Gli inverni di Rigoni Stern, di Marco Travaglini
“Da ragazzo, quando il freddo gridava sotto i chiodi degli scarponi e veniva buio, vicino al focolare avevo il mio posto e il mio libro d’avventure: Salgari, Verne, Kipling, ma anche Conrad e Stevenson. Ero con loro in paesi lontani, in mille vicende bellissime…Se invece nevicava, dopo aver preparato in un angolo del focolare la legna piccola e secca affinché mia madre trovasse agevole accendere il fuoco nelle ore antelucane, uscivo con gli sci per correre a pattinaggio per le vie del paese assieme agli amici. Si andava veloci e allegri alla luce di fioche lampadine gialle fino alle sette di sera, perché alle otto si era già a letto per prolungare per qualche minuto con la fantasia le avventure con il capitano Nemo o con Kim. Poi profondo veniva il sonno per undici ore filate. Ora sono tanti i libri che vorrei leggere, o rileggere. Ma credo che la mia vita finirà ben prima di aver saziato questa sete…”. Poche righe per raccontare le sensazioni e i ricordi legati all’inverno di Mario Rigoni Stern, tema al quale è dedicato Inverni lontani, edito nel 1999 da Einaudi in cui il grande vecchio della letteratura di montagna descriveva i molti inverni della sua vita e il rapporto particolare che aveva con la stagione fredda. Nella prima parte del racconto, Rigoni Stern narrava come gli uomini che abitano nelle sperdute montagne del nostro paese si preparano a un lungo e freddo inverno che li attende. Per sopravvivere ciascuno deve procurarsi la legna e durante la primavera arare e concimare il campo per poi seminarci le patate che gli serviranno, insieme alle verdure di stagione e ad altri cibi, per sfamarsi durante la lunga stagione fredda. Un racconto intercalato dai ricordi d’infanzia, trascorsi con la sua famiglia e gli amici sull’altopiano di Asiago, fino agli inverni più duri e drammatici, quelli della Seconda Guerra Mondiale, e ai mesi freddi del dopoguerra, altrettanto duri e pieni di sofferenze, in cui si pativa la fame e il freddo, ma nonostante tutto si era felici per la fine del conflitto e l’inizio di una vita nuova. Un libro minuto, configurato come un racconto che si conclude con le riflessioni di un uomo che aspetta pazientemente l’inverno che tarda ad arrivare, immaginando il bosco innevato, il letargo e le tane degli animali, il rincorrersi delle memorie. Un testo lieve e poetico che incanta ogni volta che lo si legge. “La neve verrà leggera come piccole piume d’oca, soffermandosi prima sugli alberi, quindi filtrerà tra i rami posandosi infine sui cortinari gelati, sugli arbusti di mirtillo, sul muschio come velo di zucchero su una torta. Le lepri, i caprioli, i cervi staranno immobili a guardare il nuovo paesaggio. Le volpi dentro la tana spingeranno fuori il naso per fiutare il nuovo e antico odore che ritorna. Ma quando tutto sarà bianco, si ricorderanno gli scoiattoli dove hanno nascosto le provviste? Il vecchio urogallo dello Scoglio del Tasso volerà sull’abete dove generazioni della sua famiglia hanno aspettato la primavera nutrendosi delle sue foglie. Il bosco sarà immerso in un tempo irreale e io andrò a camminarci dentro come in sogno. Molte cose mi appariranno chiare in quella luce che nasce da se stessa. Verrà, verrà il caro scricciolo sulla catasta di legna ad annunciarmi la prima neve come quando ero ragazzo con il suo tic tic ripetuto più volte, e il suo campanellino nascosto nella gola si sentirà anche lassù dove le nuvole compatte e bianche aspettano il segnale”. Quello degli inverni di Mario Rigoni Stern è, in fondo, un mondo che continua a offrire un senso e un valore ai ritmi della vita.



