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Il linguaggio fu questione di potere fin dalla Genesi biblica. Già Adamo ed Eva, a seguito dei noti fatti della mela proibita, avevano gravemente peccato, meritando la cacciata divina dal paradiso terrestre. La questione era stata essenzialmente di potere, di governo della conoscenza, di insubordinazione al comando, d’incapacità umana fin dalle origini della vita di tessere quel corretto linguaggio e quelle giuste relazioni addirittura con il Creatore. Molti anni biblici dopo l’Umanità cadde ancora e peccò. L’Onnipotente intervenne a regolare e a sanzionare ancora una volta la manifesta assenza di umiltà della stirpe umana. Le cose erano andate così: un popolo si era insediato in una lussureggiante valle nel paese di Sennaar, dopo aver a lungo peregrinato da oriente verso occidente. Lì aveva deciso di attendarsi e sempre lì aveva prima ideato e poi fondato la grande città di Babele. Dentro di essa aveva poi costruito una torre di architettura ambiziosa, elevata verso il cielo, dentro la quale e intorno alla quale organizzare il futuro della comunità. L’intento primiero era di preservare l’unica lingua parlata al mondo a quei tempi ma il Signore, dall’alto dei Cieli, non sottovalutò l’insita arroganza del progetto e in un baleno intervenne e inflisse la più dura delle punizioni: confondere l’idioma affinché gli umani cessassero gli uni di comprendere gli altri, precipitandoli in un turbinio di lingue straniere e di distanze culturali. Fu così che quegli uomini e quelle donne, sconfitti nell’improvvida missione, rinunciarono allo sviluppo della città e, resi estranei e ostili tra loro, finirono con il disperdersi in tutte le direzioni del mondo allora conosciuto. In quei fatti troviamo forse la radice centrale della perenne divisione dell’Umanità nei secoli. Millenni dopo, nel XX secolo dopo Cristo, più per assenza di memoria delle relazioni con il Creatore che per coraggio, gli umani tornarono a cimentarsi con nuovo impegno ai temi del potere del linguaggio. Nacque così e si affermò una nuova disciplina accademica, la Filosofia del linguaggio, e insieme ad essa, sul tema nacquero tante scuole prolifiche, scientifiche e umanistiche. Il viatico dello scorso secolo XX andò ben oltre la difesa dell’unica lingua di Babele, il linguaggio filosofico degli uomini e delle donne incontrò altri linguaggi, in particolare quelli scientifico e tecnologico. Tutto avvenne in un quadro di avversione plurisecolare della Chiesa di Pietro, messaggera del volere di Dio; sempre chiara, fin dai prodromi, l’ostilità antiscientifica della Chiesa nei secoli dei secoli. Dalla narrazione di questi fatti due sono le prospettive più conseguenti e plausibili ai nuovi tempi e ai nuovi eventi della storia umana: Dio, dopo lunga riflessione, manifesta in chiave revisionistica di concedere all’Umanità più ampi spazi di governo del potere del linguaggio e della conoscenza; Dio, pur nella sua immensa e sempiterna pazienza, osserva il divenire delle cose e riflette in ordine all’opportunità di nuove forme di contenimento del potere e dell’arroganza umana. Il Linguaggio è potere con la P maiuscola e più l’uomo riesce a centrare la buona interpretazione del tema più accresce il suo potere. Si pensi, a mero titolo di esempio, a quanto il futuro del pianeta sia legato al successo di un linguaggio universale sui temi dell’ambiente da parte dei poteri pubblici e privati e della diffusa sensibilità del genere umano alla conservazione della specie. Non per nulla le lotte per l’egemonia e per il comando in tutte le epoche della storia si sono sempre fondate sulla capacità umana di tessere linguaggio e comunicazione, consenso e comunione. Il linguaggio è potere ed è con Dio che l’Umanità, ad ogni passaggio della sua storia, deve saper fare i conti.