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Dal suo esito non dipendono né le sorti dell’Italia, né quelle del Governo e, scendendo , neanche quelle di Zingaretti o di Di Maio. Visto con serenità d’animo, il voto del 20 e 21 settembre è il giudizio del popolo su una riforma costituzionale, la meno ambiziosa che sia mai stata approvata, perché si limita a tagliare, in maniera lineare e senza un criterio esplicitato, il numero dei parlamentari. Quando si mette mano alla Costituzione bisognerebbe essere cauti, perché la Carta fondamentale ha un impianto unitario complesso e toccando una tessera di questo mosaico, si possono creare degli squilibri. Per questo è importante capire cosa ci si propone con una modifica costituzionale.  La riforma del Titolo V, a fine anni ’90, aveva l’obiettivo di conferire alle Regioni maggiori poteri e risentiva della forte pressione in senso federalista, agitata soprattutto dalla Lega di Umberto Bossi. Il risultato di quella riforma è stato ampiamente disastroso per la confusione dei ruoli tra Stato e Regioni, il contenzioso enorme  che ne è seguito e l’inefficienza nella gestione di aree delicate come la Sanità, l’Energia e i Trasporti. Il taglio dei parlamentari, nella versione approvata, è stato ispirato da due motivazioni: risparmiare e dare un colpo alla “casta”. La riprova di questa ispirazione è palese nella manifestazione con cui il Movimento 5 Stelle celebrò la definitiva approvazione parlamentare della riforma davanti alla Camera: uno striscione con sopra disegnate delle poltrone e delle forbici. Nel manifesto elettorale dei 5 stelle per il Si , campeggia sempre lo slogan  “tagliare 345 poltrone”. Quindi i parlamentari sono poltrone, non rappresentanti del popolo. Gli illustri costituzionalisti  per il Si che si affannano a cercare un ‘idea di revisione del bicameralismo in questa impostazione eccedono per generosità e illusione. Se davvero chi ha promosso il taglio dei parlamentari aveva idea di rendere più efficiente il Parlamento avrebbe dovuto presentare, insieme a quella riforma, anche una serie di modifiche costituzionali volte a superare o migliorare il bicameralismo perfetto e rendere più efficiente il Parlamento. Non c’è traccia alcuna di questo. Se  non si aveva l’ambizione di intervenire sul bicameralismo, si sarebbe dovuto comunque accompagnare  l’iter della riforma con un accordo, tra le stesse forze politiche favorevoli al “taglio”, in materia di modifiche ai regolamenti parlamentari e alla legge elettorale per evitare la paralisi delle Camere e una rappresentanza di nominati espressione di pochi partiti. Ma non c’è nulla di tutto questo. Quindi questa riforma nasce e muore col “taglio” e ha solo due motivazioni, contro la “casta” e per il risparmio, motivazioni sulla cui sincerità nasce anche qualche dubbio. Se davvero si voleva colpire la “casta”, si sarebbero dovuti abolire i privilegi di cui essa gode conseguendo, quindi anche consistenti risparmi. E’ stato calcolato che se passa il “taglio, si recuperano, realisticamente, circa 50 milioni l’anno. La stessa cifra, ma anche di più, si può ottenere dimezzando i 9 mila euro di rimborsi spese che mensilmente i parlamentari ricevono insieme ai 5 mila euro di indennità e sfoltendo la giungla retributiva che fa dei dipendenti di Camera e Senato dei privilegiati: un parrucchiere del Parlamento guadagna circa 150 mila euro…. Nulla di tutto questo è stato proposto. Quindi il taglio così come è nato e senza contestuali altre modifiche, costituzionali e non, rischia di essere solo un argomento di delegittimazione della politica, con tanto di ipocrisia perché, in assenza di altre riforme si riduce la rappresentanza dei cittadini ma non si toccano i privilegi dei parlamentari. Alcuni sostengono che se vincono i No, non si farà più nessuna riforma costituzionale, mentre se vincono i Si, intanto si fa questa piccola riforma e le altre verranno di necessità. Ai tempi del referendum sulla riforma voluta da Renzi, si dicevano le stesse cose. Poi è arrivato il “taglio”. Cosa garantisce che si faranno altre necessarie riforme costituzionali entro i 28 mesi  che restano alla legislatura, visto che non c’è alcun accordo? Detto questo non è vero che non si possa ridurre il numero dei parlamentari né è vero che  la rappresentatività di una democrazia si misura sul numero degli eletti dal popolo. Tutt’altro.  Si possono – e si dovrebbero – ridurre anche i componenti dei Consigli Regionali. In Val d’Aosta (126.687 abitanti) ci sono 35 consiglieri uno ogni 3628 abitanti…mentre in Campania (5.760.000 abitanti)  sono 50, uno ogni 112.943. Occorre usare dei criteri e avere ben chiaro il quadro complessivo  che emerge dopo la riduzione degli eletti.  Chi fa dei paragoni tra l’Italia e altri Paesi  dovrebbe tener conto dei diversi sistemi istituzionali. Gli Stati Uniti sono una Repubblica federale e presidenziale. La Francia è una Repubblica semipresidenziale, la Germania è uno Stato federale con Cancellierato, il Regno Unito è un sistema federale con forte ruolo del Premier. L’Italia non è nulla di tutto questo: è una repubblica parlamentare, ed è giusto che il Parlamento abbia la sua centralità e il giusto peso. Che non si misura certo col numero dei seggi, ma che comunque deve tener conto della rilevanza che la Costituzione attribuisce al potere legislativo. Se vince il No si deve riprendere subito a discutere della modifica del bicameralismo paritario, snellire il lavoro del Parlamento e in questo contesto sicuramente si può scendere dai 945 attuali anche a 500. Ma ci deve essere un criterio, una impostazione organica e non una strumentalizzazione tipica del populismo che cavalca l’antipolitica  godendo di tutti i privilegi ingiusti della politica.

La vittoria del SI rischierebbe di rinfocolare questa tendenza a percepire il  Parlamento come un insieme di “poltrone”, per cui meno sono meglio è tutto questo non fa bene  alla democrazia rappresentativa e innesca un pericoloso vortice di sfiducia e delegittimazione, i cui esiti possono essere molto rischiosi, in un’epoca in cui le tendenze all’autoritarismo sono presenti ovunque anche in paesi con secolari tradizioni democratiche. Se il Parlamento è  solo un insieme di poltrone perché non abolirle del tutto?