Il male e il perdono di Dio, di Marco Calzoli
In India sono sorte due grandi religioni: l’induismo e il buddhismo. L’induismo è ancora vivo in India, mentre il buddhismo è poi emigrato in Cina, in Giappone e nel Sud-Est asiatico, in India è quasi scomparso.
Parlare di queste mistiche orientali è semplice e non semplice. È semplice perché possono essere ridotte a un nucleo coerente, ma tale nucleo è per noi occidentali qualcosa di molto diverso dal comune pensare.
Se si vuole intendere la parola mistica nel suo senso più basilare, di unione con la dimensione trascendente, in India esiste una mistica. Infatti sia l’induismo sia il buddhismo tentano di collegare l’uomo a una dimensione non terrena.
La mistica di queste due religioni include una esperienza estatica, dell’uscire da sé stessi, ma del tutto tranquilla. Non stiamo nei balli frenetici dei dervisci. Si tratta di uscire da sé per comunicare con un aldilà e per superare la conoscenza ordinaria, che deriva dalla nostra facoltà umana, che comincia dai sensi, quindi formuliamo dei concetti, poi dei giudizi e dei sillogismi. La comunicazione con l’aldilà implica che si neutralizzi il movimento del corpo, come nello yoga, oltre che dei pensieri e dei desideri, mediante delle tecniche vere e proprie.
Lo yoga è una disciplina di origine indiana (poi diffusasi nel resto del mondo) conosciuta in Occidente come una sorta di ginnastica. In realtà le posizioni del corpo (asana) sono preliminari al vero scopo, che è la meditazione. Il risultato finale dello yoga è quello di raggiungere una meditazione così profonda da ottenere la liberazione. Nel mezzo della pratica si sviluppano anche poteri fisici e psichici (siddhi). I praticanti di yoga si mostrano agli occidentali con capacità molto particolari. Pensiamo al “tummo”, presente nel tantra buddhista tibetano, il quale si propone di far accrescere la temperatura corporea, infatti questi yogin fanno spettacoli nei quali scendono nudi nella neve resistendo per molto tempo.
Nella mistica indiana ci sono premesse filosofiche simili a quelle della mistica neoplatonica, che sono incentrate sulla identità potenziale del nostro spirito con il fondo divino che c’è in ognuno di noi. Poi c’è la premessa che tutte le cose ritornano alla loro fonte.
La riflessione orientale sulla spiritualità è orientata dal mistero del male, che rimane tale. Non spiega il male ma tenta di superarlo con delle tecniche. Questa riflessione sfocia in una forma di pessimismo universale, che esplode nella predicazione del Buddha storico (VI a.C.), che proclama che tutto è dukkha, parola sanscrita che non si riferisce solo al dolore ma anche allo stato di impermanenza e condizionamento che caratterizza tutte le realtà sotto questo cielo. Tutte le realtà del nostro mondo sono passeggere e segnate dalla sofferenza. Né gli induisti né i buddhisti ritengono l’uomo responsabile del male e della sofferenza: tutto il male è parte integrante della realtà. Se il mondo è radicalmente intriso di male, il mondo va rifiutato in toto. Nella migliore delle ipotesi, viene svuotato di ogni consistenza, è maya, illusione. L’uomo che segue il mondo incorre in automatico in azioni negative che si ripercuotono in una vita successiva peggiore, cioè maggiormente dolorosa.
Il cristianesimo invece rivela che il male non può esistere senza il bene. Il male è una privazione di bene e non un essere. Il male è la corruzione o la ferita inferta a un bene. È la privazione di un essere che dovrebbe esserci in una realtà. L’uccello deve avere delle ali, se nasce senza ali è privato di una realtà che dovrebbe avere e che gli rende impossibile la sopravvivenza. È affetto da un male, gli manca qualcosa che dovrebbe avere, cioè è privo di un essere che dovrebbe esserci. Allora il male presuppone il bene. Il bene è avere le ali. Senza bene da intaccare, il male non esisterebbe. Il male per definirsi ha bisogno del bene. Invece il bene per esistere non ha bisogno del male.
La Bibbia rivela che il male deriva dalla libertà dell’uomo di non fare il bene. All’inizio del libro della Genesi il mondo appare come bene assoluto, Adamo e Eva vivevano felici nell’Eden. Ad un certo punto il serpente tenta Adamo e Eva e loro, liberamente, scelgono di compiere il male. Pertanto il male non è nel progetto di Dio, ma è una libera scelta dei progenitori, le cui conseguenze si riversano su tutta l’umanità a venire.
Satana è un angelo che ha deciso di ribellarsi a Dio per superbia e ha attirato a sé una schiera innumerevole di altri angeli, i quali sono diventati in questa maniera diavoli. Il loro compito è sedurre l’uomo per allontanarlo da Dio.
Dopo il peccato originale di Adamo e Eva, ogni uomo che nasce sulla faccia della terra è segnato dal peccato e dalle sue conseguenze. Il battesimo rimette il peccato, ma non le conseguenze, come la fragilità corporea, quella spirituale e la inclinazione al male (detta concupiscenza). Dato che gli esseri umani sono inclini al male, i diavoli hanno gioco facile per sedurre gli esseri umani e spingerli al peccato attuale, che li separa da Dio.
Anche il peccato attuale è una libera scelta degli uomini. Chi muore in peccato mortale si danna per l’eternità. Sono tre le condizioni per commettere un peccato mortale:
- Piena avvertenza
- Deliberato consenso
- Materia grave.
Quindi se si ruba una caramella non c’è materia grave (si fa un peccato veniale). Se invece compiamo una azione disonesta spinti da forza maggiore, da grave necessità o con ignoranza, mancano le altre condizioni. Per questo i teologi asseriscono che è raro commettere un peccato mortale.
Il battezzato può salvarsi se confessa a un sacerdote cattolico i propri peccati. Affinché la confessione sia valida è necessaria la volontà di non commettere più il male almeno per paura dell’inferno (attrizione). Oppure è più meritevole non voler più peccare per il dolore di aver offeso Dio (contrizione).
La attrizione e la contrizione sono presenti entrambe nella preghiera dell’Atto di dolore:
Mio Dio, mi pento e mi dolgo con tutto il cuore dei miei peccati, perché peccando ho meritato i tuoi castighi, e molto più perché ho offeso te, infinitamente buono e degno di essere amato sopra ogni cosa. Propongo con il tuo santo aiuto di non offenderti mai più e di fuggire le occasioni prossime di peccato. Signore, misericordia, perdonami.
Il perdono dei peccati, e quindi la salvezza, deriva unicamente dai meriti di Cristo, che è morto in croce per liberarci dalle opere del diavolo. Gesù è l’unico Salvatore del mondo, quindi anche appartenenti ad altre religioni possono salvarsi per i suoi meriti, a patto che seguano la legge naturale che Dio scrive nei loro cuori.
Ogni peccato può essere perdonato dal sacerdote, che assolve su mandato di Cristo. È Cristo che perdona ma egli ha stabilito che il peccatore vada dal sacerdote come segno di umiltà. Il peccato infatti si compie spesso danneggiando la comunità, quindi è giusto che ci si inginocchi di fronte ad un uomo.
Nonostante che la salvezza è un dono gratuito di Dio, Dio permette che l’uomo se la debba guadagnare con le buone opere. Come liberamente abbiamo scelto il male, così liberamente ci dobbiamo guadagnare il paradiso.
Ricordiamo che san Paolo chiama il male Mistero di Iniquità (2Tessalonicesi 2, 7). È un grande punto di domanda. Come mai Dio ci abbia dato una libertà tale da poterlo rifiutare. E anche dopo che Cristo ci ha redenti. Il Concilio di Trento afferma che il male tuttora sussiste “ad agonem”, “per la lotta”, affinché ci meritiamo la salvezza con le nostre forze.
“Non farti vincere dal male, ma vinci il male con il bene” (Romani 12, 21). Il male va affrontato con le armi della grazia, soprattutto la Santa Messa e poi il santo Rosario alla Vergine Maria.
Santa Rita da Cascia, morta nel XV secolo, è conosciuta come la santa dei casi impossibili. È degno di nota che la cassa da morto le fu donata dal falegname di Cascia che aveva le mani paralizzate e ottenne la guarigione.
Durante la sua vita santa Rita ha pregato affinché il marito e i due figli, tutti peccatori, ottenessero la salvezza e è riuscita nell’intento. Appena prima di morire, durante un gelido inverno, spuntarono tra la neve una rosa e due fichi, miracolo che le fece pensare che Dio la avesse esaudita. Rita ha vinto il male con il bene: la preghiera e i sacrifici. Dopo la morte del marito e dei figli, infatti, entrò in monastero, pregava incessantemente per la loro salvezza e, durante gli ultimi 15 anni della sua vita, Cristo le donò una spina della sua corona della passione. La santa la portò sulla fronte con grande dolore per associarsi alla redenzione di Cristo.
Questi sono i miracoli che avvengono nella chiesa! È la chiesa, infatti, la dispensatrice delle grazie del Signore perché in essa vi è Dio. Sant’Agostino diceva che non possiamo avere Dio per Padre, se non abbiamo la chiesa per Madre.
Sempre il santo di Ippona scriveva che ciascuno è tale quale l’amore che ha. I santi sono grandi innamorati di Dio e per questo Dio esaudisce le loro preghiere. Ma oltre ai santi canonizzati sono molto più numerosi i santi di cui nessuno sa nulla. La chiesa canonizza alcune persone riconoscendone la eroicità delle virtù, ma la maggior parte dei santi è formata da gente sconosciuta.
Ogni cristiano è re, sacerdote e profeta, quindi non solo ha il dovere ma anche il diritto di pregare e di vedere esaudite le proprie preghiere. I santi, quelli canonizzati e quelli sconosciuti, hanno da Dio doni in favore dei fratelli.
Maria Santissima in persona ha fatto 15 promesse a chi recita con devozione il suo Santo Rosario. Il più importante codificatore del Rosario è stato il monaco domenicano Alano de la Roche, che muore nel 1475 ed è considerato l’apostolo della devozione per il Rosario in diverse nazioni europee. Nelle sue memorie, Alano narra di aver ricevuto direttamente dalla Vergine 15 promesse valide per tutti i devoti del Santo Rosario, tuttora di grande attualità e che manifestano l’intensità dell’amore che la Madonna nutre per tutti noi. Esse sono:
- Chi recita con grande fede il Rosario riceverà grazie speciali.
- Prometto la mia protezione e le grazie più grandi a chi reciterà il Rosario.
- Il Rosario è un’arma potente contro l’inferno, distruggerà i vizi, libererà dal peccato e ci difenderà dalle eresie.
- Farà fiorire le virtù e le buone opere e otterrà alle anime le più abbondanti misericordie divine; sostituirà nei cuori l’amore di Dio all’amore del mondo, elevandoli al desiderio dei beni celesti ed eterni. Quante anime si santificheranno con questo mezzo!
- Colui che si affida a me con il Rosario non perirà.
- Colui che reciterà devotamente il mio Rosario, meditando i suoi misteri, non sarà oppresso dalla disgrazia. Peccatore, si convertirà; giusto, crescerà in grazia e diverrà degno della vita eterna.
- I veri devoti del mio Rosario non moriranno senza i Sacramenti della Chiesa.
- Coloro che recitano il mio Rosario troveranno durante la loro vita e alla loro morte la luce di Dio, la pienezza delle sue grazie e parteciperanno dei meriti dei beati.
- Libererò molto prontamente dal purgatorio le anime devote del mio Rosario.
- I veri figli del mio Rosario godranno di una grande gloria in cielo.
- Quello che chiederete con il mio Rosario, lo otterrete.
- Coloro che diffonderanno il mio Rosario saranno soccorsi da me in tutte le loro necessità.
- Io ho ottenuto da mio Figlio che tutti i membri della Confraternita del Rosario abbiano per fratelli durante la vita e nell’ora della morte i santi del cielo.
- Coloro che recitano fedelmente il mio Rosario sono tutti miei figli amatissimi, fratelli e sorelle di Gesù Cristo.
- La devozione al mio Rosario è un grande segno di predestinazione.
San Pio da Pietrelcina affermava che il Rosario è l’Arma per resistere agli assalti del male. Il Rosario parla di Cristo, come diceva Giovanni Paolo II questa preghiera è un contemplare Cristo con gli occhi di Maria. Invece i vangeli canonici sono poveri di informazioni riguardanti Maria, ma quelle poche che abbiamo sono pregnanti. Il Santo di Montfort asseriva che Dio ha permesso che i vangeli parlino poco della Madonna per via della eccelsa umiltà della Vergine Madre di Dio.
Come Maria è stata la madre carnale di Cristo, così è necessario che essa sia la madre spirituale di tutti i cristiani, che sono il corpo del Salvatore. Sant’Agostino osservava che per Maria fu più importante essere discepola di Gesù piuttosto che sua madre. Ma ciò non toglie che Maria sia legata indissolubilmente anche alla chiesa. Lo stesso Santo di Ippona diceva che i cristiani diventano tali quanto questa buona madre lo permette nel piano della grazia.
Ma ancor più importante del Rosario (che è una devozione) è la Santa Messa, il vertice della liturgia cristiana, nella quale Cristo continua ad offrirsi al patibolo per la redenzione dell’umanità. Infatti il Santo di Pietrelcina riusciva a vedere durante la Messa Cristo che si immola e Maria sua madre che lo assiste.
Lo stesso san Pio diceva che se oggi Dio non punisce ancora il mondo distruggendolo, lo si deve al sacrificio della Messa. Gli uomini di oggi, infatti, sono diventati peggiori dei diavoli.
Perché il mondo si sta rivoltando contro Dio? Sant’Agostino affermava che solo se si conosce sé stessi si può conoscere Dio. L’uomo di oggi è preso da tante cose, schiavo della routine lavorativa e non ha tempo di guardarsi con un fiammifero fin dentro il cuore. Quindi, perdendo sé stesso nelle cose del mondo, perde anche Dio.
I grandi santi della chiesa, quelli canonizzati, sono conosciuti per le loro vite, se ne trovano molte in ogni libreria cattolica. In tutte le vite dei santi vi è una fiducia grandissima nella chiesa cattolica e in Maria Santissima. L’uomo di oggi guarda con diffidenza la chiesa, ma dimentica che ogni uomo è peccatore, anche i santi non sono esenti da macchia. Anzi di solito quanto più un santo è grande, tanto più si considera peccatore.
La chiesa cattolica accoglie a braccia aperte i peccatori per offrire loro il perdono di Dio. Approfittiamo di questa grande grazia fino a quando siamo in tempo!
Il Salmo 30 così prega Dio:
Ti esalterò, Signore, perché mi hai liberato
e su di me non hai lasciato esultare i nemici.
Signore Dio mio,
a te ho gridato e mi hai guarito.
Signore, mi hai fatto risalire dagli inferi,
mi hai dato vita perché non scendessi nella tomba.
Cantate inni al Signore, o suoi fedeli,
rendete grazie al suo santo nome,
perché la sua collera dura un istante,
la sua bontà per tutta la vita.
Alla sera sopraggiunge il pianto
e al mattino, ecco la gioia.
Nella mia prosperità ho detto:
«Nulla mi farà vacillare!».
Nella tua bontà, o Signore,
mi hai posto su un monte sicuro;
ma quando hai nascosto il tuo volto,
io sono stato turbato.
A te grido, Signore,
chiedo aiuto al mio Dio.
Quale vantaggio dalla mia morte,
dalla mia discesa nella tomba?
Ti potrà forse lodare la polvere
e proclamare la tua fedeltà?
Ascolta, Signore, abbi misericordia,
Signore, vieni in mio aiuto.
Hai mutato il mio lamento in danza,
la mia veste di sacco in abito di gioia,
perché io possa cantare senza posa.
Il termine “nemici” potrebbe essere un plurale ebraico di eccellenza, quindi indicare il nemico per eccellenza, che è la morte. Pertanto Dio non ha lasciato vincere la morte. Nella rivelazione cristiana, sappiamo che Cristo è venuto a salvarci dalle opere dei diavoli, tra cui la morte. Questo Salmo si completa nell’annuncio cristiano: quando Dio è sceso addirittura negli inferi e ha aperto agli antenati meritevoli la porta della salvezza e ha iniziato a introdurre i morti successivi meritevoli in paradiso.
Da questo Salmo emerge la concezione orientale per cui il malato grave sta sull’orlo degli inferi: infatti presso l’infermo si apre un portale di presenze maligne (forse i “nemici”). Ma Dio ha chiuso il portale e ha salvato il malato dal baratro. In un noto papiro egiziano di medicina (pHearst n.78), il dio Ra proclama: “Sono io che proteggerò (i malati) dai loro nemici”.
È singolare che la lode di ringraziamento per non essere morto si leva da parte degli ḥasidim, i “pii”. Il vocabolo ebraico deriva da ḥesed, la “fedeltà”, quindi indica la comunità che è protetta dalla fedeltà di Dio.
Sera e mattino alludono a morte e vita, i due poli opposti tra i quali sta l’infermo. Ma adesso egli è guarito e può ringraziare Dio. Dio solo può donare la vita e ridestare la felicità. Nella Genesi è Dio che forma la vita, dell’uomo e di ogni altro essere. Salmo 36, 10: “Poiché in te è la sorgente della vita; alla tua luce vediamo la luce”. Gesù Cristo si attribuirà lo stesso potere del Padre e dirà: “Io sono la risurrezione e la vita” (Giovanni 11, 25) e “Io sono la luce del mondo” (Giovanni 8, 12).
Dio è “Santo Santo Santo” (Isaia 6, 3-5), che è un superlativo semitico che indica un Dio Santissimo. Il termine ebraico Qadosh, Santo, significa etimologicamente “separato”, in quanto Dio è trascendente e inavvicinabile. Esodo 19, 21: il popolo di Israele non può andare verso il Signore, altrimenti ne verrà distrutto, tanto Egli è superiore a tutti e nessuno può avvicinarsi a lui senza morire, se non Mosè. Levitico 16, 2: “Il Signore disse a Mosè: «Parla ad Aronne, tuo fratello, e digli di non entrare in qualunque tempo nel santuario, oltre il velo, davanti al coperchio che è sull’arca; altrimenti potrebbe morire, quando io apparirò nella nuvola sul coperchio”.
Il targum amplia in questa maniera la rivelazione di Isaia della triplice santità di Dio: “Santo nel più alto dei cieli, sede della sua Presenza; Santo sulla terra, opera della sua Potenza; Santo nei secoli dei secoli il Signore onnipotente”.
Tuttavia Dio è anche il “Santo di Israele” (2Re 19, 22), poiché entra in relazione con il popolo che Egli rende “santo” (Deuteronomio 7, 6).
Nel Nuovo Testamento Santo è il Padre, perfettamente trascendente (Giovanni 17, 11), ma Santo è anche Gesù Cristo. Infatti in Giovanni 6, 69 leggiamo: “Noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio”. Cristo è morto e risorto per santificare gli uomini (1Corinzi 1, 30: “Ed è grazie a lui che voi siete in Cristo Gesù, che da Dio è stato fatto per noi sapienza, giustizia, santificazione e redenzione”).
Santo è anche lo Spirito (Atti 2, 38), che procede dal Padre e dal Figlio ed è donato all’uomo (Luca 11, 13: “Se dunque voi, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro celeste darà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono!”). Lo Spirito rende il cristiano tempio di Dio (1Corinzi 6, 11.20).
Di fronte all’altezza del Signore, la persona non può che sentirsi mancante (Luca 5, 8) e scoprire così che la santità di Dio si manifesta pienamente nell’amore per il peccatore. Osea 11, 9: “Non darò sfogo all’ardore della mia ira … perché sono Dio e non uomo; sono il Santo in mezzo a te”.
La più grande tragedia di un essere umano non è la morte fisica ma il peccato, che elargisce all’uomo un castigo eterno. Il peccato è la più grande disgrazia che possa mai capitare ad anima vivente.
All’inizio della Genesi l’uomo era in armonia con Dio, con Eva e con il creato. Dio passeggiava nel giardino, c’era armonia con la consorte e la terra dava spontaneamente i frutti. Ma da quando il serpente ha introdotto il male, si è creata una disarmonia in tutte queste istanze. Infatti Dio si adira con i progenitori, Adamo e Eva litigano accusandosi a vicenda e il creato diventa ostile (l’uomo deve lavorare la terra con fatica).
È stato necessario l’intervento di Dio in persona in Gesù Cristo per sanare queste ferite profonde derivate dal peccato originale. Mediante il perdono dei peccati, l’essere umano riacquista la dignità perduta e può entrare nell’Eden celeste, il paradiso. È questa la vera vita, la vita eterna nello Spirito, che solo Dio può dare.
Il più grande anelito dell’uomo è quello di incontrare di nuovo Dio, dal quale proviene. E alla fine dei tempi coloro che avranno la grazia di salvarsi lo vedranno anche con il loro corpo, infatti è verità di fede che alla fine del mondo ci sarà la risurrezione della carne. La redenzione infatti riguarda anche la materia. Santa Teresa d’Avila diceva “muoio perché non muoio”, cioè soffriva per il fatto di essere ancora viva e di non poter ancora incontrare il suo Salvatore in paradiso. In uno scambio epistolare san Pio da Pietrelcina confessava che desiderava ardentemente andare a incontrare Dio, mentre la figlia spirituale voleva che restasse ancora sulla terra perché questa aveva bisogno di lui. È un po’ anche quello che diceva san Paolo, il quale era stretto tra due necessità: andare con Dio oppure restare sulla terra a guidare i primi cristiani.
Giovanni 6, 54: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno”. Giovanni sta rivelando la verità, infatti quando lo fa usa la terza persona e il participio sostantivato. La vita altro non è che Cristo, vero Dio. Già su questa terra possiamo pregustare la vita eterna facendo la comunione sacramentale. L’Eucaristia è il corpo risorto di Cristo, pertanto se essa ha il potere di dare la vita eterna, è in virtù di una qualità specifica di Cristo. Sant’Ignazio di Antiochia chiamava l’eucaristia “cibo dell’immortalità, antidoto alla morte”. Giovanni non usa mai la parola greca athanasia, “immortalità”, che per lo più va unita all’idea della immortalità dell’anima. Giovanni è debitore del pensiero semitico, la cui caratteristica è la visione dell’uomo nella sua integrità, per cui soltanto con la risurrezione del corpo la vita eterna diventa completa.
Il Dio dell’Antico Testamento offre acqua, che è un chiaro simbolo di vita, specie in condizioni geoclimatiche come quelle palestinesi. Infatti leggiamo in Isaia 12, 3: “Attingerete acqua con gioia alle sorgenti della salvezza”.
In questa maniera l’acqua, associata alla vita, diventa un simbolo messianico, che riguarda i tempi futuri. Questa tematica futura della vita attraverso l’acqua è particolarmente chiara in Ezechiele 47: “Ogni essere vivente che si muove ove arriva il torrente vivrà”.
Gli ebrei che attendevano il Messia celebravano la Festa delle Tende ove il rito dell’acqua divenne via via predominante, soprattutto nell’ultimo giorno della festa, quando si faceva una solenne processione attorno al tempio, sede di Dio.
Cristo applicherà a sé tale simbolismo, dicendo chiaramente di essere l’acqua viva. Nell’ultimo giorno della Festa delle Tende, durante la processione, Gesù gridò: “Se qualcuno ha sete venga a me e beva” (Giovanni 7). E, sulla croce, dal fianco squarciato dalla lancia del soldato romano che la tradizione ha chiamato Longino, escono sangue e acqua (Giovanni 19).
I Padri della Chiesa hanno interpretato il sangue e l’acqua che scaturiscono dal costato di Cristo come i sacramenti. Allora la grazia di Dio e la sua vita si trasmettono soprattutto mediante il battesimo, che cancella il peccato originale; mediante la confessione, che cancella il peccato attuale; eminentemente mediante la Eucaristia, che, come affermava san Tommaso d’Aquino, ci trasforma in Cristo. L’ultimo Concilio definisce l’Eucaristia fonte e culmine della vita cristiana: questo perché in essa vi è la presenza vera e reale del corpo, del sangue, dell’anima e della divinità di Nostro Signore Gesù Cristo.
La radice ebraica della “salvezza”, che è presente nel nome di Gesù, significa etimologicamente “dilatare”, come un cuore che si espande per amore o che viene squarciato.
L’inizio del Salmo 42 così canta:
Come la cerva anela
ai corsi d’acqua,
così l’anima mia anela
a te, o Dio.
L’anima mia ha sete di Dio,
del Dio vivente:
quando verrò e vedrò
il volto di Dio? …
Il salmista qui evoca una esperienza consueta nel deserto, la sede bruciante, tipica degli uomini e degli animali. E associa questo impulso così veemente alla ricerca di Dio, fonte della vita così come lo è l’acqua, giocando sul fatto che in ebraico nefesh vuol dire sia “anima” sia “gola”.
C’è anche un’altra curiosità filologica. Nell’originale ebraico abbiamo il verbo “anela” (‘arag) al femminile, mentre il soggetto è al maschile (“cervo”). Potrebbe trattarsi di una forma arcaizzante di terza persona maschile. I rabbini invece osservano che il maschile “cervo” è il popolo alla ricerca della salute materiale, invece il verbo al femminile allude al popolo alla ricerca della salvezza spirituale. Se è vera quest’ultima interpretazione, abbiamo in questi primi due versetti del Salmo 42 tutti gli aneliti dell’uomo: quello materiale e quello spirituale. E Dio li soddisfa entrambi. Per il cristianesimo, infatti, la redenzione riguarda anche l’aspetto fisico dell’umanità e del creato. Per la fine della storia, l‘umanità attende cieli nuovi e terra nuova (Apocalisse 21), e non una distruzione della terra. Ogni uomo salvato e tutto il creato verranno trasfigurati nella Gloria di Cristo.
Il Salmo 31 così proclama:
Beato l’uomo a cui è rimessa la colpa,
e perdonato il peccato.
Beato l’uomo a cui Dio non imputa alcun male
e nel cui spirito non è inganno.
Tacevo e si logoravano le mie ossa,
mentre gemevo tutto il giorno.
Giorno e notte pesava su di me la tua mano,
come per arsura d’estate inaridiva il mio vigore.
Ti ho manifestato il mio peccato,
non ho tenuto nascosto il mio errore.
Ho detto: «Confesserò al Signore le mie colpe»
e tu hai rimesso la malizia del mio peccato.
Per questo ti prega ogni fedele
nel tempo dell’angoscia.
Quando irromperanno grandi acque
non lo potranno raggiungere.
Tu sei il mio rifugio, mi preservi dal pericolo,
mi circondi di esultanza per la salvezza.
Ti farò saggio, t’indicherò la via da seguire;
con gli occhi su di te, ti darò consiglio.
Non siate come il cavallo e come il mulo
privi d’intelligenza;
si piega la loro fierezza con morso e briglie,
se no, a te non si avvicinano.
Molti saranno i dolori dell’empio,
ma la grazia circonda chi confida nel Signore.
Gioite nel Signore ed esultate, giusti,
giubilate, voi tutti, retti di cuore.



