che adottano la Bibbia per dimostrare le loro tesi, fanno la stessa identica cosa.
Il senso del battesimo è quello di essere dei fari che illuminano gli altri, ma con la luce che viene da Dio. Leggiamo nel Vangelo di Matteo, al capitolo 3:
12 Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente.
14Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. 16Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli.
Cosa significa il paragone del sale? Forse, secondo una interpretazione, Cristo si riferiva alla cottura delle maioliche e delle terrecotte. In Palestina tuttora ci sono pochi boschi, quindi vi era scarsità di legname da usare per i forni, allora gli artigiani aggiungevano molto sale, che con le sue proprietà faceva salire la temperatura, permettendo di risparmiare sul legno. Quando il sale non era più adatto allo scopo, veniva gettato sulla strada per sanare le buche.
Cristo ci invita ad essere opere d’arte! Ora l’opera d’arte non può vantarsi di essere bella, altrimenti commette lo stesso errore del diavolo. La creazione artistica è tale perché un genio la ha posta in essere.
Allo stesso modo la luce non illumina sé stessa, ma serve a illuminare l’ambiente circostante. Sarebbe mai possibile che la luce voglia donare qualcosa di sé? La luce fa splendere qualcosa di altro per manifestarlo all’occhio. È il diavolo che non accetta di essere uno strumento di Dio e vuole vantarsi della propria luce, illuminando gli altri con la sapienza personale.
Allora l’invito di Cristo, nel dirci di essere sale e luce, è quello della umiltà. Il sale in sé stesso non serve, ma è utile a esaltare il sapore dei cibi. Il cristiano deve illuminare non con la luce propria bensì con quella di Dio.
Ne consegue che possiamo portare agli altri Dio facendo non “di testa nostra” bensì essendo fedeli alla tradizione, che da più di duemila anni ci insegna cosa credere e cosa tramandare rettamente.
I teologi affermano che la fede cristiana deve essere accettata in toto: anche un solo vizio nella dottrina fa crollare tutto l’edificio. Se anche si altera una sola delle verità tramandate dal Magistero della chiesa, si rischia di contaminare ogni cosa.
Fare “di testa nostra” ha anche lo svantaggio che la ragione discorsiva è in sé contraddittoria: come insegnavano i sofisti, la logica formale può dire tutto e il contrario di tutto.
Pensiamo solamente alla critica storica. Ogni cento anni possiamo dire in qualche modo che la storia cambia, non perché cambiano i “fatti” bensì la loro “interpretazione”.
Infatti, per fare un esempio, da molto tempo si osanna la grande democrazia di Atene, ma, anche grazie alla critica storica svolta da Canfora, oggi sappiamo che le democrazie greche erano in realtà delle oligarchie: comandavano i ceti più abbienti, innanzitutto; e in secondo luogo, la parità e la libertà erano semplicemente una scelta demagogica per motivare il popolo a servire la macchina bellica; in terzo luogo, gli ateniesi erano dei feroci tiranni, sia all’interno (con l’ostracismo) sia con gli alleati.
Canfora ricorda come la struttura imperiale ateniese imperniata sul tributo (foros) imposto agli alleati era mutuata dall’impianto dell’impero persiano e in particolare della sua struttura fiscale. Pertanto la propaganda ateniese basata sulla polarità “mondo libero vs mondo schiavo” è piuttosto lontana dalla realtà. E ciò viene dimostrato anche dalla dipendenza sia degli spartani sia degli ateniesi dall’aiuto persiano. Un genio come Aristofane aveva intuito nella commedia intitolata “Babilonesi” che il regime di Atene era in realtà liberticida, potremmo chiamarlo “tirannide”: e questo sostantivo non è affatto fuori luogo, in quanto lo stesso Pericle lo adottò riferendosi all’impero ateniese (Tucidide II, 63, 2)[1].
Pertanto non si sa mai dove la semplice ragione, non sorretta dalla fede, vada a parare. Non per nulla le varie chiese protestanti, basandosi unicamente sulla Bibbia, dicono tutte “verità” differenti tra di loro.
Se vogliamo rifarci ancora alla storiografia, dobbiamo ricordare che non esiste mai la “causa” di una qualsiasi guerra. Lo notava lo stesso Tucidide quando asserviva che un conto era ciò che aveva portato alla ostilità armata vera e propria della guerra del Peloponneso (diremmo oggi la “scintilla” che innesca lo scontro) e un conto la causa vera (alethestate prophasis): la crescente potenza di Atene e il timore che essa ispirava agli spartani, rendendo la guerra inevitabile.
In seguito lo storico greco Polibio, riferendosi alla guerra tra macedoni e romani, formalizzava la distinzione tra tre cause:
- Prophaseis: Cause profonde, spesso nascoste (es. l’invidia, la necessità).
- Aitiai: Pretesti o motivazioni dichiarate.
- Archai: Le cause scatenanti, l’inizio formale della guerra.
Se stanno così le cose, è giusto chiedersi come si faccia a risalire alle cause reali di un conflitto armato. È stato detto che non esiste il “fatto” ma solo l’ “evento” (cioè la sua interpretazione). Ora, l’interpretazione cambia al variare del nuovo approccio razionale ai dati, sulla base della sensibilità delle nuove generazioni. Gadamer esprimeva questo concetto con l’espressione “circolo ermeneutico”.
Allora è molto rischioso affidarsi solo alla ragione: non solo nella storia ma anche in tutto ciò che facciamo. È lo schizoide che ha solo una ragione fredda, e per questo si dimentica di tutto il resto.
Offriamo anche un altro spunto di riflessione in relazione al nachash di Genesi 3.
Sono documentati da molto tempo contatti tra l’India e il Vicino Oriente antico. Nel Golfo Persico i mesopotamici avevano delle postazioni, dalle quali potevano arrivare in India in pochi giorni con imbarcazioni. Nel famoso obelisco di Shalmaneser III (I millennio a.C.) troviamo scimmie e elefanti indiani, mentre in una delle storie Jataka, chiamata “Baberu Jataka” (V secolo a.C.), troviamo un preciso riferimento al fatto che mercanti indiani effettuassero viaggi a Babilonia (terra di Baberu).
In 2Cronache 9, 21 si ricorda che Salomone possedeva navi che andavano a Tarsis, probabilmente una città nel sud del Subcontinente indiano.
Alcuni quindi hanno proposto un contatto tra Genesi 3 e la mitologia indiana. Secondo tale interpretazione, nachash indicherebbe veramente un “serpente”.
Il demone indiano Kali (da non confondere con la dea Kāli) è una figura mitologica indù, che personifica il vizio, la discordia e il caos, ed è la divinità che presiede all’attuale era oscura, il Kali Yuga.
Il demone Kali rappresenta l’incarnazione del peccato e la personificazione delle sei debolezze umane (lussuria, rabbia, avidità, ego, attaccamento, gelosia). Apparso durante la transizione al Kali Yuga, è descritto come un’ombra scura e malevola, destinato a seminare disordine. È noto per possedere le menti dei mortali spingendoli ad atti malvagi, in particolare attraverso il gioco d’azzardo, l’alcol, la prostituzione, l’omicidio e l’oro.
Nel Mahabharata, quando il re Nala viene liberato dal gioco d’azzardo, il demone Kali viene scacciato e si nasconde o viene confinato in un albero chiamato Vibhitaka. Questo albero è sacro al demone poiché i suoi frutti sono stati storicamente usati per creare i dadi da gioco, strumento simbolo del suo potere di corruzione.
Il frutto dell’albero Vibhitaka, utilizzato nel gioco d’azzardo, simboleggia i “frutti” del Kali Yuga: la decadenza morale, l’inganno, l’egoismo e il declino della virtù.
Anche in questo mito indiano il demone Kali offre un frutto per ingannare e spingere al peccato.
Ora, il nome del demone “Kali” è simile al nome del serpente mitologico indiano “Kaliya”, il quale stava nel fiume Yamuna e fu ucciso da un dio. Non solo, ma la terribile dea indiana Kali (anche lei ha questo nome) è raffigurata spesso contornata da serpenti, simboli del suo potere sulle energie vitali dell’universo. Ed è significativo che in sanscrito “serpente” si dice naga, da cui per alcuni sarebbe derivata la parola ebraica nachash.
Sono interessanti questi possibili contatti con Genesi 3. A questo punto, se il demone spinge al peccato, bisogna chiedersi quante “luci” esistono. C’è infatti la luce del bene (Dio) e un altro tipo di luce, cioè una sapienza opposta, demoniaca, serpentina.
Nei templi greci vi erano serpenti consacrati al dio Apollo, i quali premettevano la divinazione. Infatti le sacerdotesse di Apollo predicevano il futuro poiché avevano tali rettili consacrati nel proprio corpo. Pertanto, con l’avvento del monoteismo, le divinità pagane divennero i “diavoli”, cioè coloro che stavano contro Dio. Pertanto la sapienza pagana era vista come qualcosa di demoniaco, associata al peccato e al vizio.
In questa rete di possibili corrispondenze si situerebbe nel racconto di Genesi 3 anche quella cananea: i riti idolatrici della terra di Canaan, vicina alla Palestina, prevedevano riti sessuali, che sarebbero stati evocati dal simbolo del serpente, un noto simbolo fallico. Da questa simbolica sessuale, il culto del serpente divenne un elemento diffuso e significativo nelle pratiche religiose cananee dell’Età del Bronzo, spesso legato a riti di fertilità, guarigione e poteri ctonii (sotterranei). I cananei vedevano il serpente non necessariamente come un simbolo di male, ma come un mediatore di sapienza, rigenerazione (legata alla muta della pelle) e forza vitale.
Allora, quante “luci”, quante “sapienze” esistono? Ritornando a noi, possiamo dire che esiste anche una sapienza non cristiana, ma tale sapere occulto è una falsa luce. Senza la fede, la sola ragione è una “sapienza” solo all’apparenza sapiente, in realtà è cieca.
La vera luce è Cristo, così come proposto dalla chiesa da duemila anni a questa parte. “Io sono la luce del mondo” è una celebre affermazione di Gesù nel Vangelo di Giovanni ( 8,12), indicando che chi lo segue non camminerà nelle tenebre ma avrà la luce della vita. Questa espressione descrive Gesù come fonte di verità, speranza e salvezza, contrapposto al peccato e all’oscurità spirituale. Una falsa luce, quella del peccato, che in realtà è tenebra!
Ed è Cristo che i cristiani devono portare a tutto il mondo, illuminandolo con la forza che proviene dall’Eucaristia, vero corpo e sangue di Cristo.
[1] Per approfondire tale visione storica consigliamo L. Canfora, La grande guerra del Peloponneso, Roma-Bari 2024, in cui l’importante filologo italiano mette in risalto in particolare l’enorme contributo persiano nella guerra del Peloponneso. Ricordiamo altresì che in Atene vi era un potentissimo partito filopersiano. E Canfora non disdegna di menzionare che anche la Repubblica romana, dopo secoli di esibita libertas, giunse ad un esito monarchico, e poi di aperto “dispotismo orientale”, lo notò Appiano di Alessandria (Senofonte, Anabasi, I, 7, 6).



