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Gli ebrei uscirono dalla loro terra d’Israele disperdendosi nel mondo e diedero origine alla cosiddetta Diaspora persiana, in ebraico Galut. Gli ebrei che fuggirono da Israele e da Gerusalemme, che secondo il Talmud è la città più bella del mondo e anche la luce del mondo, è stato un avvenimento paragonabile a una vera disgrazia. Ma ancora oggi gli ebrei durante la festa di Purim, Sorti, festeggiano all’insegna della gioia più Manifesta, in ebraico Gheluya, per via del fatto che la regina Ester salvò gli ebrei dalla spada intercedendo presso il re persiano. Nella festa di Purim si legge il rotolo di Ester, che è una Meghillàh, la cui radice (MGL) è condivisa dalla parola Rivelazione. Invece il nome della regina Ester è formato dalla radice STR, che è condivisa dalla parola Nascondimento, Mistero. Pertanto i Maestri insegnano che in questa festa Dio si rivela nel mistero della azione di Ester. È Ester che apparentemente agisce per la salvezza degli ebrei ma dietro di lei vi è Dio. La parola è un mistero che, da una parte, copre, ma, dall’altra, rivela Dio. Questo gioco di rivelazione e nascondimento è presente nella festa dei Purim ma è anche presente nella concezione del linguaggio verbale che aveva Heidegger: la parola manifesta l’Essere che appare però come dislivello ontologico incolmabile. Per questo la parola affascina sebbene l’Essere da essa ammiccato risulti misterioso. Gli studiosi discutono ancora su cosa sia la parola concentrando su questo miracolo della mente umana la loro passione per la conoscenza. Il lessico è l’insieme delle parole di una lingua e il dizionario la descrizione di questo lessico. Lessico e dizionario non corrispondono, sono l’uno il contenuto dell’altro. Il dizionario è un oggetto concreto cioè un libro oppure in tempi più recenti uno strumento consultabile in formato elettronico come un cd rom e il lessico invece è un oggetto astratto, un insieme strutturato di parole e di informazioni associate a queste parole immagazzinato nella nostra mente è descritto nel dizionario. La relazione fra queste due entità è la stessa che intercorre fra le strutture di una lingua caratterizzate da regole specifiche e la grammatica che le descrive. La struttura del lessico non corrisponde alla struttura del dizionario. Nel dizionario l’organizzazione delle informazioni è dettata da ragioni pratiche di leggibilità di opportunità in relazione all’utente al quale rivolto alla natura specifica del dizionario. Mentre il dizionario monolingue segue l’ordine alfabetico in modo da consentirle nella consultazione, il lessico non viene organizzato in ordine alfabetico ma su base morfologica su base semantica o su base sintattica. In questa prospettiva i dizionari più vicini alla struttura del lessico sono i dizionari analogici che raggruppano le parole in base alla vicinanza del loro significato e mettono ad esempio chiodo vicino martello, staffa vicino a cavallo. Il vocabolario è definito come un insieme di vocaboli che costituisce una lingua e come l’opera che raccoglie descrivere questo patrimonio, il dizionario. Costituisce un repertorio incompleto questo avviene per scelta e per necessità perché il numero complessivo delle parole di una lingua è difficile da stabilire e le proprietà di ogni singola parola non sono così facilmente individuabili. Se il dizionario costituisce un repertorio incompleto del lessico esso contiene un numero di informazioni maggiore rispetto a quello che costituisce la norma, la competenza lessicale di un singolo parlante. Infatti un parlante nativo non conosce mai tutte le parole, gli usi documentati di un dizionario. Quindi abbiamo la lessicologia che studia il lessico di una lingua allo scopo di individuare le proprietà delle parole e illustrare il modo in cui queste sono in relazione fra loro e possono combinarsi. Questa disciplina mira a mettere in luce gli aspetti strutturali di queste due dimensioni a sottolineare la presenza di una chiara organizzazione e informazioni dell’informazione lessicale e del lessico nel suo insieme. Questo orientamento in contrasto con l’idea che lessico è un insieme non strutturato o scarsamente strutturato di informazioni circolate in ambito linguistico per molto tempo, la lessicologia è una disciplina che si avvale di diverse metodologie in ambito di studio diversi come la semantica che si occupa di descrivere il significato delle parole o la sintassi che si occupa di descrivere come le parole possono combinarsi fra loro. D’altra parte abbiamo la lessicografia il cui scopo principale è la compilazione delle fonti lessicografiche, si occupa quindi di individuare le modalità per descrivere i significati, le proprietà grammaticali e gli usi delle parole in un dizionario in relazione alle variabili specifiche e quindi al tipo di dizionario le caratteristiche dell’utente. Una delle principali preoccupazioni della lessicografia è quella di presentare le informazioni in modo che possono essere facilmente individuate e utilizzate dall’utente. Nell’ambito della lessicografia dobbiamo distinguere fra lessicografia tradizionale e lessicografica computazionale. La lessicografia computazionale si distingue da quella tradizionale per il fatto che si serve di strumenti informatici avanzati per la compilazione di dizionari, esistono  diversi dictionary writing system cioè sistemi per la combinazione di dizionari che permettono di organizzare la stesura di dizionari e programmi di interrogazione dei corpora che consentono di estrarre in modo automatico da collezioni di testi disponibili in formato elettronico informazioni sul comportamento distribuzionale delle parole. La lessicografia computazionale si occupa di costruire lessici computazionali cioè banche dati consultabili online, queste banche dati sono strutture più articolate rispetto ai dizionari tradizionali concepite non per l’utente comune ma per scopi computazionali in particolare la comprensione automatica del linguaggio naturale e la comunicazione uomo macchina. La produzione di dizionari è caratteristica delle società moderne e risponde ad esigenze di informazione e comunicazione. Lo scopo pedagogico di questo strumento è essenziale perché con esso si punta a colmare lo scarto tra le conoscenze individuali del lettore e quelle della comunità nel suo complesso. I vocabolari sono anche strumenti di educazione permanente che coinvolgono o dovrebbero coinvolgere parlanti e scriventi di tutte le età e grado di istruzione. A seconda della loro tipologia i vocabolari hanno diverse funzioni:

• tradurre le parole di altre comunità linguistiche del presente o del passato con cui la nostra è entrata in rapporti culturali, economici o di altro tipo (dizionari bilingui o plurilingui);

• transcodificare in una norma comune, all’interno della stessa comunità linguistica, le conoscenze tecnico-specialistiche di gruppi sociali o culturali: il dizionario aiuta a colmare la distanza tra lettore e compilatore del testo, che fanno però riferimento entrambi a una

competenza linguistica comune, cioè sono di solito entrambi specialisti (dizionari tecnici e specialistici);

• padroneggiare i mezzi espressivi attraverso l’analisi semantica, sintattica, morfologica e fonetica della lingua, aiutando il lettore a valorizzare i suoi comportamenti verbali in una società in cui essi hanno valore spesso determinante (dizionari monolingui);

• accrescere il sapere dei lettori attraverso l’intermediazione delle parole (dizionari enciclopedici).

I dizionari sono anche prodotti commerciali: hanno quindi tempi di lavorazione, valutazioni di mercato, rapporti tra costi e guadagni, necessità di contenimento delle dimensioni, esigenze pubblicitarie che ne influenzano i comportamenti. Il primo vero dizionario dell’uso dell’italiano risale alla fine dell’Ottocento e si chiama Giorgini-Broglio. Si tratta di un prodotto scientifico di straordinaria compattezza ed efficacia, ma anche di un fallimento commerciale ed è rimasto isolato, uno strumento imitato dai suoi contemporanei ma presto finito, dal punto di vista del pubblico, nel dimenticatoio. I marchi contano moltissimo: lo Zingarelli del suo autore originario (morto nel 1935), ha ormai davvero poco, sostanzialmente il nome. Un dizionario è uno strumento la cui comprensione implica la conoscenza delle modalità di presentazioni di dati e definizioni. Esso comporta un certo numero di scelte e non nasce dal nulla, ma si iscrive in una tradizione più o meno lunga. Essi contengono un numero di voci che si aggira intorno alle 100.000 – 150.000 unità (parole), una quota limitata se si considera che le stime di quante siano le parole variano tra le 500.000 e i milioni, comprendendo i linguaggi tecnici. Il dizionario è lo strumento in cui è raccolto il lessico. Il vocabolario è un settore determinato del lessico. In generale, un vocabolario, per essere tale, consta di una lista di forme, cioè di quelle che correntemente chiamiamo “parole del dizionario” o “del vocabolario”; sarebbe meglio chiamarle entrate o voci o lemmi. L’insieme delle entrate di un dizionario costituisce la nomenclatura o lemmario. La nomenclatura di un vocabolario deve essere presentata in un ordine formale, normalmente quello alfabetico: ma quello alfabetico non è l’unico possibile. I dizionari alfabetici classificano le parole secondo un principio relativo alla grafia. Le parole hanno come caratteristica principale quella di avere un significato. Nella lingua è possibile isolare due piani da un lato abbiamo quello della forma, dall’altro quello del contenuto e su entrambi i piani è possibile isolare i singoli elementi. La codifica lessicale o lessicalizzazione viene descritta come la diretta associazione di un concetto con una forma lessicale che ha come risultato l’esistenza di una parola. Il termine lessicalizzazione è usato in senso ampio per indicare qualsiasi procedimento in base al quale in una lingua specifica un determinato concetto è associato a una forma lessicale. Questo processo ha come risultato la creazione di una nuova parola e quindi è entrata nel lessico. Ogni parola di una lingua è frutto di una lessicalizzazione (ad esempio la parola cognata in italiano lessicalizza il concetto di sorella di marito). In questo senso il termine lessicalizzato va inteso come codificato nel lessico. Il termine lessicalizzazione indica il procedimento che porta all’associazione di una forma lessicale con un contenuto e al procedimento in base al quale una sequenza di elementi lessicali che frequentemente si presentano adiacenti in un testo oppure una forma della flessione nominale o verbale acquistino valore di unità lessicale con significato autonomo e quindi una parola.  Quindi possiamo dire che in italiano ad esempio la sequenza per lo più si è lessicalizzata dando vita all’avverbio perlopiù. Una parola è tutto ciò che esprime un significato unitario o più tecnicamente ciò che è graficamente compreso fra due spazi bianchi in un testo e può essere pronunciato in isolamento. Il lessico è l’insieme delle parole di una lingua e delle informazioni di vario tipo associate a queste parole.  Il calcolo delle parole di una lingua però non è un’operazione semplice.  In italiano la forma di riferimento è l’infinito per il verbo, il maschile singolare per i nomi (però la forma di riferimento è stabilita per convenzione e non riflette l’effettivo organizzazioni del lessico). Questo ragionamento ci porta a introdurre due nozioni: una di lessema che indica l’unità del lessico assunta come forma base alla quale sono ricondotte le forme flesse e quella di lemma che corrisponde alla singola voce di un dizionario e che in ambito lessicografico costituisce la controparte del lessema. Per quanto riguarda i derivati bisogna ribadire che molti di questi non fanno parte stabilmente del lessico ma sono formati all’occorrenza attraverso l’applicazione di una regola di formazione delle parole.  Poi abbiamo i composti: in questo caso siamo di fronte a parole distinte da quelle che costituiscono la base per la loro formazione, la differenza è evidente non solo dal punto di vista della forma ma anche dal punto di vista del significato.  Il lessico di una lingua è formato da parole singole e da unità lessicali complesse, nate dalla tendenza delle parole a formare delle co-occorenze che tendono a lessicalizzarsi nel corso del tempo con un diverso grado di idiomaticità e variabilità stabilito anche dal contesto in cui tali espressioni ricorrono. Le combinazioni di parole possono essere di quattro tipi:

1. combinazioni a distribuzione libera (hanno un grado elevato di variabilità di co-occorrenza fra le parole);

2. combinazioni a distribuzione ristretta (hanno un grado ridotto di variabilità di co-occorrenza tra le parole);

3. combinazioni a distribuzione fissa (hanno un grado nullo o quasi nullo di variabilità di co-occorrenza tra le parole);

4. proverbi (senza alcuna variabilità di co-occorrenza tra le parole).

Queste combinazioni di parole/unità lessicali prendono il nome di espressioni idiomatiche, vale a dire cioè espressioni il cui significato non è dato dalla somma dei significati delle parole che le compongono. Essendo le espressioni idiomatiche coese, esse godono di un certo grado di flessibilità lessicale e sintattica, che può manifestarsi attraverso l’inserimento o la sostituzione di uno dei suoi componenti. Per esempio “fare quattro passi” può essere sostituito con “fare due passi”, ma non con altri numeri, poiché in tal caso si perderebbe il significato idiomatico della frase. Esistono dunque espressioni idiomatiche assolutamente congelate che non accettano nessun tipo di modificazione, mentre altre sono più elastiche e consentono alcune variazioni. Le espressioni idiomatiche hanno inoltre diversi gradi di opacità semantica, la quale le differenzia dalle espressioni letterali che sono semanticamente trasparenti. Vi sono espressioni:

  • parzialmente opache → sotto sopra, presto detto;
  • totalmente opache → essere al verde, essere in gamba.

Il grado di opacità o trasparenza, unito a quello di cristallizzazione o flessibilità, dà luogo ad un continuum in cui si dispongono le varie espressioni. È interessante notare che le espressioni con il maggior grado di opacità sono anche le meno modificabili. I gradi di idiomaticità del lessico vengono definiti da Glucksberg individuando due diverse tipologie di forme idiomatiche:

 • La prima è costituita da espressioni idiomatiche il cui significato è stabilito arbitrariamente. Esempio: attaccare bottone, essere in gamba, ingoiare il rospo. Fanno parte del modello definito direct look-up (poiché il significato non può essere desunto dalla somma dei significati delle parole che lo compongono ma l’allievo deve memorizzare il significato così com’è attraverso attività didattiche o appunto guardando sul dizionario).

 • La seconda è costituita da espressioni idiomatiche che traggono origine da fatti storicamente accaduti, in seguito stigmatizzati come esempi e quindi divenuti esemplari di determinate situazioni. Esempio: andare a Canossa (che significa: ammettere di aver sbagliato). Fanno parte del modello composizionale (poiché possono essere chiari da un punto di vista composizionale, ma rimanere opachi se non si conosce il contesto d’uso).

Un ulteriore caso è quello delle espressioni idiomatiche che sono comprensibili sul piano composizionale, ma con un significato traslato desumibile solo dal contesto. Per queste espressioni esiste un significato letterale possibile ugualmente accettabile. Ad es: rompere il ghiaccio. Un altro tipo di classificazione delle espressioni idiomatiche è stato proposto da Moon, il quale descrive sette categorie sulla base del contenuto semantico:

1) Azioni: parlare a vanvera

2) Avvenimenti: crollo in borsa, lancio sul mercato

3) Situazioni: essere nei pasticci, non avere lacrime per piangere

4) Persone: essere un pagliaccio

5) Paragoni: essere brutto come un debito, essere bianco come uno strofinaccio

6) Valutazioni: avere il fiuto per gli affari

7) Emozioni: essere verde dalla rabbia, essere rosso dalla vergogna

Riassumendo, un’espressione idiomatica viene definita come una frase il cui significato non è dato dalla somma dei significati delle parole che la compongono. Nel lessico di una lingua, tuttavia, come abbiamo visto, esistono diverse tipologie di espressioni con un diverso grado di idiomaticità. In linguistica, il termine collocazione indica la combinazione (tecnicamente co-occorrenza) di due o più parole, che tendono a presentarsi insieme (contigue o a distanza). Il vincolo collocazionale: vengono attivati specifici meccanismi semantico-cognitivi. È di natura metaforica: la coesione interna caratteristica delle collocazioni è il risultato di relazioni metaforiche tra la base e il collocato. Nelle collocazioni i processi metaforici seguono una dinamica ben precisa. Per cui il legame collocazionale è frutto di processi lessico-sintattici regolari ma arricchiti da peculiari meccanismi metaforici. Una collocazione è un’espressione formata da due o più parole che corrisponde ad una certa maniera convenzionale di dire le cose. Tradizionalmente vengono identificate come una classe lessicale situata tra le espressioni idiomatiche e le combinazioni libere di parole. Differenza con le espressioni idiomatiche: nelle espressioni idiomatiche il significato dell’intera unità non è composizionale, cioè non può essere dedotto dal significato delle singole parti costituenti. Inoltre, nella maggior parte dei casi, tali espressioni non permettono sostituzioni delle parti con dei sinonimi. Contrariamente alle espressioni idiomatiche, le singole parole di una collocazione possono contribuire al significato totale, pur non essendo completamente trasparenti. Infatti si parla di unità semi-composizionali. Non sono completamente composizionali perché c’è sempre une elemento semantico aggiunto alla combinazione. Differenza con le combinazioni libere: nelle combinazioni libere ogni parola può essere sostituita con un’altra semanticamente affine, senza compromettere il significato dell’unità. Ciò che distingue le collocazioni dalle combinazioni libere è soprattutto la caratteristica per cui le due o più parole che co-occorrono nella collocazione, mostrano una certa predisposizione a combinarsi tra di loro, per questo sono consolidate nell’uso (e quindi lessicalizzate). Le collocazioni si trovano in un determinato punto del continuum, tra le combinazioni libere di parole e gli idioms. Vengono, inoltre, descritte come arbitrarie (in linguistica l’arbitrarietà è una delle caratteristiche del segno linguistico. Si parla di arbitrarietà in quanto gli elementi del segno linguistico non sono naturalmente “motivati” ma dipendono da una tacita convenzione tra i parlanti di una lingua), specifiche di una lingua o un dialetto, ricorrenti nella lingua quotidiana e comuni nel linguaggio tecnico. L’arbitrarietà descrive il fatto che tra una varietà di parole combinabili tra di loro alcune prediligono certe combinazioni per cui sostituendo una parola della collocazione con un sinonimo il risultato potrebbe essere una combinazione inusuale. Tuttavia, non è facile fornire una definizione di collocazione che sia universalmente accettata. I linguisti sembrano però essere d’accordo sul riconoscere loro alcune caratteristiche peculiari:

  • non-composizionalità: il significato della collocazione non scaturisce dalla somma dei significati delle singole parti.
  • non-sostituibilità: non si può sostituire una parola della collocazione con un sinonimo, senza rischiare di creare una combinazione strana.
  • non-modificabilità: molte collocazioni non possono essere modificate con materiale aggiunto o con trasformazioni grammaticali. (Questa è una caratteristica tipica delle espressioni idiomatiche). Un buon metodo per verificare se si tratta di una collocazione è quello di tradurla in un’altra lingua. Se non può essere tradotta parola per parola, è una prova del fatto che si tratta di una collocazione. Le collocazioni, infatti, riflettono la nostra percezione del mondo esterno, che può essere uguale o diversa.

Secondo Liang le caratteristiche che permettono di distinguere una collocazione da una combinazione libera e da un’espressione idiomatica sono quattro:

1) Autonomia delle parole: le parole che formano la collocazione mantengono le proprie funzioni grammaticali.  Non tutte le collocazioni, tuttavia, permettono questa flessibilità e queste modifiche.

2) Inalterabilità semantica delle parole: le parole mantengono il loro senso, proprio o figurato, e nella collocazione costituiscono il senso di essa.

3) Possibile sostituibilità del collocativo: Il collocativo di una base può essere sostituito da un altro semanticamente analogo.

4) Limiti lessicali: Le tre caratteristiche precedenti distinguono le collocazioni dalle espressioni idiomatiche. Invece questa caratteristica rende differente le collocazioni dalle combinazioni libere. Infatti la collocazione presenta dei limiti lessicali ovvero una restrizione lessicale creata dall’uso.

Tra i quattro criteri sopraccitati Liang sostiene che l’autonomia delle parole e la restrizione lessicale siano i più importanti: sono i tratti distintivi di una collocazione. Nel livello lessicale il soggetto indica chi fa l’azione, il predicato o verbo l’azione stessa.

Il predicato è una nozione che riguarda tipicamente il verbo, perché a predicare (affermare qualcosa in relazione a un evento/stato di cose) è il verbo, solitamente. Esistono però anche verbi non predicativi, quelli che nella grammatica tradizionale si chiamano verbi copulativi (es. essere o diventare). Alcuni verbi o sono non-predicativi o poco predicativi, es. i verbi-supporto, come “prender parte”, in cui il valore predicativo di “prendere” viene ridotto; o “fare una passeggiata”. L’aspetto interessante è che i verbi predicativi sono altamente polisemici: la polisemia dei verbi è probabilmente legata al fatto che il loro significato è incompleto e viene riempito in modo diverso dagli elementi con cui formano la frase. Quando si parla di polisemia in questo caso si fa riferimento a un significato contestuale, quindi il significato che una forma linguistica viene ad assumere in uno specifico contesto. I differenti significati contestuali dei verbi dipendono dal fatto che il significato di un verbo è incompleto, es. in un verbo come “spezzare” ci aspettiamo che venga completato da qualcosa (da qui il termine “complemento” nella grammatica tradizionale). I verbi predicativi sono polisemici e questa polisemia è collegata al fatto che il significato di un verbo necessita di essere completato. Questo può avvenire in differenti contesti, in modo diverso, attribuendo significati differenti al verbo che in quella frase si trova. È una prova del fatto che un predicato è un’entità relazionale: il predicato si viene a definire nel momento in cui entra in relazione con altri costituenti della frase da lui richiesti. Es. il significato di “aprire” è diverso in dipendenza dal significato del suo oggetto diretto: aprire una finestra: separare un’anta dall’altra; aprire una bottiglia: stappare; aprire il gas: far sì che il gas possa essere usato. È differente il tipo di movimento, ma anche il tipo di condizione, es. nel caso della finestra le ante restano, nel caso della bottiglia il tappo viene rimosso. Altro aspetto che emerge a livello di contesto (quindi come verbo come entità relazionale) e di significato contestuale sono le restrizioni di selezione: ci sono delle caratteristiche nella semantica del verbo che fanno sì che questo possa concorrere con alcune entità e non con altre. Es. non posso dire “il cane miagola”. Chomsky considera queste caratteristiche delle specificazioni delle sottocategorizzazioni. Il verbo condiziona semanticamente gli argomenti che possono cooccorrere con lui. Es. “bere” prevede un’entità animata come soggetto e che l’oggetto diretto sia qualcosa di liquido. Quindi, abbiamo visto che il predicato è un’entità relazionale, il cui significato si viene a definire in un contesto specifico. La polisemia del verbo è determinata dal fatto che il significato di un verbo necessita di essere completato da qualcosa. Secondo il tipo di argomenti/complementi che un verbo ha in un determinato enunciato, il verbo acquisisce uno specifico significato contestuale. E questo deriva dal fatto che i verbi sono entità relazionali, che obbligatoriamente prevedono la relazione con altre entità (tranne gli avalenti/non-argomentali che sono un caso particolare). A livello di enunciato emergono altri fenomeni come quelli delle restrizioni di selezione. Ancora, a livello di enunciato è interessante notare come emergano variazioni a livello di argomenti: il significato di una frase può non essere composizionale in senso stretto, perché nei significati degli argomenti che vanno a completare la semantica del predicato in una frase, si possono avere alternanze su base di metonimia, sineddoche o metafora. In un senso strettissimo, questo tipo di espressioni sono considerate comunque non letterarie, però una certa parte del generativismo è riuscita a spiegarle e inserirle in un sistema che, di partenza, era eccessivamente rigido (ma lo resta comunque). Es. Paolo ha bevuto un bicchiere Il contenitore ha nel suo significato anche il contenuto su base metonimica. Abbiamo apparenti violazioni di restrizione di selezione. Il verbo “bere” implica un argomento che abbia caratteristiche liquide, mentre un bicchiere non è liquido. La possibilità di questo tipo di frase esiste su base di estensione metonimica del significato. Metonimia: procedimento linguistico espressivo, e figura della retorica tradizionale, che consiste nel trasferimento di significato da una parola a un’altra in base a una relazione di contiguità spaziale, temporale o causale, usando, per es., il nome del contenente per il contenuto (“bere un bicchiere”), della causa per l’effetto (“vivere del proprio lavoro”), della materia per l’oggetto (“i sacri bronzi”, le campane), del simbolo per la cosa designata (“tener fede alla propria bandiera”), del nome dell’autore per l’opera (“portare Omero agli esami”), del luogo di produzione o di origine per la cosa prodotta (“un fiasco di Chianti”), dell’astratto per il concreto (“eludere la sorveglianza””) e simili. Sineddoche: procedimento linguistico espressivo, e figura della retorica tradizionale, che consiste nel trasferimento di significato da una parola a un’altra in base a una relazione di contiguità intesa come maggiore o minore estensione, usando per es. il nome della parte per quello del tutto o viceversa (vela per nave), il nome del genere per quello della specie o viceversa (felino per gatto), o anche un termine al singolare invece che al plurale o viceversa; differisce dalla metonimia, nella quale il trasferimento di significato da una parola a un’altra avviene in base a una relazione di contiguità spaziale, temporale o casuale. Invece il complemento è ciò a cui si riferisce l’azione compiuta dal soggetto. Grammatica tradizionale: oppone il complemento (proprio come ciò che va a completare il significato del verbo nella predicazione) all’avverbio (è accanto al verbo). Gli avverbiali sono tutti quei sintagmi che esprimono queste circostanze accessorie, cioè quelli che si chiamano “aggiunti”. Allora il complemento è un argomento, mentre l’avverbio è un aggiunto. Dowty è noto soprattutto per aver teorizzato i macro-ruoli, quei ruoli che sussumono in sé tutti gli altri: ruoli che sussumono in sé più ruoli semantici singoli, normalmente disposti scalarmente (per cui da un ruolo si passa a un altro rimanendo sempre nell’ambito di quel macro-ruolo). Propone una doppia classificazione, sia a livello sintattico che a livello semantico. È importante che vengano considerati più livelli, perché il solo liv sintattico non riesce a far luce su questa distinzione. Chiama aggiunto un argomento facoltativo; mentre chiama complemento l’argomento. Per questo linguista complemento vuol dire argomento, ma rispetto ai generativisti si differenzia perché include il soggetto e vuole marcare terminologicamente questa differenza. Senza l’argomento l’enunciato è agrammaticale, senza l’aggiunto no. Il paradosso della struttura argomentale è questo. Nessuno tra coloro che ha studiato la struttura argomentale si è soffermato a individuare le caratteristiche che ci consentono di dirimere con chiarezza ciò che è argomento da ciò che è aggiunto. Probabilmente perché i primi non si sono posti il problema e poi perché la questione non è risolvibile così facilmente. Anche nell’ambito di studi svolti nel filone della grammatica generativa non è accaduto. Marantz (1984) parla di struttura logico-semantica, ma fa osservazioni irrilevanti sulla distinzione tra argomento e aggiunto; Jane Grimshaw è importante perché è la prima a parlare di struttura argomentale, però si limita a fare osservazioni che non sono di rilievo. È interessante, tuttavia, che si comincia a pensare alla possibilità di qualcosa si sfumato: introduce una terza categoria che chiama “argomento-aggiunto”. Questa categoria è qualcosa di intermedio tra un argomento e un aggiunto. Il fatto che si possa pensare alla possibilità di qualcosa di intermedio sposta lievemente la prospettiva di idea di categorie non così nette ma che ammettono gradi intermedi. Lei lo applica a un caso specifico: considera quei casi in cui degli argomenti possono essere in qualche modo soppressi, come quando si ha una frase passiva, che prevede il più delle volte la soppressione dell’Agente. Es. Mario ha rotto il vaso / Il vaso è stato rotto. Nel caso della frase passiva si può anche non dire chi è l’Agente, perché le frasi passive defocalizzano l’Agente.  In questo tipo di approcci, le proprietà degli aggiunti non sono indagate, perché al centro hanno la sintassi. Un aggiunto ha tante sfumature/funzioni che emergono quando si considera il livello semantico. Nella lingua italiana italiano Salvi ha proposto dei criteri in sintassi per distinguere argomenti e aggiunti:

  • gli aggiunti sono costituenti facoltativi.
  • non sono associati alle restrizioni di selezione del predicato.
  • possono essere liberamente aggiunti a ogni tipo di frase (se compatibili semanticamente).
  • non presentano restrizioni a liv di ordine sintattico.
  • es. Gianni ha visto il film (con piacere/sull’aereo/il mese scorso/ con Francesco):
  • I sintagmi preposizioniali in partentesi sono tutti aggiunti in quanto elementi non obbligatori. La frase ha senso anche senza questi elementi.
  • gli elementi in parentesi non sono portatori di tratti di selezione che entrino in conflitto con la semantica del predicato.
  • sono liberamente aggiunti in quanto esprimono concetti semantici di vario tipo e semanticamente compatibili con l’evento espresso.
  • possono occorrere in qualsiasi posizione all’interno della frase.

Esistono LINGUE NON CONFIGURAZIONALI cioè non hanno ordine sintattico fisso e che spesso sono ad argomento nullo. Queste lingue possono sottintendere qualsiasi costituente nominale essendo la struttura predicativa la sola parte della frase obbligatoria. Es. in warlpiri (lingua aborigena australiana) sia il soggetto che l’oggetto possono essere sottintesi quindi il criterio del costituente facoltativo non può servire per distinguere tra argomenti e aggiunti in quanto soggetto e oggetto.

Esistono LINGUE CON INVERSIONE LOCATIVA (es inglese) in cui anche il soggetto (un argomento del verbo) può sottostare a spostamenti interni alla frase (on the corner stood a woman). Oppure lingue native americane: un argomento del predicato può essere trattato come aggiunto e marcato con il caso ablativo.

In conclusione possiamo dire questo. Le proprietà degli aggiunti proposte da Salvi non sono sempre rilevanti per distinguere fra argomenti e aggiunti. Per notare una significativa differenza dobbiamo guardare alla semantica. Prandi parte dal comportamento delle preposizioni e distingue fra quelle:

  • vuote di contenuto autonomo o preposizioni marca- caso.
  • che possiedono un contenuto indipendente, positivo.

Egli ipotizza l’esistenza di una zona grigia nella quale la distinzione fra argomenti e margini è offuscata in presenza di ruoli che non possono essere identificati sulla base delle proprietà formali della loro espressione. Dunque per Prandi ci sono 3 tipi di ruoli preposizionali:

1. appartiene al centro funzionale di una frase e identifica un ruolo essenziale/argomentale.

2. ruoli o margini interni (inner). Ruoli che anche se non essenziali per la formazione del centro del processo, non determinano uno sfondo esterno per il processo, ma sono localizzati dentro il processo e danno un contributo particolare al suo profilo.

3. ruoli o margini esterni (outer). Forniscono la cornice a un processo chiuso dal di fuori. Includono specificazioni spaziali, temporali o causali.

C’è altresì l’ipotesi del quadro teorico del LESSICO GENERATIVO di Pustejovsky (1995): proposta di allargare il concetto di argomento includendo dei partecipanti finora considerati aggiunti. Egli prevede 4 argomenti:

  • argomenti veri: non possono essere omessi in nessun contesto, pena l’incongruenza semantica dell’espressione; sono definiti come quei partecipanti all’evento che sono selezionati dal predicato come parte del suo significato e che devono essere sintatticamente espressi. (Luca ha sbarrato la porta)
  • argomenti per difetto: possono essere omessi restando tuttavia presenti a livello dell’interpretazione. (Luca ha mangiato alle 7: l’argomento per difetto è l’oggetto non espresso)
  • argomenti ombra: incorporati nel verbo, esprimibili soltanto se viene aggiunta un’informazione che li rende più specifici. (Luca ha telefonato a Mara: l’argomento ombra è lo strumento utilizzato incorporato nel verbo. Scrivere “Luca ha telefonato a Mara con il telefono” sarebbe ridondante e agrammaticale). Gli argomenti ombra sono in genere legati a verbi denominali, cioè derivanti da nomi, ma anche a verbi con oggetto interno.
  • aggiunti veri: non sono presenti a livello di interpretazione del predicato.

Bibliografia

  • M. Aprile, Dalle parole ai dizionari, Bologna 2015;
  • E. Jezek, Lessico. Classi di parole, strutture, combinazioni, Bologna 2011;
  • F. Longobardi, Le affinità del lessico, Napoli 2018;
  • L. Mereu, Semantica della frase, Roma 2020.