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Nel 1981 fu, in verità, una delle poche volte che mi sia capitato, nel corso di tanti anni di frequentazione, in cui mi trovai d’accordo con Giorgio Bocca quando scrisse:

E milioni di italiani si devono essersi chiesti: ma perché la cultura e gli intellettuali ci hanno mentito per anni? Perché ci hanno sempre detto che di questo Guareschi, scrittorucolo ignobile, vecchio arnese fascista, non era proprio il caso di parlare: letteratura, lambrusco, immondezza anticomunista? […] A fiuto, a naso, i nostri intellettuali avevano capito che quell’isolato, irsuto, anomalo scrittore della Bassa padana aveva dentro di sé qualcosa di molto pericoloso: pensava con la sua testa, diceva la verità, discutibile certo, nei contenuti e nello stile, ma una verità opposta al niente, alla menzogna, al conformismo, al sovieto-americanismo degli scrittorucoli che vincevano il premio Viareggio e che avrebbero impiegato chi venti, chi trent’anni per accorgersi che nell’Urss c’era una dittatura burocratica.

Giorgio Calcagno, una volta, mi disse, quasi a bruciapelo, che fu una grossa ingiustizia non aver conferito premi letterari a Guareschi, sicuramente uno degli scrittori italiani più letti e tradotti nel mondo. Nella sua Storia della letteratura italiana Giulio Ferroni gli concesse una riga: «Guareschi non ha valore né letterario né culturale». Dopo un lungo silenzio, nel corso degli anni ed in particolare a partire dal 2008, col centenario della sua nascita, abbiamo avuto una progressiva rivalutazione di Giovannino Guareschi, creatore dei personaggi di Don Camillo e di Peppone, ma anche di un giornale, “Candido”, che tra il 1945 e il 1961 rappresentò qualcosa di importante nella storia del giornalismo e del costume italiani. Nel luglio 2008 mi capitò un fatto curioso. Annunciai alla Presidenza del Consiglio dei Ministri che avrei ricordato Guareschi ad Alassio, dove lo scrittore andò in vacanza per alcuni anni insieme alla famiglia. Sollecitavo un messaggio del Presidente del Consiglio, allora Silvio Berlusconi, in occasione del centenario della nascita, da leggere all’incontro alassino. Mi era capitato di sollecitare nel corso degli anni messaggi di saluto ad altri presidenti che inviarono dei testi in occasione di diversi convegni del Centro “Pannunzio”. Ricevetti allora la quasi incredibile telefonata di una cortesissima funzionaria di palazzo Chigi che mi parlò della disponibilità di un saluto, a patto però che io le fornissi elementi sufficienti su Guareschi che le consentissero di predisporre il testo di un telegramma. Mi confessò candidamente che di Guareschi non sapeva nulla. Rimasi sorpreso nel leggere esattamente le parole che io avevo scritto via fax e che ritrovai riprese anche dal “Corriere della Sera” che, riportando il telegramma, sottolineava come Berlusconi non avesse lasciato passare sotto silenzio l’anniversario. “L’Unità” nel luglio 1968 titolò un acido articolo che annunciava la morte di Guareschi, in un modo che oggi sarebbe impensabile: «È morto uno scrittore mai nato». Era il clima incandescente di quegli anni a stordire, a causa delle frequenti sbornie ideologiche, anche uomini di cultura e giornalisti intelligenti e colti che dovettero però attendere molti anni per cambiare il loro linguaggio. Quel giudizio, privo di rispetto per Guareschi appena morto, non se lo sarebbe forse permesso neppure Fortebraccio. Arrigo Olivetti mi raccontò che Maurizio Ferrara, direttore de “L’Unità” nel 1968 e figlio di Mario Ferrara collaboratore de “Il Mondo” di Pannunzio, gli disse che lui certi libri che rivelavano cosa fosse per davvero l’Unione Sovietica non aveva mai avuto il coraggio di leggerli, perché gli avrebbero impedito di continuare ad essere comunista. Una manifestazione di sincerità quasi disarmante. Ad inaugurare un discorso innovativo e coraggioso su Guareschi fu nel 1981 Beppe Gualazzini, autore di una bella biografia che meriterebbe di essere letta da chiunque voglia accostarsi allo scrittore-umorista di Roncole Verdi, con animo sgombro da pregiudizi. Prima di Gualazzini la parola d’ordine era il silenzio, quello studiato silenzio che portò l’Italia ufficiale ad ignorare i funerali dell’uomo che, pur essendo stato uno dei protagonisti della vittoria democristiana del 18 aprile 1948, volle nella bara – oltre alle prime scarpine dei suoi figli – una bandiera con lo stemma sabaudo, a testimonianza della coerenza che egli dimostrò nel momento in cui, giovane ufficiale, affrontò il lager tedesco, pur di rimanere fedele al giuramento prestato. In effetti, ai suoi funerali non andò neppure il monarchico Alfredo Covelli, reduce dall’ultimo naufragio elettorale avvenuto proprio nel 1968.  Furono circa 600.000 i soldati italiani deportati in Germania dopo l’8 settembre 1943. Nel suo Diario clandestino dedicato «ai miei compagni che non tornarono», Guareschi ci ha lasciato la più umana, drammatica e poetica delle testimonianze dell’eroica tragedia degli internati che, come scrisse Guareschi, sentivano «avvitate nella carne» le loro stellette di soldati. Un’espressione che suggerì al generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, di parlare di «alamari cuciti sulla pelle». Il libro uscì nel 1949 e consentì al pubblico italiano di conoscere quella storia vissuta da molti che Guareschi raccontò subito e in modo irripetibile. Solo nel 1996 Alessandro Natta, anche lui internato militare, pubblicò il suo libro di memorie, intitolandolo L’altra resistenza,un riconoscimento postumo pur tuttavia molto importante, perché solo molto tardivamente agli internati venne riconosciuto il ruolo di resistenti. Di quei tempi terribili di prigionia scrisse: «Non abbiamo vissuto come bruti. Non ci siamo rinchiusi nel nostro egoismo. La fame, la sporcizia, il freddo, le malattie, la disperata nostalgia delle nostre mamme e dei nostri figli, il cupo dolore per l’infelicità della nostra terra non ci hanno sconfitti. Non abbiamo dimenticato mai di essere uomini civili, con un passato e un avvenire». Tornato dal lager, si distinse come direttore di “Candido” anche nella battaglia a favore della Monarchia nel referendum istituzionale del 1946, una battaglia impossibile da vincere, se si considera il clima ancora da guerra civile che dominava in una parte dell’Italia, soprattutto quella nel Nord, ad appena un anno dalla Liberazione del 25 aprile. C’è stato anche chi, come Gianfranco Venè, vide addirittura nel rapporto tra don Camillo e Peppone una prova generale del «compromesso storico» ipotizzato da Berlinguer e Moro: ipotesi che appare davvero poco sostenibile, sia perché Guareschi fu un anticomunista a 24 carati, sia perché i due personaggi guareschiani – fermissimi nelle loro idee fino a darsele di santa ragione – si ritrovavano esclusivamente sul piano umano, al di là delle ideologie che li dividevano in modo nettissimo. In ogni caso, era una storia immaginata nella Bassa parmense dove, come diceva Guareschi, il «mondo piccolo» raccontato è un «pezzo della pianura padana» in «quella fettaccia di terra tra il Po e l’Appennino». Una volta Nicola Abbagnano mi disse che “Candido” era spesso un distillato di pura intelligenza. Mentre in “Candido” Guareschi combatté con le sue feroci vignette i comunisti, deridendoli per la loro granitica obbedienza al partito, nel «Don Camillo» finì per far prevalere il lato umano, a volte anche idillico, di una storia in cui lo scontro politico viene sospeso, poche volte superato da fattori che appartengono più alla generosità e al cuore grande dello scrittore che ai suoi personaggi. Particolare significato ha Il compagno don Camillo dove si racconta di un viaggio nell’Urss in cui si intrecciano fantasia, storia e sentimento. Quel libro ottenne l’attenzione di un uomo raffinato come il cardinale Gianfranco Ravasi che parlò dell’Eucarestia che don Camillo celebrò  nel campo di grano cresciuto sul cimitero di guerra italiano che i sovietici avevano profanato. Diede un apporto importante alla campagna elettorale del 1948 contro il fronte popolare social-comunista. Resta memorabile la sua vignetta che raffigurava lo scheletro di un soldato italiano dietro il filo spinato con tre simboli nel cielo nero: la falce e martello, la stella rossa dell’Urss e il volto di Garibaldi con la scritta in alto: «100.000 prigionieri italiani non sono tornati dalla Russia». E in basso: «Mamma votagli contro anche per me». Mio suocero Roger Pegnaieff, che ebbe la famiglia sterminata dai bolscevichi durante la Rivoluzione d’Ottobre, leggeva ed amava Guareschi e chiamava l’Urss di Stalin, come Guareschi, “Baffonia”. Guareschi era un artista fantasioso che creava i suoi protagonisti attraverso l’immaginazione e apparirebbe un po’ assurdo attribuirgli canoni realistici incompatibili con il suo animo di poeta e di uomo. Il fatto che il suo capolavoro sia stato tradotto in tutte le lingue (oltre venti milioni di lettori in tutto il mondo) sta a dimostrare che Guareschi, attraverso Don Camillo e Peppone riuscì a creare un universo artistico ed umano che interessava e coinvolgeva lettori di ogni Paese e di ogni cultura, pur partendo da una saga paesana della Bassa parmense.  Il Papa Giovanni XXIII amava i libri di Guareschi, Papa Francesco ha citato don Camillo e Papa Benedetto XVI ama molto i film tratti dai racconti di Guareschi. Guareschi va ricordato e soprattutto letto o riletto per il suo estro e la sua genialità di scrittore. Ha poca importanza che fosse uomo di destra perché egli va giudicato superando le valutazioni ideologiche del passato. Dopo gli anni delle fratture e delle incomprensioni, delle rigidezze e delle scomuniche, Guareschi va riletto senza servirsi delle lenti colorate dalle simpatie o dalle antipatie politiche. Certamente fu un uomo coerente con le sue idee che pagò anche con il carcere nel 1954. L’accusa mossa dallo scrittore a De Gasperi fu quella di aver scritto lettere, sollecitando il bombardamento di Roma da parte degli Alleati. La verità non è mai stata chiarita fino in fondo, ma resta il fatto che Guareschi non interpose neppure appello e si presentò al carcere di Milano anche perché non poté usufruire della pena condizionale in quanto aveva giù subito una precedente condanna nel 1950, come direttore responsabile del giornale che dirigeva, per una vignetta di Carlo Manzoni, considerata vilipendio al presidente della Repubblica Luigi Einaudi caricaturizzato mentre passava in rivista delle bottiglie di Nebiolo di sua produzione, immaginate come corazzieri. Certamente una condanna ingiusta, se pensiamo all’ingenuità e mitezza della raffigurazione, specie se paragonata con la violenza politica verbale e non verbale del momento storico che l’Italia visse nei primi anni del dopoguerra. Quando il magistrato di Parma lo condannò senza porsi il problema di una perizia calligrafica, prese lo zaino di internato e si recò alla prigione commentando: «No, niente appello. La mia dignità di uomo libero, di cittadino e di giornalista libero è faccenda mia personale e, in questo caso, accetto soltanto il consiglio della mia coscienza. Riprenderò la mia vecchia e sbudellata sacca di prigioniero volontario e mi avvierò tranquillo e sereno in quest’altro lager. Ritroverò il vecchio Giovannino fatto d’aria e di sogni e riprenderò, assieme a lui, il viaggio incominciato nel 1943 e interrotto nel 1945. Niente di teatrale, niente di drammatico. Tutto semplice e naturale. Per rimanere liberi bisogna, a un bel momento, prendere senza esitare la via della prigione». Guareschi fu un uomo che ebbe alto il senso della dignità ed appartenne ad una categoria di giornalisti purtroppo esiguamente minoritaria. Davide Lajolo mi raccontò che quando dirigeva “L’Unità” a Milano ebbe occasione di incontrare sia pure in modo del tutto occasionale Guareschi. Lui, fierissimo suo avversario, oggetto di attacchi durissimi relativi al suo passato di gerarca fascista sul “Candido”, riconobbe con me in privato che Guareschi era un uomo coraggioso e onesto. Il valore letterario e umano di Giovannino, anche per merito dell’opera dei figli Carlotta ed Alberto e del Club dei Ventitré, è stato via via sempre più riconosciuto. Senza le esaltazioni acritiche volte a fare di lui un grande scrittore, ma anche senza le stroncature settarie o i silenzi conformistici intesi a creare un cono d’ombra attorno al suo nome e alla sua opera che ha rappresentato le storie minime di gente semplice con un linguaggio altrettanto semplice, ma ricco di grande umanità. Fu un «uomo di difficili costumi» brusco nei modi e dolcissimo nei sentimenti che fa onore all’Italia più di tanti scrittori e scrittorelli ospiti fissi delle più note trasmissioni televisive e beneficiari di tanti premi letterari. Giovanissimo, scrissi su di lui un necrologio dal titolo Addio, Giovannino che compare tra la bibliografia ufficiale di Guareschi. Nel 1968 furono pochi quelli che scrissero di Guareschi. Al suo funerale c’erano pochissime persone, nessun politico e quasi nessun collega. Nel 2008 ricordai Guareschi con una conferenza ad Alassio ed al Circolo degli Artisti di Torino con Dante Giordanengo che presentò le sue vignette più memorabili ed Ornella Pozzi lesse il racconto Colpo di stato dedicato all’ultimo Re Umberto II. Come ha scritto Sandra Giovanna Giacomazzi, «La storia di “un uomo alto”  che passeggiando nei boschi delle montagne svizzere finì oltre frontiera, per colpa di una birichinata di sua figlia che volle “tastare” l’Italia. Ospitati a tavola da una famiglia umile, l’uomo si dimostrò più umile ancora. Il racconto fa la spola fra scene di toccante modestia e reverenza fra la famiglia ed i suoi, e il comico e il ridicolo subbuglio creato nei palazzi dei ministeri romani per un temuto colpo di stato del mai nominato Re». Guareschi collaborò con Pier Paolo Pasolini nel film La rabbia che fu un insuccesso. Apparve strana questa sinergia con un uomo che sicuramente Guareschi non poteva stimare e che solo oggi viene considerato un maestro di vita. Negli ultimi anni scrisse per il “Borghese” articoli molto amari e pubblicò vignette molto aspre e disperate su “La Notte”. Era difficile ritrovare la sottile, intelligente ironia del “Candido” nell’ultimo Guareschi. Finì di dare voce al cattolicesimo più reazionario, non avendo voluto o potuto comprendere il significato del Concilio Vaticano II che egli identificò soprattutto nella riforma liturgica che introduceva le chitarre in chiesa.  Era un mondo in cui si sentiva spaesato ed in cui non amava più vivere. Ha scritto in modo conclusivo Michele Brambilla: «Guareschi ebbe la disgrazia di morire in Italia, ma la fortuna di sopravvivere ai vili ed ai meschini. Il tempo gli e stato galantuomo, consegnandolo ad imperitura memoria».