Il fascismo, evento storico o concezione filosofica? di Nunzio Dell’Erba

Nel libro di Esposito è presentato il paradigma filosofico.

Comunemente il fascismo è visto come un evento storico e politico. E, nonostante la miriade di studi che ne hanno approfondito gli aspetti più significativi, non si può dire che esso sia stato analizzato sul piano filosofico. Le cause di questo ritardo sono ricercate nel volume «Il fascismo e noi. Un’interpretazione filosofica» (Einaudi, Torino-Padova 2025, pp. 310) da Roberto Esposito, che analizza la macchina filosofica del fascismo e i tratti originari di un fenomeno quasi sempre assorbito dalla produzione storiografica.

    La ridotta presenza degli studi non impedisce all’autore di evitare lo scoglio dell’astrazione e di radicare la sua analisi «in eventi reali relativi a tempi e spazi determinati», che superano i confini dell’analisi storica ed investono «un’interrogazione filosofica». Per il loro peculiare rilievo gli eventi si prestano così ad una riflessione teorica, che oltrepassa i «nudi fatti» e confluisce in uno scambio reciproco di produzione: «La storia produce pensiero, oltre a essere essa stessa prodotta».  

    Nell’àmbito di un vasto quadro analitico, l’Autore presenta i contributi interpretativi di Benedetto Croce e di Giovanni Gentile, discute il concetto di totalitarismo e le relazioni filosofiche tra fascismo e nazismo. Se per Croce il fascismo è una «parentesi» storica e una «malattia» passeggera, per Gentile esso ha una perenne vitalità perché ruota intorno allo Stato, vissuto «in interiore homine». La visione del filosofo siciliano trae sostegno da questo principio per considerare il fascismo un fenomeno totalitario, che si distingue da quello biologico del nazismo e da quello dialettico del comunismo.

    Nel prosieguo della sua analisi l’Autore esamina il pensiero di Georges Bataille e di Emmanuel Lévinas, entrambi favorevoli a superare l’atteggiamento pregiudiziale verso un fenomeno di cui avvertono la singolare forza d’infiltrazione in ambienti inizialmente avversi. Distante dalle loro posizioni si colloca invece Martin Heidegger, la cui adesione al nazismo è dettata dalla consapevolezza di una coincidenza con la sua filosofia. Per il filosofo tedesco l’avvicinamento iniziale alla dottrina hitleriana è il prodotto della sua fede nella comunità, che si attualizza in un determinato periodo storico e si realizza nell’incrocio tra esperienza individuale e mondo in-comune.

    La posizione teoretica di Heidegger è discussa da Herbert Marcuse, che la considera l’apice analitica della vita umana, coincidente con le finalità del nazismo. Una finalità filosofica respinta invece da Carl Schmitt, noto per la teoria dei «grandi spazi» e per la rivendicazione di uno «spazio vitale» attraverso la guerra. Su questo piano scivoloso si pone Alfred Rosenberg, la cui posizione venata di neopaganesimo sfocia nell’antisemitismo e nella diffusione del celebre falso dei «Protocolli dei Savi di Sion». Caratteristiche che si concatenano nella macchina metafisica del fascismo imperniata sul razzismo spirituale e sulla superiorità della razza ariana. Una tesi che affascina Julius Evola, critico da destra verso il fascismo e sostenitore di una posizione elitaria priva di ogni significato «populista». In questo uso non aristocratico della razza, il fascismo avrebbe tradito l’originaria intuizione di Mussolini circa la superiorità della razza ariana, greco-romana rispetto a tutte le altre. Persino il «Manifesto degli scienziati razzisti», pubblicato il 14 luglio 1938 su «Il Giornale d’Italia», appare ad Evola «abborracciato e superficiale» per il tentativo di democratizzare l’idea di razza, attribuita dal duce all’intero popolo italiano.