1,630 utenti hanno letto questo articolo

In Viene una seconda volta il cane fulvo (Alcesti Edizioni 2019), Bartolomeo Smaldone declina il tema pascoliano degli affetti famigliari con forza icastica e visionaria. La sua genealogia è però frammentata e dosata in un continuo andirivieni fra i meandri del tempo, in funzione di un ulteriore obiettivo che a poco a poco si viene palesando col susseguirsi dei testi. Il poeta di Altamura traccia infatti, attraverso i barbagli delle vite di coloro che l’hanno preceduto e dunque fatto esistere (nonché di colei che è destinata a succedergli), la storia stessa della propria vocazione poetica. La madre e il padre, la nonna e il nonno materni, e poi la figlia ed altri personaggi ancora, rivivono sulla pagina illuminandone i versi e giustificando l’azzardo del figlio/nipote/padre di aver seguito un daimon così nuovo e diverso rispetto a quello che presiedeva o presiede alle loro occupazioni. Non mancano poesie in cui l’autore si rivolge a se stesso, all’«ominoso me», ed anche in questi casi è la somma dei frammenti a formare il suo sobrio autoritratto. Un autoritratto essenzialmente psicologico, beninteso, che non esclude tuttavia virate metafisiche (o meglio, antimetafisiche), come nella lirica che rievoca la prima comunione con un taglio che non sarebbe dispiaciuto a Nietzsche: « […] Mi dànno il corpo di uno sconosciuto / perché la colpa d’esser nato nel peccato / affidi al suo penoso sacrificio. / Divoro il mio frumento consacrato / e in cambio ho un’àncora argentata, / e parto e nulla porto al vespro, / a nulla approdo». Alcune poesie optano per una cadenza più colloquiale, utile a dipanare i necessari snodi narrativi, ma senza che venga indebolita la sostanziale compattezza di ogni singolo verso. Altre composizioni invece, numericamente prevalenti, ci forniscono la misura autentica del lirismo di Smaldone, ora memore dell’armoniosa liquidità di Alfonso Gatto, ora – con minore frequenza – dai toni verticali e ditirambici, sulle orme ben meditate del D’Annunzio “alcyionio”. Preferirei comunque, per non rischiare l’accusa di vaghezza, fornire a conclusione di questa nota di lettura due esempi relativi a queste ultime osservazioni. «Vengo a trovarti sotto la torre: / piove appena e sono felice. / Un profumo di anice giunge dai portici / spinto dal mantice della caligine. / Ti porto semi di zucca tostati, / una gerla crassa di passati sapori / e sono felice di dirti che fuori / è inverno e invero non si odon rumori»; «Lieve il ginepro vela / di livida ombra la cala, / e sui calchi d’arena dispensa, / e ogni tanto sui gechi, / la sua sonnolenta sapienza. / Si adunano piccoli amanti / lontani dai lembi del sole, / già prossimi ai cupi canali / e ai canneti, / intenti a confondersi quieti / tra i fissi graniti, / tra i solitari querceti […]».