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Hegel e l’asino di Apuleio, di Ludovico Fulci

Saggi

1. Hegel tra storia e filosofia

Quando studiavo all’università Hegel era uno dei focus su cui tanti dei professori della “Sapienza” soffermavano la loro attenzione. Generalmente valeva da parte loro il richiamo al fatto che, parlando di Spirito, Hegel non si riferisse esplicitamente a qualcosa che ha a che vedere con la spiritualità che tradizionalmente si vuole tipica della specie umana. Si tratta piuttosto di una forza che agisce sulla storia, costituendone la ragione che fa “reale” la storia stessa.

Peraltro, rispetto ad allora, a quando, cioè mi affacciavo al mondo della riflessione filosofica, per ragioni del tutto comprensibili, lo Spirito hegeliano si è andato sempre più umanizzandosi. Il dibattito sulla storia, la politica, la mentalità, la cultura (anzi le culture) vedono oggi gli interpreti del pensiero hegeliano ricondurre la filosofia di Hegel all’esigenza primaria di spiegare il disegno complessivo della vicenda storica, per tale intendendosi la storia dell’umanità.

Oggi mi domando se per caso, volendo rimanere fedeli al punto di vista hegeliano, quella sorta di perdita dell’orientamento per cui oggi non sappiamo a che punto della nostra storia ci troviamo, non riveli che si possa andare verso la fine o addirittura che la storia dell’umanità si sia potuta già concludere senza che ce ne accorgessimo.

Sono il primo a rispondere “no” a questa ipotesi. Un “no” pieno di sdegno e in certo modo di orrore. Che cosa significa infatti insinuare che una sorta di Apocalisse di là da venire sia in qualche modo già iniziata? Eppure, da tanti punti di vista, probabilmente per un capriccio della sorte, la questione non è del tutto priva di senso.

La questione – intendo – della civetta di Minerva per cui la filosofia giunge sulla scena del mondo per spiegare quel che è accaduto, senza però riuscire ad additare verità da venire, mi appare di grande attualità. Per quanto il dramma possa riguardare una civiltà tra le tante del mondo in cui viviamo, il sospetto che questa civiltà – che da millenni pensa se stessa, vegliando sul suo passato, sia la nostra civiltà, cioè quella europea – crea un certo smarrimento. Voglio dire che la sensazione è che ci si sia un po’ persi e che, tanto per cominciare, una specie di delirio si sia impadronita di gran parte dei mezzi di comunicazione che malamente si impiegano in questa parte del mondo. Inseguiamo l’informazione e non curiamo la formazione. La prima scuola che non c’è è una scuola di pensiero che fino a ieri è stato un ombrello efficace a dirimere equivoci. Questo fatto restituisce alla filosofia hegeliana un’indiscussa attualità.

Tra tutti i filosofi dell’età moderna direi che Hegel è stato uno dei pochi a “regnare”. Varie generazioni di intellettuali e di politici si sono ricondotte a lui, conferendogli una qualche “maestà”. Sicuramente ha esercitato per lungo tempo un grande fascino. Si pensi alla Destra e alla Sinistra hegeliane. Si pensi a Marx il cui “verbo”, deformato e tradito, più che non divulgato, ha diviso in due l’Europa, culla della cultura occidentale. Una cultura, che sulla storia e sullo scandirsi dei tempi storici, è cresciuta accrescendo la propria memoria.

Che si stia tornando indietro mi pare impossibile, anche se il nostro procedere avanti sembra annunciare un Medioevo prossimo venturo, secondo la nota espressione di Roberto Vacca. A me pare più concreto e più scrupoloso nell’inseguire le ragioni di questo fenomeno che va al di là di un fallace progresso tecnologico, quel che suggerì Lyotard nel suo La condizione post-moderna. In quella sua opera in fondo Lyotard sosteneva che non sappiamo bene a che punto siamo, nel senso che ci stavamo già allora inoltrando in un’epoca che, non potendosi definire nei suoi tratti concretamente reali, risulta essere, venendo dopo, semplicemente diversa da quella “moderna”.

Né va dimenticato che, nella visione dei primi “moderni”, l’obiettivo era uguagliare gli antichi, obiettivo che si mutò nel tempo in quello di superarli, sopravanzarli. Sorpasso che la filosofia hegeliana sembra voler descrivere nell’intendere che le attività dello Spirito abbiano diversamente dominato l’età antica (caratterizzata dall’arte), l’età medievale (caratterizzata dalla religione), l’età moderna caratterizzata dalla filosofia. E dopo? Sul dopo anche Hegel non seppe antivedere granché. Con lui ci si lascia alle spalle qualcosa e non c’è apparentemente alcuna soglia da varcare.

2. Alle soglie di un’epoca nuova

Ma che cosa comporta varcare la soglia?  

Biagio Cipolletta, un mio amico poeta ha scritto una poesia, intitolata Entro e gli occhi lenti… per me significativa, che trascrivo qui di seguito e che si può leggere in Destination Norway, un libro da lui pubblicato nel 2009:

Entro e gli occhi lenti

vanno in giro a brillare

per l’aria ovattata.

La stanza è arredata con gusto

con toni tenui e delicati.

La sua atmosfera lieve

di ricercata semplicità

e la musica in sottofondo

invitano a fermarsi

a riflettere a osservare

con calma i particolari.

Tutto è in ordine

tutto è quasi perfetto

e allora per un po’

niente mi colpisce davvero.

Poi lo sguardo coglie te

lì proprio davanti a me

e ti osservo con interesse.

I tuoi colori rosso-vivi

si aprono nell’aria uniforme

e mi catturano i pensieri.

Penso allora che anche il più umile

degli esseri ha certo un compito

in questa vita e gli altri

nel tempo lo apprezzeranno.

Che la modestia talora

si fa strada da sola

e arriva dritto là dove

superbia e presunzione non possono.

Tu sei solo uno zerbino

ma ora sei l’unica cosa

che guardo e mi parli.

Mi dici la storia di mille

e mille esseri dimenticati

di un mondo che n giorno

chissà forse farà brillare

gli occhi di un uomo

che tende in silenzio la mano.

Nell’affacciarci all’età post-moderna, abbiamo ignorato lo zerbino. Siamo entrati nell’età post-moderna, non in punta di piedi, come sarebbe stato logico fare, ma con gli stivaloni pieni d fango. In altro modo lo aveva annunciato anche Ludwig Wittgestein quando nelle Ricerche filosofiche, § 129 sosteneva:

“Gli aspetti per noi più importanti delle cose sono nascosti dalla loro semplicità e quotidianità. (Non ce ne possiamo accorgere, perché li abbiamo sempre sotto gli occhi). Gli autentici fondamenti di una ricerca non danno affatto nell’occhio a chi vi è impegnato; a meno che questo non sia stato colpito una volta da questo fatto. E questo vuol dire: ciò che, una volta visto, è il più evidente, e il più forte, questo non ci colpisce”.

Detto con la durezza di un linguaggio forzato a esprimere un disagio intellettuale, cosa che accade al filosofo che sia impegnato ad abbattere qualche parete.

Il fatto è maledettamente detto meglio anche da Hanna Arendt, una delle più alte menti della filosofia del Novecento che rivela il punto in cui drammaticamente il fatto si è palesato. Mi riferisco alla Banalità del male opera difficile, specie se letta al di fuori del complessivo orizzonte filosofico nel quale si muove la Arendt. Lo sbandamento delle coscienze è quanto è dietro quel fenomeno per cui la mediocrità, non più tenuta a freno, non ha remore a mostrare di affidarsi a un’autorità di fatto, qualsiasi essa sia, nell’urgenza di testimoniare un qualche zelo che si risolve in un’obbedienza sostanzialmente passiva e in nessun modo autenticamente partecipativa. A cogliere il senso di questa verità ci aiuta Giusi Furnari, la quale tiene a ricordare (nel suo Hanna Arendt tra filosofia e politica, Soveria Mannelli 2006, p. 7) quanto la Arendt scrisse nel 1963 a Gershom Scholem, a distanza di qualche mese dalla sentenza di condanna di Eichmann: “Solo il bene è profondo e può essere radicale”.

Ecco il punto, per cui la domanda: siamo in grado di essere più profondi di ieri? Sappiamo creare un “bene” che sotto il profilo morale ci dia piena soddisfazione, rimuovendo quel clima opprimente di sconforto e di quasi desolazione che sembra prevalere?

“La bellezza salverà il mondo” diceva Dostoevskij. Vero, verissimo! Ma dove è andata a finire la bellezza? Nella notte degli Oscar? A San Remo? Nei premi letterari? Vive nascosta e latita, comparendo per caso come l’albatro di Baudelaire? La goffaggine di Charlot non è forse una nuova bellezza?

E il male, contro il quale siamo pronti a scagliarci, senza neppure sapere che cosa sia? Non è forse il fantasma del bene? Di un “bene” che fu? Non c’è qualcosa di male nel pretendere che valgano valori che oggi nessuno più è in grado di testimoniare perché non più spendibili nella vita reale?

3. La favola del progresso

Io credo che l’epoca di transizione nella quale ci troviamo ponga lo studioso che, volendo muoversi nel solco della tradizione della filosofia continentale, torna a interrogarsi sulle varie sfumature di significato che possono attribuirsi alla nozione di Spirito per come fu o non fu intesa da Hegel.

Ripartiamo dal dato di fatto che da nessuna parte Hegel dichiara che lo Spirito, che pure domina la storia, sia spia di una spiritualità che opera negli esseri umani. Si è dato e si dà ancora per scontato che Hegel si riferisse alla storia dell’uomo e non a quella dell’orca assassina. Ma è vero anche che lo Spirito potrebbe finire di aleggiare nei nostri discorsi, trovando altra sede e altri modi espressivi che noi non conosciamo. Si dirà che le orche e in genere gli altri esseri viventi non studiano filosofia e non fanno profondi ragionamenti. La verità è che non lo sappiamo. Sappiamo che le api, nei loro rituali di volo, si scambiano informazioni; che lo stesso fanno le formiche (forse strofinandosi l’una con l’altra le antenne); che gli elefanti hanno una memoria sorprendente, che, se addestrate, certe scimmie parlano. Insomma, non siamo gli unici esseri “intelligenti”.

Sappiamo che esistono dimensioni nelle quali noi non riusciamo a collocarci, ma nelle quali potrebbero del tutto teoricamente trovarsi altre specie viventi, delle quali ignoriamo l’esistenza, senza contare che anche in questo mondo esistono specie che hanno codici di comportamento che sono spia di capacità di apprendere, di riconoscere, di ricordare, di amare. In Sicilia e nello Stretto in particolare non è leggenda ma cosa risaputa che il maschio del pesce-spada nuota nella scia della femmina da lui fecondata. Atto d’amore e di generosità.

Quanto al “progresso”, per poco che si confronti quel che era un uomo di trent’anni nell’antica Roma e un trentenne di oggi, non ho dubbi che la bilancia penderebbe dalla parte opposta rispetto a quanto ci si aspetterebbe. 

4. Il punto dolente

Quel che sta accadendo negli U.S.A., potenza eletta piuttosto affrettatamente dai nostri padri come baluardo della democrazia occidentale, rivela un volto poco compatibile con i principi autentici di una vera democrazia.

Si sospettava, ma non pareva corretto manifestare il dubbio, che un paese, con sacche di povertà diffusa, nel quale vige ancora la pena di morte e il razzismo non è stato del tutto estirpato, non potesse avere titolo a far da campione della tradizione culturale occidentale. Lo spiegava molto bene già nel 1987 Allan Bloom nel suo The Closing of America Mind, nel quale si criticava la mentalità americana, chiusa nei suoi confini. Critica che veniva da un maturo professore (Bloom era nato nel 1930) nei confronti degli studenti delle università degli U.S.A. Da lui apprendiamo che la gioventù studiosa americana arriva agli studi universitari priva di senso della storia, oltre che insensibile all’ironia e al confronto dialettico. Basterebbe già questo a togliere all’ intellighenzia americana la fiaccola di campione della cultura occidentale. È ovvio che si va qui per generalizzazioni e le generalizzazioni sono odiose, tanto più che nello specifico conducono a visioni stereotipiche. Oltretutto non è Bloom, alla cui autorità ci siam appellati, americano a sua volta? Il problema è che lo scenario politico suggerisce che i protagonisti della vita pubblica americana, compresi i politici, dopo che s’era ormai da tempo rinunciato ai desideri di gloria, rinunciarono a quello dell’onore che per tutto l’Ottocento s’era riuscito a custodire, se non per convinzione, almeno per decenza.

Dal secondo dopoguerra in poi il mito del successo ha finito col prevalere. Ne è nata una nuova cultura che bene esprime lo sbandamento del Novecento e del Duemila, una cultura che chiamerei dell’effimero, in cui tutti ci guardiamo dall’essere quello che siamo. Attendismo, conformismo e, se mi passa il neologismo, il vedessimai-ismo ottundono la capacità di giudizio. Si finisce così o col dare torto ovvero ragione a tutti, secondo lo stato d’animo del momento. 

Quello che a me pare il grande pasticcio della cultura statunitense è il grande divario tra la cultura diffusa e quella delle élite. Se già una quarantina d’anni fa Bloom poteva asserire d’essersi formato “partendo da Freud per arrivare a Platone”, sono tanti oggi che malamente masticano un po’ di Freud per ignorare totalmente Platone. Cosa che accade negli U.S.A., ma anche in Europa.

Tutti tengono a mostrarsi dalla parte di chi vede il bicchiere mezzo pieno anziché mezzo vuoto. Nessuno che si domandi “ma che c’è dentro il bicchiere?” Un conto è se c’è un prosecco come Bacco comanda, altro conto se c’è un liquido in qualche modo colorato con bollicine di gas. Ficcarci il naso nel bicchiere prima di dire da che parte ci si mette è il minimo dell’accortezza. Dati i tempi.               

5. L’Asino d’oro

Me lo procurai e lo lessi con avidità finiti gli studi liceali. L’uomo che diventa asino che è poi l’uomo che diventa schiavo. L’abbrutimento, la perdita dell’equilibrio, della libertà che, rivendicata, ci costringe a una qualche forma di saggezza. Il tutto in mezzo a favole tra le quali spicca quella autenticamente bella di Amore e Psiche.    

Sì, forse una risposta a Hegel ci viene da Apuleio. Bisogna sprofondare per risorgere. Si risorgerà nello sforzo di riunire i pezzi, quando sarà e se sarà possibile.

Ma i pezzi della nostra storia conserviamoli. Un giorno saranno utili a chi ci sarà. 

16 Dicembre 2025/da Redazione
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